Il diario di Nathan Adler
o l’omicidio artistico-rituale di Baby Grace Blue
Titolo originaleThe Diary of Nathan Adler or the Art-Ritual Murder of Baby Grace Blue
Il racconto che David Bowie pubblicò nel 1995 insieme all’album 1. Outside, realizzato con Brian Eno: i diari fittizi del detective d’arte Nathan Adler, “a non-linear Gothic Drama Hyper-cycle”. Traduzione italiana di Daniele Federici, con la prefazione di Fernanda Pivano (Roma, 1995).
- Vittima
- Baby Grace Blue, 14 anni
- Ora dei fatti
- Venerdì 31.12.1999, 05:47
- Luogo
- Museo delle Parti Moderne, Oxford Town, New Jersey
- Indaga
- Detective Professor Nathan Adler

Documento allegato al fascicolo
Prefazione
di Fernanda Pivano
Biondo, bel viso aristocratico di intellettuale inglese, occhi perversi diversi l’uno dall’altro: così mi apparve David Bowie sulla copertina di un suo album la prima volta che Adriana e Tito Schipa me lo fecero ascoltare tanti anni fa. Sapevo che era stato un Mod di Londra, che aveva lavorato come mimo e ballerino con Lindsay Kemp, che si era lasciato ispirare da “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, che si era fatto fotografare vestito alla Lauren Bacall, che aveva vissuto un terribile dramma con le anfetamine e la cocaina, che aveva scritto una canzone per Andy Warhol, che aveva fatto un film con Marlene Dietrich, che aveva impersonato un extraterrestre nel film concettuale “L’Uomo Che Cadde Sulla Terra“, che aveva letto “City of Night” di John Rechy e i libri di Jack Kerouac, che stimava Neal Cassady e, passaporto per me definitivo, che nel 1974 era diventato amico di William Burroughs e aveva scritto per lui Diamond Dogs.
Ora, 1995, William Burroughs si è riaffacciato nella creatività di David Bowie. Dopo aver cambiato tante volte vena da venir definito “L’Uomo dalle mille facce” o “Mr. Camaleonte”, nel nuovo album OUTSIDE Bowie ha affrontato con Brian Eno la realizzazione elettronica dei cut-up di William Burroughs, i collages letterari da questi usati la prima volta in “Minutes to go” nel 1959 con Brion Gysin e poi nella trilogia degli Anni Sessanta “The Soft Machine” (La morbida macchina), “Nova Express” e “The Ticket That Exploded” (Il biglietto che esplose).
Bowie aveva già provato la tecnica dei cut-up di Burroughs nel 1973 nelle composizioni che sarebbero uscite qualche anno dopo negli album Low, “Heroes” e Lodger; ma per OUTSIDE ha detto in un’intervista: “Ho preparato un nuovo programma nel mio computer capace di mescolare alla rinfusa i miei scritti verso per verso, tre parole per tre parole, e produrre composizioni di immagini e descrizioni del tutto diverse da quello che avevo programmato; una specie dei cut-up di Bill Burroughs da macchina elettronica. Ho fatto in pochi secondi quello che dal 1973 avevo fatto con colla e forbici”. L’influenza di Burroughs non si limita alla tecnica compositiva.
Nel narrare la storia di OUTSIDE, intitolata da lui “I diari fittizi del detective Nathan Adler” (col sottotitolo “L’Assassinio rituale artistico di Baby Grace Blue”), Bowie ha detto che “è stata per lui una rivelazione ritornare ai personaggi musicali dopo non aver lavorato in quello stile dal Thin White Duke del 1976. Anche la strana località scelta, New Oxford Town, alludeva chiaramente alla rovina psichica che era Diamond Dogs”. OUTSIDE vuole dunque rivelare che cos’è un outsider e per farlo racconta la storia del “detective d’arte Nathan Adler e delle sue investigazioni in una serie di cosiddetti assassinii rituali d’arte, scippi concettuali e altri vari e caotici misfatti”.
E’ una storia che non si svolge più, come ci ha abituati Bowie, nello spazio della fantascienza, o nel suo caro mondo androgino, o nella invenzione del suo video pop ma nelle drammatiche, a volte sadiche, a volte macabre, fantasie di Burroughs. Sono le fantasie definite nella letteratura americana “neo-gotiche”: il dramma dell’orrore, inventato secoli fa dagli scrittori inglesi e risuscitato in America oltre che nella narrativa popolare, in una certa letteratura del Sud, spesso in William Faulkner o in Carson McCullers o in William Goyen o più di recente in Joyce Carol Oates.
Così la prima parte del diario racconta il dissezionamento della quattordicenne Baby Grace, nelle cui braccia vengono infilati sedici aghi ipodermici che vi inseriscono agenti coloranti mentre il diciassettesimo ne estrae tutto il sangue, lo stomaco viene squartato, gli intestini asportati e appesi all’ingresso del Museo di Parti Moderne. Questo era certamente un omicidio, ma era arte? si chiede l’investigatore, che si considera uno hacker, un disturbatore di computers.
Nel descrivere il prossimo delitto, Nathan Adler cita i rituali di sangue di Hermann Nitsch, leader del Wiener Aktionismus, e parla di un luogo dove si può assistere alla rimozione di pezzi di corpo umano sotto anestetico; nel successivo parla di un artista eroinomane e sieropositivo che si infila aghi da calza nella fronte ridotta a una corona di sangue e di un negro al quale viene scalpellato il dorso. A questo punto l’artista dichiara di occuparsi dei problemi di chi si odia, soffre, guarisce e si redime.
