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“Collaboration”: 15 anni di Bowie negli scatti di Ockenfels 3

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Libro Collaboration Ockenfels Bowie Testata

Dopo anni di attesa e vicissitudini editoriali, è finalmente arrivato nelle librerie “Collaboration”, il libro fotografico che raccoglie 15 anni di collaborazione tra David Bowie e Frank Ockenfels 3. Un volume di 256 pagine che svela materiale in gran parte inedito dal 1991 al 2006, pubblicato da Abrams Books in sole 13mila copie. Matteo Tonolli ha potuto consultare il libro in anteprima e intervistare in esclusiva il fotografo americano. La sua analisi dettagliata svela perché questo volume rappresenta uno dei tasselli mancanti nella documentazione visiva degli ultimi decenni di carriera di David.

Frank W Ockenfels Bowie Collaboration Libro

Ad una nuova, ennesima, uscita editoriale dedicata a Bowie è lecito chiedersi se valga la pena affrontarne l’acquisto. Ben prima della sua scomparsa si sono alternate pubblicazioni più o meno valide e dopo il 2016, con la deflagrazione mediatica di Blackstar, sono stati stampati non pochi volumi fotografici degni di attenzione. La maggior parte di essi sono di carattere monografico (MacCormack, Mick Rock, Brian Duffy, Cummins), ma se i fan volessero portarsi a casa una sintesi del migliore Bowie di sempre, non dovrebbero avere dubbi nel puntare su Icon, antologia visiva che attinge sia al lavoro di fotografi meno conosciuti degli anni ’60 e ’70, che alla produzione di artisti che negli ’80 e ’90 hanno valorizzato il potenziale mediatico – già decisamente alto – del cantante. Tuttavia nella pubblicazione della ACC Art Books e Flammarion (che avevamo recensito qui) c’erano almeno due considerevoli mancanze: per i Seventies gli shooting di Brian Duffy e per l’ultima parte della carriera di Bowie la produzione di Frank Ockenfels 3.

Se per il primo è possibile colmare la lacuna con Aladdin Sane 50, o meglio ancora con Five Sessions (ACC Art Books, 2014) oppure Bowie by Duffy (Lullabit, 2016), per il secondo è meglio non farsi scappare il nuovissimo Collaboration.

Frank W Ockenfels 3 bis
Frank Ockenfels

In esso viene raccolto il materiale, in gran parte inedito, ottenuto durante le ben 16 sessioni che Ockenfels ha intrattenuto con Bowie tra il 1991 e il 2006. Solo una parte è stata diffusa sui media (la Rete e le riviste specializzate) e nei booklet di alcuni album. La pubblicazione venne raccomandata da David in persona ancora poco dopo il cambio di millennio, ma per ‘sventure editoriali’ ebbe una gestazione travagliata. Il libro, già ‘promesso’ in pre-ordine online sulle principali piattaforme di vendita, cambiò casa editrice e copertina ben due volte. Per finalizzare la sua realizzazione è stata fondamentale la stampa, da parte del fotografo, del suo primo libro ufficiale intitolato Volume 3 (teNeues, 2019), nel quale possiamo trovare 8 pagine dedicate a Bowie, riproposte ora in Collaboration. Parallelamente è stata portata avanti un’interessante attività espositiva della sua arte in giro per varie gallerie e musei del mondo (Los Angeles, Amsterdam, New York, Stoccolma, Tallinn e Berlino), perché Frank non è semplicemente un fotografo, ma anche un artista visivo al quale piace estremamente manipolare e alterare la propria produzione. Questo avviene già nella fase di ideazione e realizzazione delle sessioni, nelle quali l’artista sovente utilizza lenti e obiettivi diversi applicati a macchine fotografiche vintage. Il risultato è spesso già in partenza abbastanza particolare, sia per una questione di filtri, sia perché a Ockenfels piace sperimentare con le inquadrature, la luce (sua vera ossessione, predilige quella naturale) e le ombre. Talvolta si affida caso, senza la sicurezza di riuscire a riprodurre in seguito quanto ha ottenuto col proprio istinto.

Regista di videoclip e commercial televisivi, nonché autore di numerose copertine per l’industria discografica, l’americano ha frequentato quasi da subito l’ambiente musicale. È entrato in contatto con Bowie abbastanza fortuitamente, in un’ultima sessione giornaliera per la stampa, al fine di promuovere Tin Machine II.

