Esce il 9 gennaio ‘David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo’ di Paul Morley, nel giorno sospeso tra l’anniversario della nascita e l’anniversario della morte di Bowie. La data è una dichiarazione d’intenti, il libro pure. Ecco perché vale la pena leggerlo.

Esce per Hoepli David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo di Paul Morley, nella traduzione di Leonardo Follieri e con la curatela di Ezio Guaitamacchi. L’edizione italiana include una prefazione firmata da Manuel Agnelli e Paolo Fresu, entrambi autori di progetti bowiani (Lazarus il primo, “Heroes” il secondo): i due raccontano i rispettivi incontri con l’universo Bowie, dalla mostra David Bowie Is di Bologna alla trilogia berlinese come colonna sonora generazionale. È un’introduzione onesta. Ma il libro di Morley non ha bisogno di presentazioni: ha bisogno di lettori disposti a seguirlo.
Partiamo però con il chiarire un punto fondamentale: Morley non è un biografo. È stato critico del NME negli anni del post-punk, cofondatore della ZTT Records, membro degli Art of Noise, e soprattutto consulente artistico della mostra David Bowie Is al Victoria and Albert Museum. Questo gli garantisce un accesso all’archivio Bowie che nessun altro autore può vantare, e spiega in parte perché Oltre lo spazio e il tempo sia diverso da qualsiasi altra pubblicazione uscita nel nostro paese: non è una biografia, non è una discografia commentata, non è un’agiografia. È un saggio che usa Bowie come lente per guardare il Novecento e il suo collasso.
La tesi è suggestiva: oltre agli album, Bowie ha costruito una seconda autobiografia attraverso decenni di interviste televisive e radiofoniche, oggi accessibili su YouTube come un archivio sterminato e disordinato. Morley esplora questi frammenti come tessere di un autoritratto involontario. Il libro apre sulla morte nel gennaio 2016 e la tratta come fosse una sorta di frattura cosmica: quello che viene dopo (Trump, Brexit, la pandemia) diventa la prova che Bowie rappresentava l’ultima incarnazione di una cultura della curiosità intellettuale ormai estinta. È una tesi forte, è vero. Forse troppo. Morley la sostiene però con una struttura che mima il suo soggetto: settanta capitoli brevi con titoli binari (“Osservare e credere”, “Fantasia e realtà”, “Caso e ordine”) che riflettono le dualità bowieane senza mai risolverle (e i suoi due occhi diversi).

Dove il libro dà il meglio è nell’analisi delle conversazioni. L’intervista del 1979 tra Bowie e Ryuichi Sakamoto sul rock sperimentale tedesco e il minimalismo va oltre il giornalismo musicale e si fa critica culturale. Come anche quella del 2002 con Thomas Vinterberg sul Dogma 95 pure. Morley eccelle nel guidare, come anche nel raccontare i collaboratori visivi: il capitolo su Derek Boshier e il servizio fotografico per Lodger (l’uomo che cade, la mitologia di Icaro) è tra le cose migliori mai scritte su uno dei dischi più sottovalutati di Bowie. E c’è una bella ricostruzione della genesi di “Life on Mars?“, nata dal rifiuto del testo inglese di Bowie per “Comme d’habitude“: un anno di muso lungo trasformato in capolavoro.
La prosa è quella che vi aspettate se conoscete Morley. E mi auguro che lo conosciate, perché il precedente “The age of Bowie” era altrettanto interessante, seppur non tradotto in italiano, e il suo “Metapop” qualcosa di straordinario e illuminante. Se invece, ahi voi, non lo conoscete, dicevo, lo stile di Morley è sempre lo stesso. La prosa è barocca, stratificata, a volte compiaciuta: frasi che si accumulano come onde, digressioni filosofiche che perdono il punto. Qualcuno ha detto, per gli altri lavori, che sarebbe stato necessario un editing più rigoroso. Forse non ha tutti i torti, ma ritengo che la forza di Morley stia proprio in questo suo discorrere non sempre lineare.
C’è ovviamente uno squilibrio: il periodo 1969-1983 occupa tre quarti del libro, mentre gli ultimi venticinque anni di carriera restano sullo sfondo. Quel Blackstar che Fresu nella prefazione definisce “un disco magnifico suonato con musicisti jazz, ma che non è per nulla jazz” avrebbe meritato forse più spazio. Ma questo, lo sappiamo, è uno squilibrio fisiologico nell’opera di Bowie: seppur con tutte le eccellenze prodotte dopo il 1980, il decennio degli anni ’70 è quello più culturalmente significativo, impattante e importante della sua carriera. Dobbiamo farcene una ragione, noi fan blasonati. È giusto così.

Attenzione però, questo potrebbe non essere un libro adatto ad un neofita. E già lo rende, per fortuna, diverso da molte pubblicazioni uscite che si rivolgevano magari ad un pubblico più generalista e meno esigente. Al mercato insomma. Invece no. È un libro che non strizza l’occhio al mercato facile, adatto forse a chi conosce già la discografia e cerca un’altra prospettiva, per chi vuole capire come Bowie costruiva la propria immagine attraverso le interviste, per chi è disposto a seguire Morley nelle sue divagazioni su John Cage, Charles Mingus, William Burroughs e la scuola di Düsseldorf. Richiede pazienza ma ripaga con intuizioni genuine, a volte illuminanti. Mai banali. O forse, magari, potrebbe affascinare anche il neofita in cerca di un’entrata originale nell’universo di Bowie. La dimensione profetica dell’apertura (Bowie come ultimo baluardo di un mondo in dissoluzione) oggi, a quasi dieci anni dalla morte, ha acquistato una risonanza che nel 2022 dell’edizione originale era solo intuibile.
In quarta di copertina c’è il nostro logo: non un bollino, ma una condivisione di sguardo e di metodo. Il libro lo consigliamo, ovviamente. Per la qualità.
Se cercate un’introduzione a Bowie, potrebbe non essere questo il libro da cui iniziare. E se non è questo, tornateci comunque dopo. Se cercate una cronologia storica, non è qui. Ma se volete un saggio ambizioso che illumina angoli inaspettati di un artista che pensavate di conoscere, Oltre lo spazio e il tempo merita il vostro tempo. Io e Paola concordiamo di come Morley scrive come Bowie faceva dischi: eccessi, rischi, qualche caduta di tono, momenti di autentica brillantezza. Non è forse un libro per tutti. Ma ce ne fossero di più.
Daniele Federici
Acquisto
Il libro sarà ovviamente in tutte le librerie italiane a partire dal 9 gennaio. Per i pigri, può essere acquistato online e preordinato già da ora.









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