“The return of the thin white duke / Making sure white stains…”
Il 23 gennaio 1976, un ventinovenne di Brixton che sopravviveva a cocaina, latte e peperoni rossi consegnava al mondo il suo decimo album in studio. Cinquant’anni dopo, il 23 gennaio 2026, Parlophone celebra il golden jubilee di Station to Station con due edizioni in vinile in tiratura limitata: un LP half-speed mastered su vinile nero 180g e un picture disc con riproduzione del poster promozionale originale. La domanda che i fan si pongono, come ormai da tradizione con questa serie di ristampe, non è se comprarlo, ma quale versione suona meglio. E soprattutto: suona meglio delle precedenti?
L’album che Bowie non ricorda di aver registrato

Station to Station è il ponte tra la “plastic soul” di Young Americans e le esplorazioni elettroniche della cosiddetta trilogia berlinese. Una definizione, quest’ultima, tecnicamente imprecisa: Low fu registrato in gran parte allo Château d’Hérouville in Francia, Lodger ai Mountain Studios di Montreux e al Record Plant di New York, e solo “Heroes” fu interamente realizzato agli Hansa Tonstudio di Berlino. Ma l’etichetta è ormai entrata nell’immaginario collettivo, e poco importa. Registrato ai Cherokee Studios di Los Angeles nell’autunno del 1975 con il coproduttore Harry Maslin, l’album è il crocevia più denso e misterioso della carriera di Bowie.
Il Thin White Duke, personaggio nato come estensione del Thomas Newton alieno interpretato da Bowie nel film L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg, è la sua maschera più oscura. Capelli biondi impomatati, abiti da cabaret, un’aura che trasuda paranoia e fascinazione per l’occulto. Bowie era nel pieno della dipendenza da cocaina, al punto da dichiarare successivamente di non avere praticamente alcun ricordo delle sessioni di registrazione. È il periodo delle uscite infelici su Adolf Hitler come “una delle prime rock star”, del presunto saluto nazista alla Victoria Station di Londra (che lui avrebbe poi liquidato come un fotografo che lo colse “a metà di un cenno”) e della sentenza definitiva secondo cui Los Angeles “andrebbe cancellata dalla faccia della Terra”.
Eppure, da questo abisso personale emerge un capolavoro di sei tracce. La title track è un viaggio di dieci minuti che parte da un feedback di chitarra processato che evoca il rombo di una locomotiva in avvicinamento, cresce attraverso territori krautrock alla Neu! e Kraftwerk, e poi svolta inaspettatamente in una sezione funk/soul trascinante, il tutto costellato di riferimenti alla Cabala, ad Aleister Crowley e alla Tempesta di Shakespeare. Golden Years è funk bianco sofisticato che regalò a Bowie una top ten su entrambe le sponde dell’Atlantico. Word on a Wing suona quasi come una preghiera disperata (“Lord, I kneel and offer you my word on a wing”). Stay è un pezzo di funk-rock serrato con un riff di chitarra micidiale di Carlos Alomar e Earl Slick, uno di quei brani la cui influenza si sarebbe sentita ovunque, dai Talking Heads in poi. TVC 15 è il momento di leggerezza surreale dell’album, con la sua storia di una ragazza inghiottita da un televisore: un brano che Bowie scelse per aprire il suo set al Live Aid del 1985, facendolo ascoltare a quasi due miliardi di persone. E la chiusura magistrale con Wild Is the Wind, cover della canzone di Dimitri Tiomkin e Ned Washington resa celebre da Johnny Mathis e poi da Nina Simone. Fu proprio l’incontro con Simone a Los Angeles nel 1975 a ispirare Bowie, e Maslin ha raccontato che le voci di Wild Is the Wind e Golden Years furono entrambe prime take.

Dato notevole per un album di sole sei tracce: ne furono estratti ben cinque singoli. Golden Years e TVC 15 in tutto il mondo, Stay solo negli Stati Uniti, Station to Station esclusivamente in Francia, e Wild Is the Wind molti anni dopo.
La copertina merita un cenno a parte. L’immagine in bianco e nero è un fotogramma dal film L’uomo che cadde sulla terra, e in alcune prime edizioni fu stampata intenzionalmente in negativo, creando un effetto di inversione deliberata che aggiungeva un ulteriore strato di ambiguità visiva al progetto.