Prima della redenzione Bowie presenta il Centro Caucasico del Suicidio con la sua sacerdotessa RAMONA; poi una gamba di donna bianca che sporge da un bagno di smalto nero, due neonati incollati l’uno all’altro coperti di perle con la colla che impedisce alla pelle di respirare e li fa morire, uno stilista che disegna cappelli per Vogue coprendo le facce delle modelle di mosche o vespe morte e teste di vitelli scuoiati con le lingue penzoloni. Era questa arte? si chiede l’investigatore; ma, dice, i surrealisti considererebbero antiquata l’opera.
Queste di Bowie sono immagini neogotiche, risolte con la tecnica del cut up di Burroughs; di lui non sono presenti però i riferimenti sessuali ai quali ci ha abituato, per esempio coi suoi fascinosi efebi dai capezzoli rosati, impiccati col pene eretto nell’ultimo orgasmo. Ma le poesie, le liriche del disco, sono bellissime, da grande poeta, con versi stagliati nella disperazione come lo sono i cut-up di Burroughs.
La sua abilità non gli viene dalla scuola ma dalle sue traumatiche esperienze di vita: da quando a dodici anni il fratello maggiore gli ha fatto leggere Jack Kerouac e conoscere Neal Cassady, Bowie si è chiuso in se stesso e, ha detto in un’intervista, si è sentito “emarginato a causa dell’indifferenza dei genitori: questo mi ha fatto scattare la voglia di rompere con i tabù. Il grigiore e il perbenismo mi infastidivano. Mi immaginavo di essere come Neal Cassady”. Così a quindici anni abbandonò la scuola e da autodidatta attraversò il mondo; e entrò nel caos dell’ambiguità sessuale, uno dei temi base della sua vita e della sua poesia.
“Ero una persona molto triste” dice nelle interviste. Nei suoi versi, intrisi di significati oscuri, riversò i suoi dubbi verso se stesso, e da personaggio “rock” quale si trovò ad impersonare, cercò di esprimere le emozioni pure che lo assillavano, mentre spiegava nelle interviste: “Ciascuno crea il suo doppio e poi lo riempie di tutte le sue colpe e poi lo distrugge… Mi sembrava più facile vivere attraverso un altro io. Il problema era che così sfumava il confine tra normalità e follia”.
Nel caos sessuale e esistenziale nel quale si dibatteva (attento alla massima di Burroughs: “C’era un senso nel rispondere con il caos a quei tempi caotici”, e attentissimo alle espressioni poetiche dei suoi contemporanei, specialmente Bob Dylan e Jim Morrison, grandi poeti più ancora che grandi compositori), infranse in modo personalissimo la barriera tra arte alta e arte bassa. Si scoprì simbolista, disse: “Per un simbolista, che è quello che sono io, personaggi e situazioni sono manifestazioni di cose che non si possono spiegare”.
Si dedicò alla ricerca di se stesso, a risolvere il suo senso di solitudine, a spiegare che quando ha parlato di alieni non alludeva ai personaggi della fantascienza ma agli individui che sono alieni gli uni agli altri, come lui si sentiva alieno nella sua famiglia. Continuò a credere in Dio. “Molte mie canzoni sembrano preghiere: preghiere di riuscire a trovare l’unità di me stesso. Ho una fiducia incrollabile nell’esistenza di Dio. La mia vita è stata una continua ricerca del mio tenue legame con Dio. Mi sentivo solo perché avevo abbandonato Dio”. Così “l’uomo dalle mille facce” ha affermato: “L’ultima incarnazione che voglio incontrare faccia a faccia è me stesso”.
In questo OUTSIDE, che noi certo speriamo non sarà “l’ultima incarnazione”, riversa in liriche tragiche la sua sfiducia nel domani: qualunque cosa sia ad accadere, canta, è oggi che accade, e comunque accade fuori, fuori dalla nostra portata, fuori di noi. Con questa premessa invoca un futuro che non c’è per lui che ha perso la strada e crede di essere già nella tomba in un fantastico abisso di morte… Povera anima, continua, non seppe mai che cosa lo aveva colpito, e fu un bel colpo: parla il suo cervello, ma la volontà di vivere è morta e le preghiere non arrivano così lontano. A ucciderlo, forse, è il caos in cui vive senza sapere se gli piacciono le ragazze o i ragazzi. Qui si vive di ora in ora, canta, si prende quello che si può: è una vita che riconosce la morte inodore, non c’è inferno, non c’è vergogna: una vita nell’ombra della vanità. Signore, invoca Bowie, tirami fuori di qui, suona la campana: va tutto bene, il 20° secolo muore. Ecco la tua ombra sulla mia parete, continua, ecco cosa avrei potuto essere se non avessi strappato il tessuto, se il tempo non si fosse fermato, se avessi pagato il conto. Stare lontano dal futuro, fuggire dalla luce, stare fermi nel proprio angolo, non confidare a Dio i propri piani: non c’è controllo, ogni singola mossa è incerta, non posso controllare il mio destino.
Cala l’ansietà, continua Bowie, avevamo tanti desideri, al principio, ma abbiamo vissuto vite insopportabili. La rivelazione arriva nel modo più strano: voglio venire in fretta e morire. Dove sono finiti i fiori, canta riprendendo un tema caro agli Anni Sessanta. Fino alla conclusione drammatica, forse (purtroppo) autobiografica: “Non c’è ritorno”. Sono liriche tragiche, ripeto, bellissime, da grande poeta, intrise di una sofferenza che è sempre il prezzo della poesia: la sofferenza che lo accomuna ai suoi grandi compagni di strada, come lui forse più poeti che compositori.
