Nel 1980 un giovane visual artist britannico strappò una foto di Duffy e, nel bianco lasciato dagli strappi, dipinse il volto di Bowie che sarebbe diventato la copertina di Scary Monsters. Dieci anni dopo firmò anche quella di Tin Machine II. Oggi Edward Bell vive in una roulotte ai margini di un bosco gallese, e il regista Marcus Thompson, ritrovati i negativi di un cortometraggio che gli aveva dedicato nel 1981, ne ha fatto un film: Edward & Bowie. Matteo Tonolli ci racconta il documentario e un’amicizia intermittente durata più di trent’anni.
Do you remember a guy that’s been
David Bowie, Ashes to Ashes
in such an early song?”
Nella pressoché sterminata ‘cosmogonia’ dell’opera bowiana, una dimensione ‘altra’ in cui si realizza una dilatazione proporzionalmente inversa ai nostri confini riguardanti tempo, spazio e numero di contenuti, ogni episodio discografico ha di fatto la potenzialità di diventare ‘multidimensionale’. Le liriche e le melodie di ciascun album coesistono all’interno di un nucleo concettuale dal quale è possibile estrarre molteplici corollari da approfondire su altrettanti piani artistici: dalla filosofia alla fotografia, dalla pittura alle scienze applicate, dal cinema a tutta la gamma degli altri media, dalla moda alla letteratura, dalla psicologia alla sociologia, e così via. Uno slancio esponenziale da sempre intuibile ma che si sta approfondendo davvero solo ora, dopo la morte fisica del suo autore, grazie a nuove testimonianze e alla rivelazione del suo archivio (fondamentali dunque gli studi e la sistemazione filologica della Bowie Estate in collaborazione con il V&A Museum). A macro-tematiche stra-conosciute e iper-analizzate coesistono sottili rimandi e sottese allusioni, dettagli solo apparentemente secondari, intenzioni esageratamente bizzarre risoltesi in vicoli ciechi e retroscena conditi di curiosità aneddotiche che permettono di rivelare una lettura ulteriore e fascinosa, verso la scoperta di interessanti mondi artistici tangenti alla musica.
In questo contesto alcuni episodi ‘diversamente lontani’ nella discografia di Bowie hanno trovato una recente convergenza attraverso la figura di Edward Bell. Un visual artist che nel 1980 era ancora alle prime armi ma nettamente in ascesa, grazie alle sue fotografie (spesso Polaroid) che evitavano l’alta definizione e venivano invece sublimate con il ricalco e l’apporto pittorici, usando il colore come un make-up. Soggetti in primo piano dallo sguardo esageratamente intenso e dalla smaccata alterazione cromatica, accompagnati da scritte di titoli e altre diciture mediante elegantissime pennellate.
La copertina strappata di Scary Monsters

Lo stile di Bell era così netto e identificativo da indurre lo stesso David a far prevalere la visione del giovane a scapito di quella del collaboratore di lunga data Duffy (già autore di tre celeberrimi scatti per altrettanti dischi) per la copertina di Scary Monsters (and Super Creeps). Era stato proprio quest’ultimo a segnalare Bell a Bowie, ma con l’intenzione di ‘incorporare discretamente’ quelle nuove tecniche in una propria foto, che invece il giovane stracciò e mantenne ai margini, facendo emergere nel bianchissimo vuoto del primo piano (creato in modo inconsueto tra gli strappi dello scatto) una nuova e sfolgorante immagine del cantante (di fatto, come confermò Bell, un riflesso di lui allo specchio), in cui lo possiamo osservare dopo che si è parzialmente tolto i panni del Pierrot lunare di Ashes to Ashes.