La band assemblata per le sessioni era formidabile: Carlos Alomar e Earl Slick alle chitarre, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria, l’amico d’infanzia Geoff MacCormack (sotto il nom de plume Warren Peace, gioco di parole su War and Peace di Tolstoj che la dice lunga sull’umorismo del giro) ai cori, e Roy Bittan in prestito dalla E Street Band di Springsteen al pianoforte e organo. Il nucleo Alomar-Murray-Davis sarebbe rimasto la spina dorsale sonora di Bowie per il resto del decennio.
Al momento della pubblicazione, Station to Station raggiunse il numero 3 nella Billboard 200 (il miglior piazzamento americano di Bowie fino a quel momento) e il numero 5 nella classifica britannica, ottenendo il disco d’oro entro il primo mese di vendite. Dieci giorni dopo l’uscita, Bowie partì per l’Isolar Tour, oltre 65 date in 11 paesi, celebre per l’uso rivoluzionario di banchi di luci fluorescenti bianche contro fondali neri. Un’estetica che avrebbe influenzato profondamente lo spettacolo dal vivo per i decenni successivi.
Le due edizioni del cinquantenario


Half-speed mastered LP (cat. 502173281118, Parlophone): vinile nero 180g, stampato alla Optimal Media GmbH in Germania. Il taglio half-speed è stato eseguito da John Webber agli AIR Studios di Londra su un tornio Neumann VMS80 di ultima generazione con elettronica completamente ricondizionata. Per chi non ha familiarità con la tecnica: nel half-speed mastering il nastro master e la lacca girano a metà della velocità normale, consentendo alla testina di incisione maggiore precisione nel tracciare i solchi, con benefici teorici in termini di dettaglio e distorsione ridotta. La sorgente audio è costituita dai master restaurati a 192kHz dei nastri master originali.
Su questo punto c’è una piccola confusione nella comunicazione ufficiale: l’OBI sulla copertina riporta “original Hit Factory master tapes”, mentre il materiale promozionale parla di “original Record Plant master tapes”. L’album fu registrato ai Cherokee Studios di Los Angeles e mixato al Hit Factory di New York nel novembre 1975, dove presumibilmente rimasero i nastri master dopo il missaggio. “Record Plant” nel comunicato stampa è con tutta probabilità un errore. Nessun processamento aggiuntivo è stato applicato in fase di trasferimento.
Prezzo: circa 28-35 euro.
Picture disc LP (cat. 502173281119, Parlophone): premuto dallo stesso master, con l’iconica foto in bianco e nero della copertina originale visibile attraverso la copertina fustellata. Include una riproduzione esatta del poster promozionale utilizzato nel 1976.
Prezzo indicativo: circa 32-40 euro.
Tracklist identica per entrambe le edizioni:
Lato uno: Station to Station (10:08) / Golden Years (4:03) / Word on a Wing (6:00)
Lato due: TVC 15 (5:29) / Stay (6:08) / Wild Is the Wind (5:58)
La guerra dei solchi: come suona rispetto alle edizioni precedenti?
Ed è qui che la faccenda si fa interessante, e divisiva. Perché Station to Station, nella sua storia discografica, è uno di quegli album che ha avuto tante vite sonore quante maschere ha indossato il suo autore. Facciamo ordine.

Stampa originale USA (1976, RCA APL1-1327): masterizzata da Allen Zentz a Hollywood, è considerata il riferimento originale, essendo l’album stato missato a Los Angeles e masterizzato nella stessa città. Secondo il critico audiofilo Dylan Peggin di Tracking Angle, che l’ha utilizzata come benchmark per il confronto con la nuova ristampa, la pressatura originale americana compensa la relativa mancanza di bassi con un’estensione alta ariosa e aperta ma non aggressiva, grande dettaglio e un’immagine tridimensionale degli strumenti.
Stampa originale UK (1976, RCA RS 1011): anch’essa molto ricercata dai collezionisti, sebbene la stampa americana sia considerata “la vera originale” per questo specifico album.
CD originale RCA (1985): paradossalmente, molti dei primi CD Bowie su RCA dall’epoca pionieristica del formato sono oggi ricercati dai collezionisti nonostante i successivi remaster. Per Station to Station, il consenso di lunga data è che l’album non abbia mai suonato meglio che su questo primo CD.