Fernanda PivanoRoma, 1-14 agosto 1995
Registro indagini · 9 annotazioni
Il diario
Le annotazioni seguono l’ordine di Bowie, non quello del calendario: dal 31 dicembre 1999 il detective torna al 1994 e al 1977. Scegli la lingua dal selettore “Leggi in”; l’indice a lato segue la lettura.
- Data
- 31.12.1999
- Ora
- 05:47 (ora dei fatti)
- Luogo
- Museo delle Parti Moderne, Oxford Town, NJ
- Salto temporale
- Inizio del fascicolo
Un iper-ciclo di dramma gotico non lineare
Fu esattamente alle 5:47 del mattino di venerdì 31 dicembre 1999 che un pluralista dall’animo tenebroso iniziò la dissezione della quattordicenne “Baby Grace”.
Le braccia della vittima erano state trasformate in un puntaspilli da 16 aghi ipodermici, che vi pompavano quattro conservanti principali, coloranti, fluidi per il trasporto delle informazioni mnemoniche e una specie di roba verde.
Dal diciassettesimo, l’ultimo, furono estratti tutto il sangue e tutti i liquidi. L’addome fu aperto con cura a lembi e gli intestini furono asportati, districati e, per così dire, rilavorati a maglia in una piccola rete, o ragnatela, poi appesa tra i pilastri del luogo del delitto: il grande portale umido del Museo delle Parti Moderne di Oxford Town, New Jersey. Gli arti di Baby furono quindi staccati dal torso.
In ogni arto fu impiantato un piccolo, sofisticatissimo traduttore di codice binario, collegato a sua volta a minuscoli altoparlanti fissati all’estremità di ciascun arto.
Vennero poi attivati i mini amplificatori autonomi, che amplificarono le sostanze decodificate di trasporto delle informazioni mnemoniche: queste si rivelarono piccoli haiku-indizio, brevi versi che descrivevano nel dettaglio ricordi di altri atti brutali, ben documentati dai ROMbloids.
Gli arti e i loro componenti furono poi appesi alla ragnatela distesa, come prede simili a limacce di qualche creatura inimmaginabile.
Il torso era stato infilato, attraverso il suo orifizio più basso, su un piccolo sostegno fissato a una base di marmo. Lo si vedeva più o meno bene a seconda del punto in cui ci si trovava, dietro la ragnatela ma davanti alla porta stessa del Museo, e faceva al tempo stesso da significante e da guardiano dell’atto.
Era senz’altro un omicidio, ma era arte?
Tutto questo si sarebbe rivelato il preludio all’evento più provocatorio dell’intera serie di eventi seriali cominciata verso novembre di quello stesso anno, che mi aveva precipitato nel più minaccioso abisso di caos che un tranquillo hacker solitario come me potesse concepire.
Mi chiamo Nathan Adler, o Detective Professor Adler nel mio giro. Sono in forze alla divisione di Art-Crime Inc., la società istituita di recente e finanziata con un fondo del Protettorato delle Arti di Londra, nella convinzione che l’indagine sui crimini d’arte fosse di per sé inseparabile dalle altre forme d’espressione e quindi degna del sostegno di questo autorevole ente.
Nicholas Serota in persona aveva ritenuto noi, i pesci piccoli della divisione, degni di una mostra alla Biennale di Venezia dell’anno scorso: tre sale di prove e di studi comparativi che dimostravano in modo definitivo come la mucca di “The Innocent Eye Test” di Mark Tansey non riuscisse a distinguere tra “Il giovane toro” di Paulus Potter, del 1647 (esattamente 300 anni prima che nascessi io, tra l’altro), e uno dei covoni di grano dipinti da Monet negli anni Novanta dell’Ottocento.
La stampa d’arte tra-dizionale giudicò questa estrapolazione “una stronzata” e se ne andò a studiare le idee più formali contenute nella “Pecora in una scatola” di Damien Hirst.
L’arte è un’aia. Il mio lavoro è frugare nel letamaio in cerca di grani di pepe.
A non-linear Gothic Drama Hyper-cycle
It was at precisely 5:47 am on the morning of Friday 31 of December 1999 that a dark spirited pluralist began the dissection of 14-year-old “Baby Grace”.
The arms of the victim were pin-cushioned with 16 hyperdermic needles, pumping in four major preservatives, colouring agents, memory information transport fluids and some kind of green stuff.
From the last and 17th, all blood and liquid was extracted. The stomach area was carefully flapped open and the intestines removed, disentangled and re-knitted as it were, into a small net or web and hung between the pillars of the murder-location, the grand damp doorway of Oxford Town Museum of Modern Parts, New Jersey. The limbs of Baby were then severed from the torso.
Each limb was implanted with a small, highly sophisticated, binary-code translator which in turn was connected to small speakers attached to far ends of each limb.
The self-contained mini amplifiers were then activated, amplifying the decoded memory info-transport substances, revealing themselves as little clue haikus, small verses detailing memories of other brutal acts, well documented by the ROMbloids.
The limbs and their components were then hung upon the splayed web, slug-like prey of some unimaginable creature.
The torso, by means of its bottom-most orifice, had been placed on a small support fastened to a marble base. It was shown to varying degrees of success depending upon where one stood from behind the web but in front of the Museum door itself, acting as both signifier and guardian to the act.
It was definitely murder - but was it art?
All this was to be the lead-up to the most provocative event in the whole sequence of serial-events that had started around November of that same year, plunging me into the most portentous chaos-abyss that a quiet lone-hacker like myself could comprehend.
My name is Nathan Adler, or Detective Professor Adler in my circuit.
I’m attached to the division of Art-Crime Inc., the recently instigated corporation funded by an endowment from the Arts Protectorate of London, it being felt that the investigation of art-crimes was in itself inseparable from other forms of expression and therefore worthy of support from this significant body.