Proprio grazie a Bell, l’ultimo long playing per la RCA suggellava magnificamente una lista di dischi incredibili, anche dal punto di vista estetico, che si erano avvicendati quasi ogni anno per tutto il decennio precedente. Non solo: anche il singolo Fashion (e similmente la raccolta The Best of Bowie) e l’indimenticabile poster titolato Glamour vedevano l’apporto degli scatti, delle grafiche e dei disegni dell’artista britannico, vere e proprie opere multimediali, sia per la commistione di tecniche differenti sia per la diffusione commerciale e promozionale dei prodotti che veicolavano.
Dieci anni dopo: Tin Machine II

Per quanto straordinari e unici, sarebbero potuti rimanere un tassello soltanto ragionevolmente rimarchevole nella fitta opera magna di Bowie. Invece i due artisti torneranno a collaborare un decennio abbondante più tardi, per la copertina e i relativi singoli di Tin Machine II. Un contesto assai diverso: non più un album da solista, ma, come i fan ben sanno, il secondo episodio dell’inusuale progetto di una band, dagli esiti commerciali modesti, inserito in un lungo e fondamentale (e per nulla scontato) percorso di recupero e resurrezione della propria credibilità come musicista.
Dopo la morte di Bowie, tra le tante e diverse pubblicazioni editoriali, Bell partorisce Unmade Up (Unicorn Publishing, 2017), un’interessante raccolta delle opere visive provenienti dai due sopracitati progetti, combinata a vecchi materiali di scarto e nuove produzioni, oltre a ricordi, riflessioni e aneddoti di colui che si scopre essere stato più di un semplice collaboratore, ma avere intessuto un rapporto di amicizia e confidenza, per quanto piuttosto anomalo e saltuario. Tra i punti di forza del volume vi sono sia il resoconto di quanto accaduto negli anni che dividono Scary Monsters e Tin Machine II, sia i prodotti scaturiti da una rinnovata e vivace ispirazione, sprigionata dall’uscita di Blackstar, in una riflessione visiva sull’uomo e sull’artista che rasenta l’agiografia.
Edward Bell per David Bowie
- 1980, Scary Monsters (and Super Creeps): la copertina, dipinta su uno scatto strappato di Duffy.
- 1980, Fashion e The Best of Bowie: le copertine del singolo e della raccolta.
- Glamour: il poster promozionale con i suoi scatti dipinti.
- 1991, Tin Machine II: la copertina dei quattro Kouroi e quelle dei singoli.
- 2017, Unmade Up (Unicorn Publishing): il libro di ricordi e opere, vecchie e nuove, dedicato all’amico.
Edward, il film dimenticato
Quando in quel 1980 Bell ottenne una rimarchevole visibilità, fu catapultato dalle commissioni prettamente editoriali (Vogue, The Times, Penguin Books) a un avvicendarsi di prestigiosi progetti per il mondo musicale: Hazel O’Connor, Elton John e Kim Wilde, per citarne alcuni. Con la fama seguirono però anche anni difficili, segnati dalla dipendenza dall’eroina.
Tuttavia, subito prima di sprofondare in quel pozzo di delirio e oblio, il regista inglese Marcus Thompson gli dedicò un cortometraggio molto particolare, nel quale fatti reali si mescolavano alla fantasia per analizzarne le opere, lo stile, le influenze e i metodi di lavoro. Intitolato semplicemente Edward, venne presentato all’edizione dei BAFTA del 1981 ed ebbe una certa diffusione nel circuito dei festival, prima di essere quasi totalmente dimenticato e venire perduto negli archivi del British Film Institute.
Quarant’anni dopo: Edward & Bowie
Ma il destino talvolta è imprevedibile. Oltre quarant’anni dopo, Thompson ritrova i negativi di quella pellicola in 35 mm, alla quale aveva lavorato come opera d’esordio, e decide di ampliarla, utilizzando il materiale originale per creare qualcosa di significativamente più vasto, complesso e diversificato. Un nuovo titolo, un profondo respiro nell’arte di Bell che abbraccia diverse decadi, esplorazioni artistiche, tecniche, pensieri… Edward & Bowie è un confronto tra passato e presente di un linguaggio visivo fuori dal comune, tra riflessioni sul vissuto, sulla fama e un costante pensiero rivolto alla collaborazione con David Bowie. Prodotto da Judy Parkinson e Madou Hillenius nel 2022, è stato caricato nel corso del 2025 su una piattaforma streaming raggiungibile a questo link. Il film si caratterizza per un ragguardevole scavo nella mente creativa dell’artista, con un utilizzo discreto e funzionale degli effetti digitali e un efficace accompagnamento sonoro che mescola voci, rumori di fondo, musica classica e originale.
