DAVID BOWIE E’… ARTE

Diversi anni dopo, David Bowie Is ha rappresentato l’opportunità di trovare riunito in una mostra quel mondo di ispirazioni eterogenee che mi avevano affascinata, e che nel corso degli anni avevano contribuito a qualificare la carriera di Bowie in quanto artista. La sua ineguagliata capacità di saper armonizzare esperienze provenienti dai settori più diversi, dalla cultura artistica “elevata”, alla cultura popolare, senza annacquare il carattere intellettuale della prima e quello genuinamente spontaneo della seconda, ha trovato finalmente riconoscimento in una retrospettiva.
Un articolo apparso sul sito dell’ «Internazionale» pochi giorni fa contestualizzava la mostra all’interno del fenomeno della musealizzazione della cultura pop, che si sta facendo strada negli ultimi anni, e che avrebbe trovato un’espressione ideale proprio in David Bowie Is. Pur mettendo bene in luce una serie di dinamiche indubbiamente coinvolte nella mostra, l’autore dell’articolo accennava solo timidamente all’unicità del caso di Bowie nel panorama della cultura pop – e dell’arte contemporanea. Ma è proprio questa situazione unica nel suo genere ad aver permesso la riuscita della mostra stessa, quale «perfetto punto di equilibrio tra l’estasi collezionista e feticista dei fan e un approccio più critico e curatoriale». Una mostra simile non poteva essere dedicata a nessun altro che a David Bowie.

Nella seconda metà del Novecento, quando il mondo dell’arte aveva ormai pienamente assimilato questi concetti come parte assodata della pratica artistica, i tempi erano maturi perché questo ideale potesse realizzarsi nella maniera più completa nell’attività di un’unica persona. E il fatto che questi non sia stato prevalentemente un pittore, ma piuttosto un musicista, non deve sorprendere, in quanto indubbiamente la musica è stata la forma d’espressione più rappresentativa e rivoluzionaria del secondo Novecento. Bowie l’ha consapevolmente integrata in un programma artistico di più ampio respiro.

La tuta indossata durante la performance a Top of the Pops nel 1972 non è soltanto un indumento, ma parte integrante del personaggio interpretato da Bowie, la vera e propria pelle dell’alieno Ziggy poi tolta, come la muta di un serpente, per indossarne altre, decine di altre, che a distanza di decenni si trovano riunite per la mostra, a testimonianza perpetua delle mirabolanti trasformazioni dell’artista Bowie. Diverse delle sue apparizioni televisive, come anche dei suoi concerti e videoclip, sono considerabili delle vere e proprie performance artistiche. Una delle più sofisticate tra queste fu l’esibizione al Saturday Night Live nel 1979. Di questa performance non rimane soltanto la volubile traccia audiovisiva, ma anche un costume-scultura indossato da Bowie nell’occasione e un’installazione costituita da un peluche rosa con uno schermo televisivo tra le fauci.
L’intera carriera di Bowie è costellata da simili manifestazioni, a creare una più grande Gesamtkunstwerk di cui la musica rappresenta il leitmotiv, costantemente evocato in mostra tramite gli apparati audiovisivi, che garantiscono di non disperdere gli oggetti esposti in un calderone senza logica.
Testimonianza perpetua: proprio questo è diventata ora la mostra, dal momento in cui si è trasformata in un’esposizione itinerante. Si è sancita così definitivamente la volontà di musealizzare l’opera di Bowie, al punto che non sarebbe strano se prima o poi questi oggetti trovassero una loro collocazione definitiva in un museo. Bowie è definitivamente entrato nel luogo deputato al culto dell’arte, con lo stesso diritto degli artisti più rappresentativi di ogni epoca. E come tutti i grandi artisti, è destinato a esercitare la sua influenza sui successori. Solo un accenno può essere fatto in mostra a questa sua già 
Semmai, metterei in luce come la sede di Bologna abbia aggiunto alla mostra un’appendice – Experience Bowie – che, pur nel suo carattere prevalentemente ludico, fa emergere in tempo reale proprio quanto Bowie sia già diventato una fonte d’ispirazione potente per il suo pubblico. Il fascino magnetico esercitato dal suo personaggio comporta l’irresistibile voglia di identificarsi con lui anche solo per un momento, esprimendo la componente artistica della propria personalità. Quello che mi aveva attratta in lui fin dall’inizio, e che forse rappresenta la sua più grande eredità.
Arianna Borga



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