Remaster Rykodisc (1991): con due bonus track live (Word on a Wing e Stay dal concerto al Nassau Coliseum del 1976). Ristampato nel 1997 su gold CD nella linea Au20.
Remaster EMI/Virgin (1999): senza bonus track, con noise reduction applicato per rimuovere il fruscio del nastro. Una scelta che non ha entusiasmato i puristi.
Deluxe edition (2010): il trattamento definitivo dell’album fino ad oggi. La special edition includeva un nuovo flat transfer digitale dai nastri originali e il concerto completo Live Nassau Coliseum ’76. La deluxe edition aggiungeva un nuovo remix stereo e un mix 5.1 Dolby Surround di Harry Maslin su DVD-Audio, più il master del CD RCA del 1985. Il vinile 180g AAA (all analogue) incluso nel box è considerato eccellente (valutato 9.5/10 da Mark Smotroff di Analog Planet). Il remix di Maslin, tuttavia, è stato a volte criticato: secondo Nicholas Pegg in The Complete David Bowie, il remix “rinuncia a tutta la sottigliezza dell’originale a favore di un poco fantasioso portare tutto in primo piano”, producendo un “casino confuso” particolarmente evidente nei cori di TVC 15. Per la maggior parte dei critici e dei fan, invece, questa versione aggiunge profondità e dinamica.
Remaster Parlophone (2016/2017): realizzato da Ray Staff per il box set Who Can I Be Now? (1974-1976), con pubblicazione separata su CD e vinile nel 2017. I recensori audiofili l’hanno descritto come “piacevolmente caldo”, ma a scapito della trasparenza e dell’energia rispetto alle stampe originali.
Vinile colorato 45° anniversario (2021): in rosso e bianco, basato sul remaster 2016.
E ora, il 50° anniversario half-speed (2026). Qui le opinioni si dividono nettamente.

Da una parte, Tracking Angle è molto critico. Peggin osserva che il taglio half-speed di John Webber “potenzia notevolmente la gamma medio-bassa e bassa, sovracompensando la mancanza di peso dell’originale, mentre comprime, nasconde e praticamente elimina i dettagli più fini e la chiarezza dei transienti dell’originale”. In concreto: le linee di basso di George Murray su TVC 15 e i pattern intricati della grancassa di Dennis Davis su Stay suonerebbero fangosi e pigri, diminuendo seriamente l’autorità ritmica dell’originale. Il riff elettrico nell’intro di Stay suonerebbe stridulo anziché fluido, le acustiche ritmiche di Golden Years sarebbero quasi inudibili, e i passaggi di pianoforte di Roy Bittan su TVC 15 risulterebbero ovattati. Per Tracking Angle, “il catalogo di Bowie non sta ricevendo il rispetto sonoro che merita”. Il problema di fondo, secondo la testata, sta nell’utilizzo di master digitali vecchi di dieci anni (quelli di Ray Staff del 2016) anziché procedere a un nuovo trasferimento dai nastri originali, ammesso che le condizioni dei nastri lo permettano ancora.
Dall’altra parte, le reazioni su Discogs sono in gran parte entusiastiche. Un utente scrive che “suona davvero bene, meglio della [versione] 2016/17, grande separazione degli strumenti, la chitarra che apre Stay suona così chiara, presente e viva”. Un altro: “qualsiasi half-speed remaster che ho incontrato suona meraviglioso, e questo non fa eccezione”. Un terzo lo definisce “facilmente la migliore stampa di questo album classico che abbia mai sentito, e ho posseduto la prima UK, la prima USA e il taglio AAA del box 2010”. Mark Smotroff e Mike Mettler su Analog Planet assegnano un 9.5 al suono, lodando la nuova edizione come “una scommessa sicura” per chi vuole ascoltare l’album in vinile sotto una nuova luce.
La verità, come spesso accade nel mondo audiofilo, è che le valutazioni dipendono enormemente dall’impianto su cui si ascolta, dalla copia specifica che si possiede e dalla stampa con cui si confronta. Chi non ha accesso a prime stampe in condizioni ottimali (e parliamo di dischi che costano parecchio sul mercato dell’usato) potrebbe trovare questa ristampa la miglior versione disponibile a prezzo accessibile. Chi invece possiede e conosce intimamente il suono dell’originale americano o del vinile AAA del box 2010 potrebbe restare deluso dalle scelte di equalizzazione.
