DAVID BOWIE NON E’ DAVID JONES!
L’Italia, come tutti sappiamo, è un Paese curioso. Succede che la mostra di Lucio Dalla, artista bolognese fino al midollo, la organizzano a Roma; la mostra di David Bowie invece, artista internazionale e celeberrimo, è a Bologna, quando nella Capitale, ad esempio, sarebbe stata raggiunta più agevolmente dai fans di tutta Italia. E come si chiama il museo dov’è allestita la mostra di Bowie? ‘Mambo’. Come la canzone di Dalla!
D’altro canto pare che in origine la mostra di Bowie dovesse essere al Palazzo Reale di Milano, ma all’ultimo momento sia saltato l’accordo. Ad ogni modo ben venga, mi sono detto: mai e poi mai mi sarei perso l’appuntamento col mio artista preferito, e contemporaneamente Bologna la Grassa-la Dotta-la Rossa val bene una gita. Il capoluogo felsineo è il settimo centro più popolato d’Italia anche se poco turistico, una graziosa città universitaria con un centro storico ben conservato che ha una notevole offerta culturale (culinaria, invece, meno: specie fuori orario): l’idea ha sfruculiato anche la mia sorellona Mate, e questo weekend siamo andati assieme.
“David Bowie is” è la mostra sul genio multiforme di David Bowie.
Partita da Londra nel 2013, dopo essere stata a Chicago, San Paolo, Toronto, Parigi, Berlino, Melbourne e Groningen è approdata in Italia al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, dove espone dal 14 luglio e fino al 13 novembre 2016, prima di volare dall’altra parte del mondo, in quel di Tokio.
I curatori della mostra del Victoria & Albert Museum, una delle più note e rilevanti istituzioni museali internazionali, spiegano così il progetto: «Non è nata come una retrospettiva e non lo è nemmeno ora che Bowie non c’è più — dice Kathrin Johnson del V&A —, il titolo stesso “David Bowie Is” pone la prospettiva sul presente. Non abbiamo fatto modifiche dopo la sua morte inaspettata, se non aggiungere informazioni relative all’ultimo album. Dobbiamo ringraziare il fatto che fosse un accumulatore compulsivo: abbiamo potuto scegliere fra i 75 mila oggetti del suo David Bowie Archive, un enorme capannone nei pressi di New York». Il Presidente del MAMbo ha dichiarato orgogliosamente: «Questa mostra è l’unica vera grande biografia autorizzata da Bowie. Egli infatti ha sempre rifiutato la sua autorizzazione a qualsiasi biografia, ma quando il Victoria & Albert Museum gli propose il progetto, lui si dichiarò entusiasta e dette loro carta bianca».
Fra i più di 300 oggetti esposti si trovano costumi di scena originali di video, tour e apparizioni televisive (quasi tutti nati dalle sue suggestioni visionarie); testi originali scritti a mano; allestimenti scenografici; artwork delle copertine e dei booklet degli album; servizi fotografici che ne hanno fatto un’icona; strumenti musicali e altri oggetti rari. Il tutto a ripercorrere l’attività di uno degli artisti palesemente più influenti della società contemporanea.

All’ingresso s’indossano le cuffie dell’audioguida che, magicamente, si sintonizzeranno avvicinandosi di volta in volta allo spazio espositivo adeguando l’audio a ciò che vediamo, tutto automaticamente e con estrema semplicità (troppe sarebbero le sovrapposizioni di suoni se ogni schermo, ogni video, ogni plancia avesse il suo volume alzato).
Si parte con i primi anni di vita e della carriera di David Bowie nella Londra degli anni ‘60, risalendo fino ai primissimi successi degli anni settanta. Bowie ci parla in cuffia e ci illustra personalmente alcuni dei suoi eroi musicali come Little Richard o i Velvet Underground. Passando per per i suoi gruppi giovanili, si arriva ben presto ai suoi primi successi: la celeberrima “Space Oddity” (1969) ospita già il primo della lunghissima collezione di personaggi di fantasia che Bowie ci donerà nell’arco della sua carriera, quel Major Tom, l’astronauta disperso nello spazio, che tornerà in “Ashes to Ashes” (1980), in “Hallo Spaceboy” (1995) e nel video di “BlackStar” (2016) nell’ultimo disco; “Life on Mars” rielabora My Way di Sinatra per mezzo di una performance, un abito e un video che sono entrati dritti nel mito; “The Man Who Sold The World” invece non ebbe molto successo, salvo essere rispolverata dai Nirvana molti anni dopo e rientrare di diritto nel repertorio bowiano: qui però se ne ricorda una versione televisiva assolutamente memorabile datata 1979, con abiti più stravaganti che mai e la preziosa collaborazione di Klaus Nomi & Joey Arias.