Un confronto tra passato e presente di un linguaggio visivo fuori dal comune
Bell è la voce narrante, ma parla anche direttamente in camera, con addosso un paio di maglioni di lana. Una grossa spilla trattiene un profondo strappo sulla spalla; indossa una benda da pirata sull’occhio sinistro (forse un vezzo per calarsi meglio nei ricordi, oppure uno strampalato rimando a una delle maschere bowiane) e fa il resoconto del bizzarro incontro con il musicista, in occasione della sua primissima esposizione, oltre alle successive frequentazioni londinesi, nel suo appartamento-studio privato o al famoso Blitz Club. I due si confrontano sui reciproci ascolti musicali e sulle letture, andando insieme per la prima volta a un’asta d’arte…
I 31 minuti di Edward (originariamente girati a Londra e nel sud della Francia) diventano un lungometraggio di quasi un’ora e mezza, nel quale le figure del giovane e dell’anziano Bell si sovrappongono, infondendo nello spettatore un senso di nostalgica commozione. Un sentimento sottolineato dalla fascinosa soundtrack di Stephen Lipson, che aveva già curato quella del primo cortometraggio: un musicista emergente all’epoca e ora produttore, strumentista e collaboratore di una eclettica lista di innumerevoli e prestigiosi artisti. Per restare anche solo nell’ambito delle soundtrack, va citato almeno Hans Zimmer.
Da Venezia a un Walkman
Bell rivive i propri amori, il trasferimento in Irlanda dove si abbandonò, dice, all’infinito, dipingendone gli immensi cieli e gli incredibili paesaggi. E ancora i viaggi a Parigi, Firenze e Venezia. Ogni nuova esperienza corrisponde a una serie di nuove produzioni pittoriche, sulle quali il regista si sofferma generosamente, con carrellate e intensi primi piani delle tele. Riproduzioni di statue michelangiolesche di origine fiorentina, paesaggi marini, palazzi, chiese e tramonti della Serenissima, in una diversificazione di stili che stupisce e meraviglia.
Proprio nella città della laguna veneta del nostro Bel Paese Bell torna a incontrare fortuitamente David, in occasione di una cena, all’interno di un appartamento nobiliare di conoscenti comuni provenienti dalla classe medio-alta. Ma questo, come altri, è un aneddoto intriso dell’ironica prospettiva di un essere umano bizzarro. Siamo intorno al 1990 e i due amici ritrovati si isolano su un divano, ascoltano da un Walkman le ultime incisioni in studio di Bowie, mentre la folla di ospiti altolocati ruota intorno a loro. Bell ricorda la sensazione di osservare gli altri come fossero pesci dentro un acquario e poi esorta l’amico, “per nulla a proprio agio”, a far ascoltare a tutti la cover di Working Class Hero. Con un effetto esilarante.
Oltre le copertine
Che siano nuvole cariche di pioggia dentro straordinari paesaggi celtici, l’accostamento di figure diversissime (umane o animali), i collage di fotografie dipinte raffiguranti attraenti modelle, i ritratti dietro le quinte dei Tin Machine o la personale divinazione visiva del cantante defunto, tutte le opere rivelano una profonda fascinazione per gli archetipi classici e per l’arte rinascimentale, pervasi da un originalissimo senso artistico pop, mescolato a una purezza di intenti e a un’intensa ricerca del bello.