Col tempo si è specializzato nel realizzare ritratti a numerosi attori e locandine per dozzine di serie TV e film per il cinema. Interessanti i suoi scatti al cast del fantascientifico Mute, diretto proprio da Duncan Jones, figlio di David. Il ‘parco’ di attori e musicisti che ha raggiunto è vastissimo (il mercato musicale negli anni ’90 era particolarmente florido), ma non gli è sempre stato possibile applicare le proprie sperimentazioni alle committenze.

Così Ockenfels, mentre continua a fotografare tante altre celebrità, da Barack Obama durante la sua prima corsa alle Presidenziali a una notevole lista di registi e modelle, ama pasticciare con la stampa dei propri negativi e polaroid. Lavora con i ritagli dei giornali e le copertine delle riviste sui quali sono finiti i soggetti delle sue sessioni: applica schizzi e disegni, aggiunge frasi che incorporano la sua disfunzionalità ortografica, altera le immagini con colore, colla e forbici. Il risultato sono opere ragguardevoli e stranianti, a volte estreme, al limite della decenza e che sconfinano nel delirio. Tutto viene archiviato nei propri journal, libroni ricolmi dei suoi collage e patchwork, inizialmente semplici diari di lavoro, che col tempo sono divenuti opere d’arte a sé stanti, una via per esplorare la propria mente, le emozioni e l’inconscio. E poi c’è l’alterazione digitale, che spesso vede la luce sulla sua pagina Instagram ufficiale. Da entrambe le modalità, negli anni sono emersi alcuni scatti inediti al cantante.

Questa collaborazione creativa tra i due artisti trova un simbolo nel numero 3, che per Ockenfels ha diversi valori nel suo lavoro: è diventato parte integrante della sua firma e allude alla collisione tra fantasia, sogno e arte. Tre sono anche gli elementi che applica alla fotografia: collage, disegno e pittura, per superare il mezzo tradizionale e ottenere risultati più profondi e personali.

Frank Ockenfels 3 risponde

Contattandolo per questa intervista, ho scherzato facendogli notare che questa uscita non poteva che concretizzarsi al terzo tentativo, oltre al fatto che Collaboration sia in realtà la sua terza pubblicazione, dopo il catalogo autoprodotto Faces, Drawings, Thoughts & Afterthoughts e Volume 3. Frank reagisce con una risata a questa coincidenza numerica e accetta di rispondere alle mie 3 (!) domande su Collaboration, che vi riporto qui sotto.

Libro Collaboration Ockenfels 8

Quale è il suo grado di soddisfazione per la riuscita di questa splendida pubblicazione? E cosa significa per lei ‘consegnarlo’ ai fan?

Ci sono state così tante discussioni per realizzarlo, e finalmente eccolo qui. Tutto ebbe inizio da una semplice domanda che un giorno David mi pose: “Non abbiamo fatto abbastanza per un libro?” Sento che questo volume è la ‘collaborazione’ finale tra noi. Esso mostra il nostro rapporto e la sua fiducia, più il supporto, nel creare le immagini di cui aveva bisogno. La qualità della stampa è pregevole e la prefazione di Joe lo rende ancor più completo.

Tra tutti i meravigliosi capitoli forse prediligo quelli dedicati all’abbondante promozione di Outside, Earthling e Reality. Ma le vorrei chiedere di uno non strettamente connesso agli album. In Berlin Project ritrae David in bianco e nero mentre gioca con la propria ombra… Qual era lo scopo della sessione?

Ho sempre fatto riferimento ad essa con questo titolo ma sembra che nessuno sappia perché abbiamo realizzato quelle foto. Ricordo che lui mi parlava di qualcosa riguardante un progetto musicale sul quale stava lavorando, così io suggerii di giocare con l’idea di una singola luce per creare delle ombre e riflettere quella luce sul suo viso… I riferimenti che gli diedi furono Il Gabinetto del Dottor Caligari e Il Terzo Uomo.

In Collaboration vediamo David come uno attraente dandy splendidamente vestito mentre promuove la sua musica, solo con un filo di trucco ma probabilmente con uno stuolo di parrucchieri al suo seguito! Ma l’intero volume è anche la testimonianza della vostra perfetta alchimia mentre sperimentate col mezzo fotografico. Avrebbe desiderato osare di più con David? Magari in Blackstar?