Nel 1972 Bowie dà vita alla sua creazione più famosa, quel Ziggy Stardust rockstar alieno e androgino che tanta influenza ha avuto nella cultura pop e nell’emancipazione gay: questo viene celebrato con le tutine attillate e oltraggiose progettate da Freddie Burretti e attraverso i ritagli di stampa dell’epoca.
Il percorso descrive come il lavoro di Bowie abbia fin da subito canalizzato i più ampi movimenti nell’ambito dell’arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea. Straordinario il legame che Bowie ha saputo tessere con forme d’arte diversissime quali la musica, il cinema, il teatro, il design e l’arte figurativa.
Fra i migliori memorabilia ricordiamo le creazioni sgargianti di Kansai Yamamoto per il tour di ‘Aladdin Sane’ (1973); il cappotto con la Union Jack disegnato da Bowie assieme a Alexander McQueen per la cover dell’album Earthling (1997); il progetto di scenografia per il Diamond Dogs tour (1974) e per il GlassSpider Tour (1987, io c’ero); la spettacolare spirale dei libri preferiti da Bowie appesa al soffitto; i pupazzi di Tony Oursler che combinano scultura e proiezioni multimediali, utilizzati da Bowie per il concerto-festa di compleanno dei suoi 50 anni (1997) e poi nel video “Where Are We Now” (2013); l’outfit con i volant disegnato da Armani per il Sound & Vision Tour (1990, io c’ero) e quello verde indossato nel tour con i Tin Machine (1991, io c’ero); gli schizzi preparatori di Bowie per il musical “Hunger City” rimasto poi irrealizzato (1974); lo stilofono (strumento giocattolo) suonato nell’album “Space Oddity” (1969) e poi nuovamente in “Slip Away” (2002); l’abito e il sax della famosa foto all’interno del vinile “Pin Ups”; la redingote sdrucita dell’Outside Tour (1996, io c’ero) e il completo elegante dell’Heathen Tour (2002, io c’ero); l’abito del video e della performance di “Hello Spaceboy” (1995) con le caratteristiche scarpe dal tacco a spillo; il piccolo cucchiaino da cocaina che Bowie portava sempre con sé negli anni fra il ’74 e il ’76; lo splendido abito gothic usato per il video “Little Wonder” (1997); il frac-casual del Reality Tour, l’ultima sua tournée dal vivo (2003).

Il sottoscritto è anche un musicante, quanto basta per rimanere affascinato di fronte alle sue partiture scritte pazientemente a mano (e non prive di errori), a rappresentare la sua evoluzione creativa e musicale, ma anche i testi autografi di alcune sue canzoni, composti con le metodologie sperimentali più varie: dalla tecnica del cut-up cara allo scrittore William Burroughs fino al Verbasizer, un software fatto su misura per mischiare parole e frasi in maniera casuale, passando per le Strategie Oblique, le carte del famoso gioco di ruolo creativo ideato da Brian Eno.

Una sala ripercorre in breve la sua carriera di attore: non solo i suoi più importanti film (fu l’indimenticabile alieno de ‘L’uomo che cadde dallo spazio’ ma anche un prigioniero di guerra in ‘Furyo’, fu un gigolò con Marlene Dietrich e Ponzio Pilato per Scorsese, fu Andy Warhol in ‘Basquiat’ o Nikola Tesla in ‘The Prestige’, interpretò sé stesso in ‘Christiane F’ e persino il principe degli gnomi nel cult per ragazzi ‘Labyrinth’), ma anche difficili ruoli in teatro come il ‘Baal’ di Brecht o il deforme John Merrick in ‘Elephant Man’.
Il ritratto che emerge è quello di un artista capace di osservare e reinterpretare la cultura contemporanea con uno sguardo innovatore, capace di tradurre l’alto in basso, di assorbire qualsiasi sorta di riferimento colto, rielaborarlo e restituirlo sotto forma di arte pop.

