Sono dieci anni che Bowie se n’è andato e manca sempre di più. Tra i tanti omaggi ricevuti in redazione abbiamo scelto quello di Walter Bianco, fondatore del gruppo facebook David Bowie Fans Italia e fan di lunga data.
Sono passati dieci anni da quell’infausto 10 Gennaio del 2016 quando, con modalità rimaste nell’ombra della dovuta discrezione, David Bowie, al secolo David Robert Jones, ha cessato la sua vita terrena “dopo una coraggiosa lotta di diciotto mesi contro il cancro”, come recitava lo scarno messaggio pubblicato la mattina dell’undici gennaio sul sito ufficiale dell’artista.
La morte di Bowie, preceduta dalla incredibile contingenza temporale del suo ultimo capolavoro, Blackstar, ha acceso i
riflettori su di lui in una maniera che ha sorpreso un po’ tutti.
Talmente profondo è stato l’effetto emotivo della pubblicazione dell’album, con quella musica, quei testi, quella grafica e quei
videoclip, seguita in due giorni dalla dipartita del suo autore, che l’intera vicenda si è immediatamente ammantata di un fascino quasi sovrannaturale.
L’uscita di scena perfetta per un artista che aveva fatto di sé stesso la tela su cui dipingere la sua musica, lo strumento per
leggere l’animo dell’uomo coi suoi punti oscuri, le sue ambiguità, le sue sfaccettature.
Nessuno – nemmeno il seguace più appassionato – avrebbe potuto mai immaginare che davanti allo Spavento Supremo che noi tutti abbiamo – la Malattia con la “M” maiuscola, e la Morte – egli invece di ritirarsi in buon ordine negli agi della sua vita privata e trascorrere gli ultimi mesi che gli restavano circondato dai suoi affetti, una splendida moglie e una figlia sedicenne, si tuffasse invece in maniera frenetica in quella che, fino all’ultimo respiro, è rimasta la sua passione, la terza M, quella che evidentemente contava più di
tutto il resto: la Musica.
Non uno, ma due progetti sono stati concepiti e portati a termine: un album e un musical.
L’album

Ardito come nessun’altra sua fatica discografica negli ultimi venti anni. Una sorta di art-avant-rock riletto attraverso la cultura musicale jazz dei suoi nuovi e giovani collaboratori, il Donny McCaslin Quartet, gruppo jazz di base a New York suggeritogli dalla jazzista Maria Schneider. Bisogna tornare ai fasti di 1.Outside, nel 1995, per trovare qualcosa di altrettanto coraggioso sotto il profilo strettamente musicale. Un album breve, appena 41 minuti, ma densissimo di temi e contenuti, nei quali spiccano quattro composizioni: la lunghissima title-track Blackstar, Lazarus, Dollar Days e I can’t give everything away. Il resto è eterogeneo nei contenuti, la già sentita Sue, la follia vorticista di ‘Tis a pity she was a whore, e il divertissement burgessiano di Girl Loves Me.
E’ però in quei quattro pezzi che ci sono le quattro tappe del confronto dell’artista con la propria mortalità: la paura cupa e il confronto beffardo con la morte nella title-track; la rivendicazione orgogliosa in forma di ballad di Lazarus; la amara malinconia di Dollar days, forse la canzone più triste che Bowie abbia mai composto, e il finale aggraziato, dolce, malinconico, quasi un saluto, un commiato dai suoi fan. Tutto espresso in modo così straordinariamente sottile da essere indecifrabile finché l’evento finale non lo ha reso incredibilmente chiaro e manifesto.
E poi tutto il contorno legato all’album. La grafica di copertina, soprattutto nella versione in vinile: da appassionato di Kubrick, Bowie è riuscito con Jonathan Barnbrook a realizzare il suo Monolito di 2001 Odissea nello Spazio.
Una grafica che rende l’oggetto una sorta di opera d’arte in sé. E poi i videoclip, oscuri, cupi, allusivi, allegorici, capaci di dare il via a milioni
di congetture, finché – ancora una volta – la grande mietitrice ha reso tutto straordinariamente chiaro ed evidente.
Il Musical: il suo sogno nel cassetto.

Non conta tanto la qualità in questo caso, quanto l’atto di volontà. Ancora una volta un’allegoria: Lazzaro, l’uomo che non può morire. L’uomo che ritorna dalla morte. O L’uomo che cadde sulla Terra e dalla Terra si rialza per tornare alle stelle.
Non si è dato un attimo di tregua, Bowie. Ed ha programmato probabilmente tutto con un tempismo così incredibile da risultare sospetto. Si è parlato di morte assistita, e potrebbe anche essere: nel segreto della sua straordinaria penthouse a Manhattan oppure nella
pace boscosa della villa sulle Catskill Mountains potrebbe essersi separato dalla vita terrena con un atto di volontà. Non si saprà mai. Rimane quella foto pubblicata due giorni prima. Quella risata beffarda davanti a una serranda abbassata, elegantissimo in abito nero e Fedora: “ve l’ho fatta ancora una volta!” E poi l’album che viene pubblicato e schizza al primo posto in classifica ai due lati dell’oceano. Applausi, Ovazioni, Inchino e poi “giu’ il sipario”. E David Bowie torna su quelle stelle dalle quali era sceso sessantanove anni prima per atterrare nella periferia povera di Londra.
Chapeau. Delle due l’una: o Bowie è l’artista più fortunato della storia, ad essersi giovato nella disgrazia di una congiunzione di
coincidenze quasi impossibile da realizzare; oppure è stato l’Artista definitivo. Capace di fare – o far credere – che la sua stessa morte sia stato l’ultimo, supremo atto della sua carriera.
“Everybody knows me now” cantava in Lazarus.
E questi dieci anni gli hanno dato pienamente ragione.
Walter Bianco









Grazie per aver condiviso queste parole. Gelido è il ricordo del momento in cui lessi della sua morte, la mattina del 10 gennaio da un quotidiano online britannico. E’ sempre stato presente sin dal 1972, difficile è per me esprimere il mio dolore.
Grazie, un caro saluto a voi.
Bravo Walter, ottima sintesi!