PROIETTATO IN UNA DIMENSIONE ALIENA!

La suddetta mostra è allestita al MamBo di Bologna, città ove ho vissuto cinque anni meravigliosi da studente universitario, la “città rossa” per antonomasia che non può non evocare il “ pianeta rosso” tanto caro al Duca.
Solo un caso? Mi piace pensare di no.
Richiami, analogie, misticismo ed esoterismo si scatenano allorché al centro della scena vi sono i mostri sacri del rock.
Comunque, dopo una breve attesa di fila inaspettata alle 11 di mattina davanti alla biglietteria (arrivano visitatori da tutta Eeuropa) acquisto il mio ticket, deposito giubbotto e zaino e mi appresto, con un certo entusiasmo, ad incontrare l’amico Ziggy Stardust.
Ebbene, abbandonate ogni pre-concetto di “mostra” intesa come struttura fatta di lunghi corridoi e di quadri appesi alle pareti sotto lampade da esposizione. Il Louvre e le Scuderie del Quirinale non potrebbero essere più lontane.
Tanto l’artista in questione è poliedrico, tanto la mostra si manifesta in forme diverse.
Video formato cinema, luci stroboscopiche, sfere a specchi, neon, pailettes, colori, laser e quant’altro.
Allorché si varca la soglia dell’entrata, il visitatore si trova immerso nel buio della concentrazione con in testa le cuffie dell’audio-ascolto. E allora il distacco dalla realtà diviene totale, il traffico di Bologna e i rumori della vita quotidiana spariscono, ci si ritrova catapultati in un mondo virtuale, proiettati in una dimensione “aliena” dove Bowie si manifesta in tutto il suo magnifico istrionismo
Si vaga di sala in sala, in una sorta di labirinto nel quale, inconsapevolmente, si torna ripetutamente sui propri passi.

Entro in una piccola stanza e resto ipnotizzato da due pupille dissimili immerse nell’intenso turchese del make up di Pierre la Roche. Le struggenti note di un pianoforte mi stringono il cuore:
It’s a god-awful small affair
To the girl with the mousy hair
But her mother is yelling no
And her daddy has told her to go.
Sarà pure stato il 1973, ma qui il Duca si fa beffe del concetto di spazio-tempo assurgendo a raro esempio di immortalità.
Resto non so quanto tempo davanti allo schermo, rapito da un brano che ho sentito e risentito ma che ancor’oggi mi scatena una fortissima piloerezione.
Procedo oltre, il demone del Rock si è già impossessato di me, e rimpiango solo di non poter ampliare ulteriormente le mie capacità sensoriali.

I puristi di Bowie non la amano, troppo commerciale per un artista cerebrale come lui.
Gli irriverenti iconoclasti come il sottoscritto la adorano: semplice, orecchiabile, coinvolgente.
Dopo almeno venti minuti di bamba totale davanti allo schermo mi accorgo che una signora sulla sessantina mi sta osservando divertita: muovo a ritmo di musica le chiappe mosce da impiegato mentre Bowie si rotola sul palco con la trascinante “Ooooh somebody send me Blue Jean can send me”.
Insomma, per farla breve: è stato bellissimo.
Pertanto, non perdetela.
Che siate fans indefessi de “l’alieno” o semplici amanti della buona musica, il pellegrinaggio alla mostra di David Bowie è obbligatorio per tutti voi.
Regalatevi una splendida giornata, vogliatevi bene… just for one day!
Giacomo Guidi



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