L’esposizione mi è piaciuta molto, soprattutto perché è strutturata in modo tale che la lettura e la fruizione possano essere molteplici e a più livelli, sia per il fan più accanito che per il visitatore occasionale che conosce Bowie solo superficialmente. Si dà la possibilità a tutti di entrare in contatto con l’universo bowiano attirando l’attenzione visiva e uditiva su una carriera unica ed appassionante, instillando il sacrosanto tarlo della curiosità: l’arte di Bowie è talmente sfaccettata da non poter essere ingoiata in un sol boccone, merita approfondimenti, ascolti, letture, visioni.
L’esposizione, tuttavia, non è stata esente da critiche: non segue un criterio cronologico, trascura interi album, omette completamente il privato (per non parlare del gossip), non risponde alla domanda dell’assunto, ovvero ‘chi è Bowie’.
Tali critiche, a mio avviso, sono fuori fuoco.
Dell’anti-consequenzialità abbiamo detto, e anche l’esaustività, in questo caso, sarebbe pura utopia. Gli album più trascurati sono quelli in cui Bowie è stato meno coinvolto in prima persona, quasi tutti nella seconda parte della carriera: ci sta, evidentemente lui stesso ne era meno affezionato.
Quanto al privato, è un aspetto che può anche essere interessante per approfondire un personaggio, mentre il gossip è soltanto prurigine. Resta il fatto che ambedue gli aspetti prescindono dall’essere artista. L’artista e il personaggio non è detto che debbano coincidere per forza: da che mondo e mondo l’artista va valutato per le sue opere.
Leopardi scrisse poesie d’amore meravigliose ma ebbe una vita amorosa pressoché nulla, Salgari ci raccontò della Malesia o delle Antille senza mai essersi mosso dalla sua Verona (e non aveva certo internet).
Il privato di Bowie è omesso perché non aggiungerebbe nulla alla celebrazione, non aiuterebbe a capire maggiormente la sua arte: il suo essere artista affonda le fondamenta nella più solida e sistematica finzione.

Il senso più grande della mostra è nella frase che campeggia all’ingresso della prima sala: David Bowie non è David Jones.
Egli è stato, come abbiamo visto, molto più di un cantante: musicista, attore, scrittore, designer, produttore, pittore, sceneggiatore, costumista, soprattutto un ideatore di tanti personaggi diversi. Uno che riesce ad essere tutti è chiaro che, alla fine, non sia nessuno di loro: sempre diverso dagli altri, sempre diverso da sé stesso. Pirandellianamente.
Bowie è diventato l’artista che è non grazie alla famiglia di provenienza o alla famiglia che lui stesso ha poi costruito, non grazie al fratello matto che ha avuto oppure alla badante che ha dedicato tutta la vita a lui, ma attraverso la sua personale curiosità, i suoi mille interessi, il suo talento, il suo coraggio, studio, calcolo e voglia di emergere. E tutto traspare molto chiaramente dalle sue opere o dagli oggetti raccolti: non occorre davvero altro. Nella carriera di Bowie il mazzo di chiavi dell’appartamento di Berlino ha contato più di 24 anni di matrimonio con la modella di colore Iman: e infatti le chiavi ci sono, Iman no.
La totale assenza di qualsiasi riferimento privato è stato, forse, l’aspetto che più mi è piaciuto. Questa precisa linea editoriale, sicuramente avallata da lui visto che quando è stata scelta lui era ancora in vita, ha conferito a questa mostra un originale e piacevolissimo senso di festa e di celebrazione. L’arte è l’espressione più alta dell’uomo, e qui siamo di fronte all’arte declinata in tutte le sue forme: un tripudio multicromatico e gioioso, un’esplosione di note che ci accompagna dal momento che entriamo fino all’uscita.
Niente pedanteria, tantomeno lutto o lacrime, perché siamo qui a celebrare non un uomo, che in quanto uomo può morire, ma un’opera, che in quanto opera è eterna.
David Jones fu. David Bowie è.

A fine mostra ci sarebbe stata l’opportunità della ‘Bowie Experience’: un progetto tutto italiano, a cura del Dipartimento Educativo (?) MAMbo, sito al piano di sotto dell’edificio, dove uno staff di truccatori e fotografi è a disposizione per portarti indietro nel tempo trasformandoti in una popstar glam attraverso trucco, maschere, abiti e accessori. Una carnascialata magari anche divertente cui però abbiamo deciso di rinunciare, un po’ per limiti d’età e un po’ perché abbiamo preferito goderci il resto della giornata in giro per la città.
Bologna ci ha regalato due giorni di tempo discreto, solo prima di salutarci ha scatenato pioggia a non finire. Ne abbiamo approfittato, anche perché in questo momento la città dei portici e delle torri sghembe è davvero piena di eventi di ogni tipo e artisti di strada ad ogni angolo: chiassosa di giorno e vivace anche a tarda sera.

A proposito, già che eravamo lì non potevamo esimerci da una visita a casa di quell’altro geniaccio del commendator Domenico Sputo, al numero 15 di Via D’Azeglio…
Poi il ritorno in albergo (ottimo hotel proprio di fronte alla stazione) e treno per casa. Stanchi, molto stanchi, ma assolutamente appagati.
Fabrizio ‘Sir Didymus’ Bellanca



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