Nicolas Serota himself had deemed us, the small-fry of the division, worthy of an exhibit at last year’s Bienniale in Venice, three rooms of evidence and comparative study work which conclusively proved that the cow in Mark Tansey’s “The Innocent Eye Test” could not differentiate between Paulus Potter’s “The Young Bull” of 1647 (exactly 300 years before I was born, incidentally) and one of Monet’s grain stack paintings of the 1890’s.
The trad-itional art press deemed this extrapolation “bullshit” and removed itself to study the more formal ideas contained in Damien Hirst’s “Sheep In A Box”.
Art’s a farmyard.
Its my job to pick thru the manure heap looking for peppercorns.
- Data
- 31.12.1999
- Ora
- 10:15
- Luogo
- n.d.
- Salto temporale
- Nessuno
Venerdì 31 dicembre 1999, 10:15
Come in ogni crimine, la mia prima mossa è inseguire il movente-trovata. La recente ondata di scippi concettuali, dall’89 al ’99, mi aveva praticamente fatto trattenere il fiato in attesa di un omicidio d’arte. Era un crimine il cui momento era arrivato. I precedenti c’erano tutti. Probabilmente era cominciato tutto negli anni ’70, con i castrazionisti viennesi e i rituali di sangue di Nitsch. Il disgusto del pubblico chiuse quel capitolo, ma un buon ghoul non lo tieni sottoterra a lungo.
Sull’onda di Chris Burden, che si era fatto sparare da un collaboratore in una galleria, chiudere in un sacco, gettare su un’autostrada e poi crocifiggere sul tetto di una Volkswagen, tra i neon malsani della notte newyorkese circolavano voci su un giovane artista coreano che si era autoproclamato paziente di interventi chirurgici a notte fonda, operazioni taglia-e-fuggi in luoghi non troppo segreti della città. Se lo venivi a sapere, potevi andare a guardare questo tizio mentre si faceva asportare pezzi sotto anestesia. Una falange una notte, un arto un’altra. All’alba degli anni ’80 si diceva che fosse ridotto a un torso e un braccio.
Aveva chiesto di essere lasciato in una grotta sui monti Catskill, nutrito di tanto in tanto dai suoi accoliti. Dopo non fece più granché. Immagino che leggesse molto. Forse scrisse parecchio. Suppongo che non si possa mai sapere che cosa farà un artista una volta toccato l’apice.
Più o meno nello stesso periodo, Bowie, il cantante, notò un paio di tipacci che frequentavano i bar di Berlino in completa tenuta da sala operatoria: cuffie, grembiuli, guanti di gomma e mascherine. L’avanguardia più tagliente. Poi arrivò Damien Hirst con la faccenda dello squalo, della mucca e della pecora. Niente esseri umani, un rituale digeribile per il pubblico di tutto il mondo. Il volto presentabile dello splatter.
Intanto negli Stati Uniti, nel 1994, mi trovavo in città la notte delle scarificazioni di Athey.
Friday, December 31, 1999, 10:15am
As in any crime, my first position is to pursue the motive-gag.
The recent spate, thru 89-99, of concept-muggings pretty much had me pulling breath for an art-murder. It was a crime whose time was now. The precedents were all there.
It had probably its beginnings in the ’70s with the Viennese castrationists and the blood-rituals of the Nitsch.
Public revulsion put the lid on that episode, but you cant keep a good ghoul down.
Spurred on by Chris Burdens having himself shot by his collaborator in a gallery, tied up in a bag, thrown on a highway and then crucified upon the top of a Volkswagen, stories circulated through the nasty-neon of NY night that a young Korean artist was the self-declared patient of wee-hours surgery in cut and run operations at not-so-secret locations in the city. If you found out about it, you could go and watch this guy having bits and pieces removed under anaesthetic. A finger-joint one night, a limb another.
By the dawning of the ’80s, rumor had it that he was down to a torso and one arm.
He’d asked to be left in a cave in the Catskills, fed every so often by his acolytes. He didn’t do much after that.
I guess he read a lot. Maybe wrote a whole bunch.
I suppose you never can tell what an artist will do once he’s peaked.
Round this same time, Bowie the singer remarked on a coupla goons who frequented the Berlin bars wearing full surgery regalia: caps, aprons, rubber gloves and masks. The cutting edge. Then came Damien Hirst with the Shark-Cow-Sheep thing.
No humans, palatable ritual for the worldwide public.
The acceptable face of gore.
Meanwhile in the US, 1994, I was in town on the night of the Athey scarifications.
- Data
- 27.10.1994
- Ora
- n.d.
- Luogo
- 122 East Village, Manhattan
- Salto temporale
- ↶ indietro di 5 anni
Giovedì 27 ottobre 1994122 East Village, Manhattan
Ron Athey, performer non adatto agli stomaci delicati: ex eroinomane, sieropositivo, si conficca ripetutamente nella fronte quello che sembra un ferro da calza, una corona di sangue, deve fare un male cane. Rivolo rosso, goccia a goccia. Nessun urlo. Il viso si contrae dal dolore. Lo portano in fondo al palco e lo strofinano col suo stesso sangue. Poi acqua. Ora indossa un bel completo con la cravatta. Ora, in maglietta nera e jeans, incide con un bisturi usa e getta dei disegni sulla schiena di Darryl Carlton, un uomo nero. I fogli di carta assorbente, tamponati di sangue, vengono poi appesi a un filo da bucato teso sopra le teste del pubblico. Stampe di sangue dal vero. Un’edizione limitatissima. Quando fu rappresentato per la prima volta, lo scorso marzo, “Four Scenes in a Harsh Life” (Quattro scene di una vita dura) scagliò schegge di polemica in tutto il National Endowment for the Arts. “Abbiamo preso ogni precauzione con i nostri sistemi di smaltimento”, ha dichiarato un portavoce di Athey. “I fogli sporchi di sangue vengono subito chiusi in sacchi per rifiuti pericolosi. Ogni sera il materiale sarà portato in un ospedale per lo smaltimento definitivo.” Athey dice di affrontare i temi dell’odio per sé stessi, della sofferenza, della guarigione e della redenzione.