In Edward & Bowie si va molto oltre la bellissima immagine sciupata del clown di Ashes to Ashes o il ritorno al rock delle origini incarnato da quella dei quattro Kouroi proposti visivamente in monocromo caldo. Anche se quest’ultima copertina meriterebbe da sola un capitolo a parte per la brillante intuizione grafica, la censura americana (che oggi fa semplicemente sorridere) e la posa plastica dei soggetti evocante scatti iconici (di Steve Schapiro dall’era Station to Station e di Jimmy King per Blackstar), il documentario colma molti interstizi e le righe vuote lasciate da rapporti artistici e umani intensi, per quanto talvolta intermittenti e incostanti.
Conseguentemente alla disintossicazione, l’autore negli anni 2000 torna a esporre piuttosto frequentemente, rimane in contatto con David (almeno fino al 2013) e partecipa a un’asta benefica per Christie’s con personaggi del calibro di Damien Hirst, David Hockney, Tracey Emin e Paul McCartney.
Una roulotte nel Galles
Alcuni anni fa Bell mi spiegò, in occasione di un’intervista che mi concesse esclusivamente tramite lettere scritte e inviate attraverso la posta ordinaria (e che ho raccolto nella mia pubblicazione Looking for Bowie, Arcana, 2023), che ora è completamente dedito a portare avanti la propria ricerca pittorica, sperduto nelle campagne più remote, da qualche parte nel Galles.

Infatti, nella cornice narrativa del documentario, le sue testimonianze sono videoregistrate presso la vecchia roulotte in cui vive, sul limitare di un bosco. C’è qualcosa di commovente nell’immagine di questo esile uomo non più giovane, che attraversa le colline scavalcando i muretti a secco dei pascoli, quando tira fuori le tempere da una vecchia borsa, le utilizza senza una tavolozza professionale e immortala i paesaggi naturali. Pochi ma efficaci tratti, spalmati anche con le dita, rivelano la capacità di infondere effetti stupefacenti, in bilico tra espressionismo e impressionismo.
Infagottato dentro un impermeabile da lavoro sporco di colore o un cappotto ormai logoro, appare come una tragica figura di outsider romantico, lucido e inquieto, con le idee ben chiare ma forse non perfettamente in pace con se stesso. Thompson lo filma mentre seppellisce un proprio dipinto sotto una zolla di terra erbosa, oppure quando brucia, nella notte, numerose tele la cui realizzazione non lo ha soddisfatto.
Un effetto fionda imprevedibile, un’onda artistica che continua a rifrangersi attraverso il tempo, lo spazio e i media.
In un certo senso, questo documentario su Edward Bell è uno dei meravigliosi doni che Bowie continua a trasmetterci: l’effetto di una sua leva che, nel 1980, ha puntellato la carriera di un artista visuale allora quasi sconosciuto. Un effetto fionda imprevedibile, un’onda artistica che continua a rifrangersi attraverso il tempo, lo spazio e i media. Una serie di contenuti che sicuramente travalicano anche i limiti della musica.
Le composizioni di Bowie non ci sono, se non per un brevissimo accenno di note provenienti dagli altoparlanti di una radiolina vintage che Bell tiene tra le mani, sdraiato a letto e sopraffatto dai ricordi: Ashes to Ashes, cenere alla cenere, magari con la consapevolezza di essere soltanto l’ombra di un “tizio che stava in una canzone di tanto tempo fa”.
Scheda: Edward & Bowie
- Regia: Marcus Thompson
- Produzione: Judy Parkinson, Madou Hillenius (2022)
- Musiche: Stephen Lipson
- Durata: quasi un’ora e mezza
- Origine: il cortometraggio Edward (31 minuti, girato a Londra e nel sud della Francia, presentato ai BAFTA 1981)
- Dove vederlo: sulla piattaforma Hiway, al prezzo di 1,99 sterline, per ora solo in lingua originale inglese. Tra alcune settimane arriverà su un nuovo servizio di streaming.