Il contesto: la serie half-speed di Parlophone e i suoi critici
Questa ristampa si inserisce nella serie di edizioni half-speed per i 50° anniversari degli album di Bowie, inaugurata con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e proseguita con Aladdin Sane, Diamond Dogs e Young Americans. Ogni edizione segue lo stesso schema: artwork fedelmente riprodotto, sorgente audio dai remaster digitali a 192kHz di Ray Staff (gli stessi utilizzati per le ristampe standard del decennio precedente), taglio half-speed ad opera di John Webber agli AIR Studios.
La serie ha suscitato reazioni contrastanti nella comunità audiofila. Il sito specializzato Tracking Angle ha pubblicato un’approfondita analisi in due parti dal titolo eloquente, “Parlophone finally finishes ruining David Bowie’s catalog mastering”, in cui si argomenta che la scelta di non coinvolgere i fonici originali (Greg Calbi, Bob Ludwig, ancora in attività al momento delle prime ristampe) e di affidarsi a master digitali di diversi anni prima, anziché procedere a nuovi trasferimenti dai nastri, abbia prodotto risultati sonori sistematicamente inferiori alle stampe originali.
D’altro canto, va detto che la situazione dei nastri master di Bowie è notoriamente complessa. Anni di gestione non sempre ottimale hanno lasciato il segno, e non è chiaro in che condizioni si trovino oggi i nastri originali di Station to Station. La scelta di utilizzare trasferimenti digitali ad alta risoluzione potrebbe essere più una necessità pratica che una decisione artistica discutibile.
Il picture disc: da collezione, non da ascolto critico
Per quanto riguarda il picture disc, le aspettative vanno calibrate di conseguenza. Il suono è perfettamente accettabile se non si cerca un’esperienza di ascolto audiofila: la musica risulta più compressa rispetto all’edizione half-speed, con meno dettaglio. È un oggetto da collezione, un complemento visivo con quel poster originale riprodotto che aggiunge fascino nostalgico, ma non la versione su cui basare un ascolto critico.
Verdetto: comprare o non comprare?
La risposta dipende da cosa avete già in collezione. Chi non possiede l’album in vinile, o ha solo una ristampa recente consumata, troverà nell’half-speed mastered quasi certamente la miglior opzione disponibile a prezzo accessibile (meno di 35 euro). Il vinile è piatto, silenzioso, stampato su 180g alla Optimal in Germania. Per la maggior parte degli ascoltatori sarà un’esperienza eccellente.
Chi possiede il box deluxe del 2010 con il vinile AAA, o una prima stampa americana o britannica in buone condizioni, faccia le proprie valutazioni. Potreste preferire quello che già avete, specialmente se il vostro impianto è rivelatore. Il prezzo, in ogni caso, è ragionevole anche solo per un confronto istruttivo. I collezionisti guarderanno al picture disc con il poster originale riprodotto come a un oggetto interessante a prescindere dalla qualità sonora.
Per chi cerca il suono definitivo di Station to Station, la risposta resta invariata: una prima stampa americana masterizzata da Allen Zentz in condizioni eccellenti, oppure il vinile AAA dal box del 2010. Trovare la prima in condizioni ottimali è un’impresa che richiede pazienza e un portafoglio generoso.
Le prossime tappe della serie saranno con tutta probabilità la trilogia berlinese e Scary Monsters. Nel frattempo, Station to Station nella sua veste del cinquantenario resta quello che è sempre stato: un disco nato dall’abisso più oscuro di un genio che, dieci giorni dopo averlo pubblicato, salì su un palco e illuminò il mondo con sola luce bianca fluorescente. Poi riparò in Svizzera per disintossicarsi, produsse The Idiot di Iggy Pop, e con lui si trasferì a Berlino. Pronto per la prossima reinvenzione.
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Station to Station – 50th Anniversary Edition
Pubblicazione: 23 gennaio 2026
Etichetta: Parlophone
Formato: LP half-speed mastered 180g / Picture disc LP con poster
Taglio: John Webber, AIR Studios, Londra
Sorgente: Master restaurati a 192kHz dai nastri master originali
Stampa: Optimal Media GmbH, Germania