Thursday, October 27, 1994122 East Village, Manhattan
Ron Athey, performance artist not for the squeamish - former heroin addict-HIV positive, pushes what looks like a knitting needle repeatedly into his forehead, a crown of blood, must hurt like hell.
Stream red dribble-dribble. No screams. Face moves in pain.
Carried upstage and scrubbed down in his own blood. Then water. Now dresses in nice suit and tie. Now in black T-shirt and jeans, carving, with a disposable scalpel, patterns, into the back of Darryl Carlton, a black man. Bloody blotted paper towels then hung on a washing line suspended over the heads of the audience. Blood-prints from life.
An extremely limited edition. When it was first performed back in March, “Four Scenes In A Harsh Life” exploded controversy shrapnel through-out the National Endowment For the Arts. ‘
We have taken every precaution with our disposal systems,” an Athey spokes-person said. “The towels containing the blood are immediately deposited in hazardous-waste bags.
Each evening, the material will be driven to a hospital for final disposal.”
Athey says he is dealing with issues of self-loathing, suffering,healing and redemption.
- Data
- 31.12.1999
- Ora
- 10:30
- Luogo
- Museo delle Parti Moderne
- Salto temporale
- ↷ avanti di 5 anni
Venerdì 31 dicembre 1999, 10:30Museo delle Parti Moderne
Mi bevo i fumi di Oxford Town, New Jersey. Salati e acidi. Forse riuscirò a venire a capo di questa faccenda una volta tornato all’ufficio, a Soho. Un tempo era lo studio di Rothko, ora è il parco giochi di tutti noi di Art-Crime, gli AC, o “gli imbrattatele”, come ci chiamano. Proprio lì Rothko, una notte di sbronza cupa e profonda, si tolse con cura i vestiti, li piegò in ordine posandoli su una sedia, si stese sul pavimento in posizione di crocifisso e, dopo diversi tentativi, trovò la morbida pompa blu dei polsi e se ne andò. Aveva tenuto le lamette avvolte in batuffoli di carta velina per non tagliarsi le dita. Uno che pensava a fondo. Lo era sempre stato.
Friday December 31, 1999, 10:30amMuseum of Modern Parts
I’m drinking up the Oxford Town, New Jersey fume. Salty and acid. Maybe I can get a handle on this thing back in Soho at the bureau. It used to be Rothko’s studio, now the playground for all us Art-Crime folk, AC’s or “the daubers” as we’re dubbed. Rothko himself, in a deep-dark-drunk one night, carefully removed his clothes, folded them up neatly, placing them upon a chair, lay upon the floor in a crucified position and after several attempts, found the soft blue pump of his wrists and checked out. He’d held the razor blades between wads of tissue paper so that he wouldn’t cut his fingers. Deep thinker. Always was.
- Data
- 31.12.1999 (dedotta)
- Ora
- 11:00
- Luogo
- Quartier generale degli “imbrattatele”, Soho
- Salto temporale
- Nessuno
11:00Quartier generale degli “imbrattatele”, Soho
Gli unici nomi che la banca dati riesce ad associare a Baby Grace sono Leon Blank, Ramona A. Stone e Algeria Touchshriek. I profili sono brevi, ma non vanno al punto:
Ramona A. Stone Donna. Caucasica. Sui 45 anni. Spacciatrice assertiva di droghe da mantenimento-interesse e futurista tirannica. Nessuna condanna. Contatti: Leon Blank, Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
Leon Blank Uomo. Origini miste. 22 anni. Outsider. Tre condanne per furto semplice, appropriazione e plagio senza licenza. Contatti: Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
Algeria Touchshriek Uomo. Caucasico. 78 anni. Proprietario di un piccolo esercizio a Rail Yard, Oxford Town, NJ. Commercia in droghe d’arte e stampe di DNA. Ricettatore di apparizioni di ogni medium. Innocuo, solitario.
Un piccolo ingranaggio, nessuna ruota. Non c’è molto su cui lavorare, ma R.A. Stone mi pesa sulla memoria. Nessun problema. Tornerà a galla. La cosa migliore adesso è dare in pasto tutti i pezzi rilevanti al Mack-Verbasiser, il programma metacasuale che ricompone i fatti della vita reale in im-probabili fatti virtuali. Potrei ricavarne una pista o due.
11:00am“Dauber” HQ, Soho
The only names the Data bank can associate with Baby Grace are Leon Blank, Ramona A. Stone and Algeria Touchshriek. The rundowns are brief but not to the point:
Ramona A Stone Female. Caucasian. Mid-40s. Assertive maintenance interest-drug dealer and Tyrannical Futurist. No convictions. Contacts: Leon Blank, Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
Leon Blank Male. Mixed Race. 22 years. Outsider. Three convictions for petty theft, appropriation and plagiarism without license. Contacts: Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
Algeria Touchshriek Male. Caucasian. 78 years. Owner of small establishment on Rail Yard. Oxford Town, NJ. Deals in art-drugs and DNA prints. Fence for all apparitions of any medium. Harmless, lonely.
Small cog, no wheels. Not much to go on but R.A. Stone weighs heavy on my memory. No problem. It’ll come back.
Best thing to do now is feed all relevant pieces into the Mack-Verbasiser, the Metarandom programme that re-strings real life facts as im-probable virtual-fact.
I may get a lead or two from that.
Allegato B · dalla banca dati di Art-Crime Inc.
Fascicolo personaggi
Schede compilate soltanto con quanto riportato nel diario: i profili della banca dati (annotazione n. 05, ore 11:00, Soho) e i fatti delle altre annotazioni. Dove il testo tace, la scheda resta vuota. La scheda 6 viene dall’album, non dal diario. Passa sopra una foto per svilupparla a colori, toccala per ingrandirla.
Nathan Adler
- Qualifica
- Detective Professor Adler “nel mio giro”
- Divisione
- Art-Crime Inc., finanziata con un fondo del Protettorato delle Arti di Londra
- Nascita
- 1947, “esattamente 300 anni” dopo “Il giovane toro” di Paulus Potter (1647)
- Sede
- Soho, un tempo lo studio di Rothko
Di sé“Un tranquillo hacker solitario” (annotazione n. 01).
Baby Grace Blue
- Età
- 14 anni
- Ora dei fatti
- Venerdì 31.12.1999, 05:47
- Luogo
- Il grande portale umido del Museo delle Parti Moderne, Oxford Town, New Jersey
- Contatti
- Per la banca dati: Leon Blank, Ramona A. Stone, Algeria Touchshriek
Reperto n. 17Dal diciassettesimo ago, l’ultimo, “furono estratti tutto il sangue e tutti i liquidi”.
Ramona A. Stone
- Sesso
- Donna
- Origini
- Caucasica
- Età
- Sui 45 anni
- Attività
- Spacciatrice assertiva di droghe da mantenimento-interesse e futurista tirannica
- Condanne
- Nessuna
- Contatti
- Leon Blank, Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
PrecedentiBerlino, 1977: sacerdotessa del no-future del Tempio del suicidio caucasico. Poi, dopo un intervento chirurgico e una maschera antiproiettile, a London (Canada) come titolare di una catena di gioiellerie di parti del corpo.
Leon Blank
- Sesso
- Uomo
- Origini
- Origini miste
- Età
- 22 anni
- Profilo
- Outsider
- Condanne
- Tre: furto semplice, appropriazione e plagio senza licenza
- Contatti
- Baby Grace Blue, Algeria Touchshriek
NotaNella sessione fotografica del 1995 questo ritratto è intitolato “Leon Blank, detto Spaceboy, detto Paddy”. Vedi scheda 6.
Algeria Touchshriek
- Sesso
- Uomo
- Origini
- Caucasico
- Età
- 78 anni
- Attività
- Piccolo esercizio a Rail Yard, Oxford Town, NJ. Commercia in droghe d’arte e stampe di DNA. Ricettatore di apparizioni di ogni medium
- Condanne
- non indicate
- Contatti
- non indicati
Valutazione“Innocuo, solitario.”
Paddy
- Ruolo
- Informatore di Nathan Adler
- Nell’album
- Canta “Hallo Spaceboy”
- Nel diario
- Non compare in queste annotazioni
NotaNella sessione fotografica del 1995 il ritratto col cappuccio è intitolato “Leon Blank, detto Spaceboy, detto Paddy”. Vedi scheda 4.
Fonte: album 1. Outside (1995), non il diario.
Contatti dichiarati
La freccia parte dalla scheda che dichiara il contatto. La scheda di Algeria Touchshriek non ne indica. Passa sopra un nome per isolarne i legami.
Reperti fotografici non schedati
Fotografie: sessione di 1. Outside, 1995.
- Data
- 31.12.1999 (dedotta)
- Ora
- 11:15
- Luogo
- n.d.
- Salto temporale
- Nessuno
11:15
Gesù santo. Odio battere a macchina. Comunque, dal Mack-random abbiamo tirato fuori dei solventi davvero interessanti. Guardate qua! Download del Verbasiser, primo blocco:
Nessuna condanna di santi assertivi credeva caucasico fuori di testa tirannico non evocava immagini descriveva santi cristiani domande nessuna macchina cristiana femmina credeva nessun lavoro è caucasico santi assertivi credevano femmina descriveva domande cristiane tiranniche R.A. Stone condanne martiri e tirannici sono evocati Femmina descriveva domande sadomasochiste Io sono suicidio descriveva la macchina tessuto Squarciando santi fuori di testa e martiri e gettati giù per le scale
Ora comincia il vortice. Ora la pila di immagini si ingorga e prende il centro della scena. Ramona A. Stone, ricordo questa densità, questo pensiero liquido e sciropposo. Ma aspetta, sto correndo troppo.
11:15am
Jesus Who. I hate typing. Anyhow, we’ve got some real interesting solvents from Mack-random. How about this! Verbasiser down-load, first block:
No convictions of assertive saints believed Caucasian way-out tyrannical evoked no images described Christian saints questions no female christian machine believed no work is caucasian assertive saints believed female described christian tyrannical questions R.A. Stone convictions martyrs and tyrannicals are evoked Female described sado-masochist questions I am suicide described the fabric machine Slashing way out saints and martyrs and thrown downstairs
Now the swirl begins. Now the image stack backs up and takes center stage. Ramona A. Stone, I remember this thickness, this treacly liquid thought. But wait, I’m ahead of myself.
Allegato C · programma metacasuale
Mack-Verbasiser
Alle 11:00 Nathan Adler dà in pasto i fatti al Mack-Verbasiser, “il programma metacasuale che ricompone i fatti della vita reale in im-probabili fatti virtuali”. Questa macchina fa lo stesso con il testo del diario: lo taglia tre parole per tre parole, come Bowie racconta nella prefazione, e lo rimescola. Tocca una sola colonna per ritagliare solo quella.
Mack-random · taglio a tre parole
Stampa dei tagli
- Le righe tagliate finiscono qui.
Il primo bloccoIl vero download del Verbasiser, riportato da Nathan Adler alle 11:15 (annotazione n. 06)
No convictions of assertive saints believed Caucasian way-out tyrannical evoked no images described Christian saints questions no female christian machine believed no work is caucasian assertive saints believed female described christian tyrannical questions R.A. Stone convictions martyrs and tyrannicals are evoked Female described sado-masochist questions I am suicide described the fabric machine Slashing way out saints and martyrs and thrown downstairs
Download del Verbasiser, primo blocco:Nessuna condanna di santi assertivi credeva caucasico fuori di testa tirannico non evocava immagini descriveva santi cristiani domande nessuna macchina cristiana femmina credeva nessun lavoro è caucasico santi assertivi credevano femmina descriveva domande cristiane tiranniche R.A. Stone condanne martiri e tirannici sono evocati Femmina descriveva domande sadomasochiste Io sono suicidio descriveva la macchina tessuto Squarciando santi fuori di testa e martiri e gettati giù per le scale
- Data
- 15.06.1977
- Ora
- 02:00 (circa)
- Luogo
- Kreuzberg, Berlino
- Salto temporale
- ↶ indietro di 22 anni
15 giugno 1977Kreuzberg, Berlino
Sono le due del mattino. Non riesco a dormire per le urla di un povero immigrato turco emarginato che si sgola dall’altra parte della strada. Il suo strillo rauco sembra mezzo soffocato, come se avesse un cuscino sulla bocca. Ma la disperazione attraversa la gommapiuma come un coltello. Taglia l’aria e mi martella i timpani.
Faccio due passi oltre la macchina tessuto, giro a sinistra in una strada senza nome. Il centro suicidi caucasico, nudo e lurido, stagliato contro lampioni giallo fungo femmina che squarcia santi fuori di testa a un dollaro a botta gettati giù per le scale se non ne puoi più. Pura gioia della ritirata nella morte, guidata dalla pastorella. Manifesti contro il meticciato incollati sul loro altare di icone pop-morte gente da festa. Uno zero senza nome guarda con occhi spenti verso Ms. Stone, il ronzio che dice “nel futuro, tutto dipendeva da sé stesso”. Già. Ricordo Ramona. Si era insediata come sacerdotessa del no-future del Tempio del suicidio caucasico, e vomitava la sua dottrina della morte-come-festa-eterna nelle teste vuote della gioventù berlinese. Le stanze all’ultimo piano erano i varchi per rendere l’anima allo Spirito Santo. Deve aver presieduto a più di 30 o 40 check-out prima che la squadra locale mangiasse la foglia.
June 15, 1977Kreutzburg, Berlin
Its two in the morning. I can’t sleep fro the screaming of some poor ostracized Turkish immigrant screaming his guts out from over the street. His hawking shriek sounds semi-stifled like he’s got a pillow over his mouth. But the desperation comes through the spongy rubber like a knife.
It cuts the breeze and bangs my eardrums.
I take a walk past the fabric machine, turn left onto a street with no name. The caucasian suicide center, naked and grimy, silhouetted by fungus yellow street lamps female slashing way-out saints for a dollar a time thrown downstairs if you can’t take any more.
Pure joy of retreat into death, led by the shepherdess.
Anti mixed-race posters pasted upon their altar of pop-death icons party people. A zero with no name looks dull-eyed to Ms. Stone, the drone that says “in the future, everything was up to itself”. Yea.
I remember Ramona. She set herself up as the no-future priestess of the Caucasian Suicide Temple, vomiting out her doctrine of death-as-eternal-party into the empty vessels of Berlin youth.
The top floor rooms were the gateways to giving up to the holy ghost. She must have overseen more than 30 or 40 check-outs before the local squad twigged what was going down.
- Data
- 28.10.1994
- Ora
- n.d.
- Luogo
- n.d.
- Salto temporale
- ↷ avanti di 17 anni
28 ottobre 1994
Rivista New Yorker, copia in anteprima, un numero dedicato alla moda. È il primo del genere da quando Tina Brown ne ha preso la direzione. È bastata un’occhiata.
Ha preso il look e ci ha scritto sopra un nuovo vangelo su che cosa i sofisti-mondani avrebbero preso e sfornato. Guy Bourdin ha un ruolo di primo piano in questa nuova ediPORTATA.
Con l’avvento dell’AIDS e della nuova morale, e naturalmente con la sua morte, il suo stile cupo, sexy e fatale era passato di Vogue.
Fotografo intransigente, aveva trovato un sentiero tortuoso tra desiderio e morte. Una gamba bianca di donna che spunta cupa da una vasca di smalto liquido nero.
Due pupe incollate e coperte di minuscole perle. La colla impediva alla pelle di respirare e svengono.
“Oh, sarebbe bellissimo”, pare abbia detto, “fotografarle morte nel letto.” Era un Guy francese. Aveva conosciuto Man Ray. Amava Lewis Carroll. Il suo primo lavoro fu occuparsi dei cappelli per Vogue. Metteva mosche o api morte sui volti delle modelle, oppure: testa di donna con cappello schiacciata sotto tre teste di vitello scuoiate, lingue penzoloni.
Che cos’era? Belle arti? I surrealisti avrebbero potuto persino trovarlo passé.
Be’, erano gli anni ’50, ecco cos’era. Gli anni ’50 col colletto stretto, visti attraverso un’ostilità indicibile.
Voleva dipingere, ma non ci riusciva. Così scagliava grumi di odio vendicativo sulle sue giovani modelle. Staccava sistematicamente il filo del telefono dal muro. Non doveva essere disturbato, mai.
Disturbato. Mai.
Tutto e tutti morivano intorno a lui. Si diceva che un servizio incentrato su una donna distesa a letto ricostruisse la morte della moglie, da cui si era separato. In un’altra foto c’è una donna in una cabina telefonica che fa una telefonata concitata.
La mano è premuta, bianca, contro il vetro. Dietro di lei, all’esterno, due corpi di donna in parte coperti dalle foglie d’autunno. Il suo sogno, raccontava agli amici, era fare servizi all’obitorio, con i cadaveri come manichini. Non so. Io leggo e basta. Ora il suo spirito stava risorgendo.
Il sangue ci sconcerta. Ora è il nostro nemico.
Non lo capiamo. Non possiamo conviverci.
Non possiamo, be’… hai capito, no?
October 28, 1994
New Yorker magazine, advance copy, celebrating fashion. It’s a first of a kind since Tina Brown took over as editor.
One look is all it took.
It took the look and wrote a new book on what sophi-staplites would take and bake.
Guy Bourdin featured heavily in this new eDISHion.
Since the advent of AIDS and the new morality, and, of course his death, his dark sexy fatal style had fallen out of Vogue.
An uncompromising photographer, he had found a twisty avenue through desire and death. A white female leg sticking gloomily out of a bath of black liquid enamel.
Two glued up babes covered in tiny pearls. The glue prevented their skins from breath-ing and they pass out.
“Oh it would be beautiful,” he is to have said, “to photograph them dead in bed.” He was a French Guy. He had known Man Ray. Loved Lewis Carroll. His first gig was doing hats for Vogue.
He’d place dead flies or bees on the faces of the models, or, female head wears hat crushed beneath three skinned calves heads, tongues lolling.
What was this? Fine Arts? The surrealists might even think his work passé.
Well, it was the ’50s, thats what it was. The tight-collar ’50s seen through unspeakable hostility.
He wanted but he couldn’t paint. So he threw globs of revengeful hatred at his nubile subjects. He would systematically pull the phone cord out of the wall. He was never to be disturbed.
Disturbed. Never.
Everything and everyone died around him. One shoot focusing upon a woman lying in bed was said to be a reconstruction of his estranged wife’s death. Another picture has a woman in a phone booth making some frantic call.
Her hand is pressed whitely against the glass. Behind her and outside are two female bodies partially covered by the autumn leaves. His dream, so he told friends, was to do shoots in the morgue, with the stiffs as mannequins. I don’t know. I just read this stuff. Now his spirit was being resurrected.
We’re mystified by blood. It’s our enemy now.
We don’t understand it. Can’t live with it.
Can’t, well… y’know?
- Data
- 31.12.1999
- Ora
- 11:30
- Luogo
- n.d.
- Salto temporale
- ↷ avanti di 5 anni
Venerdì 31 dicembre 1999, 11:30
Dopo un intervento chirurgico e l’investimento in una maschera antiproiettile, Ramona ricomparve a London, in Canada, come titolare di una catena di gioiellerie di parti del corpo.
Collane di peni d’agnello, borsellini di scroto di capra, orecchini di capezzoli, cose del genere.
Per strada, però, si diceva che non convenisse diventare sua cliente, perché ogni tanto un cliente entrava nel negozio e non ne usciva più.
L’allarme scattò quando una celebrità molto amata e stimatissima, famosa per essere famosa, non si presentò all’allestimento in galleria dei suoi specchi.
Altre celebrità, altrettanto famose per essere famose, alcune solo fra di loro, la giudicarono la mostra più profonda da anni e non riuscivano a staccare gli occhi dalle opere.
Tutti i pezzi furono venduti nel giro di un’ora, molti a prezzi record.
Quando il critico della rivista Tate chiese un’intervista alla celebrità-artista, il gallerista si ricordò di non vederla da ore.
Aveva accennato che sarebbe andata a comprare un cordone ombelicale tempestato di diamanti, per festeggiare l’annuncio della sua gravidanza.
Sarebbe tornata entro un’ora. Solo una capatina al “Gallstone”. 1986.
Da quella gravidanza sarebbe nato un essere che ora avrebbe circa 14 anni.
Se era ancora vivo.
Continua…
Friday, December 31, 1999, 11:30am
After surgery and investment in a bullet-proof mask, Ramona turned up in London, Canada as owner of a string of body-parts jewellery stores.
Lamb penis necklaces, goat-scrotum purses, nipple earrings, that sort of thing.
The word on the street, however, suggested that it was not in the best of interests to become one of her clients as occasionally, a customer would step into her shop and not come out again.
The whistle blew after a much-loved and highly respected celebrity, known for being known, failed to show for a gallery-hanging of her mirrors.
Other celebrities, equally known for being known, some only to each other, thought it the most profound exhibit in years and couldn’t take their eyes off the works.
All the pieces sold within an hour, many for record prices.
When the critic for Tate magazine asked for an interview with the celebrity-artist, the gallery owner recalled that he hadn’t seen her since earlier that day.
She’d mentioned that she would be going shopping for a diamond-encrusted umbilical cord as a celebratory thing to announce her pregnancy.
She would be back in an hour. Just a quick stop at the “Gallstone”. 1986.
That pregnancy would have produced a being that would be around 14 years of age.
If it was still alive.
To be continued…














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