Dopo quella fatidica domanda di David, ricordo che tornai a casa e buttai giù un progetto, qualcosa che per me avesse senso, per il viaggio che avevamo fatto insieme. Quindi volai a NYC e lo incontrai insieme a Coco. Presentai loro una copia artigianale, realizzata a mano da me, per mostrare loro come sarebbe potuto essere. Così mi disse che potevamo realizzare una ulteriore sessione… ma questo non accadde mai. Lavorare su Blackstar sarebbe stato fantastico!

Se alcuni lavori erano già stati presentati nelle tappe della David Bowie Is exhibition, oltre che nelle sue personali esposizioni, ovviamente ora si possono ritrovare anche al David Bowie Centre, recentemente inaugurato presso il nuovo V&A East Storehouse a Londra. Eppure il contenuto di questa pubblicazione editoriale ha avuto un’anticipazione più o meno ufficiale con The Voices Behind The Faces, mostra allestita tra settembre e ottobre alla settima edizione del festival 212 Photography Istanbul, presso il museo Gazhane, nel quartiere Kadiköy della città turca.

La copertina di Collaboration presenta David in un completo blu elegante, il solito ciuffo biondo e sbarazzino, ma con un’espressione vagamente contrita e la sua figura leggermente stravolta nelle proporzioni, mentre si staglia su un fondale sporco di nero e rosso-sangue. La cornice superiore e quella inferiore presentano un’accozzaglia di parole scritte al contrario e con macchie d’inchiostro, per lo più incomprensibili, nel tipico stile ortografico di Ockenfels. Il nero delle lettere invade l’immagine, ma è in realtà solo la parte centrale di un’opera più ampia titolata DB Meets Bacon, già resa disponibile su Volume 3. È un ottimo assaggio, nonché la sintesi ideale, del contenuto: un artista compiaciuto del proprio aspetto che indossa un sacco di completi eleganti o casual, ma che talvolta permette all’obiettivo di decomporre e stravolgere se stesso. A cavallo del nuovo millennio, David è in equilibrio tra il desiderio di promuovere i propri dischi ed esplorare nuove potenzialità legate alla propria immagine. In ogni caso c’è sempre una certa dose di autoironia. Dentro le contact sheet è interessante trovare alcune espressioni esilaranti del cantante. Frank è il collaboratore perfetto.

Anatomia di una collaborazione: le sessioni 1991-2006

Frank W Ockenfels Bowie Collaboration Libro3

LA, 1991

Uno dei pregi di Collaboration è quello di riportare meticolosamente per ogni singola sessione luogo, data e committente, o l’occasione per cui venne realizzata. Dall’unica realizzata con David a Los Angeles, viene presentata qui una sola immagine dei Tin Machine, ed ha il ‘sapore’ della sperimentazione: i quattro componenti della band sono a torso nudo, il contorno dei visi e dei loro corpi è fuori fuoco e ‘illuminato’ di ombre. Dopo questo servizio, un cui scatto finirà sulla copertina della rivista Creem, tutte le altre 14 sessioni successive saranno realizzate a New York City; dove non espressamente indicato in questo articolo, hanno avuto luogo a Tribeca, nello studio personale di Ockenfels.

NYC, 1992

Il secondo capitolo, e quindi il secondo shoot, è il risultato della richiesta diretta del cantante a Rolling Stone di lavorare ancora col fotografo, per come era rimasto colpito dagli esiti del precedente lavoro. Realizzati in un piccola stanza adiacente alla sala di registrazione degli Hit Factory Studios, dove si stavano rifinendo Black Tie White Noise, gli scatti sono in bianco e nero e tutto sommato formali, non vi è accenno verso alcuna sperimentazione. Piuttosto si ricerca uno stile simile a quello in cui il giovane Sinatra si faceva immortalare presso la Capitol Records. Borsalino in testa, camicia bianca con cravatta e sigaretta tra le dita, più il microfono vintage che si è portato appresso David, aiutano ad ottenere lo scopo.

NYC, 1994

Mano a mano che gli anni passano e le sessioni si succedono, Bowie sembra ringiovanire. Niente di troppo strano per l’uomo che quasi un ventennio prima cadde sulla Terra, o forse è una questione di trucco, luce e make up, ma le istantanee per la promozione – piuttosto in anticipo – di Outside sono stupefacenti. Primi piani e figure intere a colori, seppia e bianco a nero. Ockenfels illumina magnificamente il viso di Bowie (qui particolarmente magro e con un accenno di pizzetto), che a sua volta ‘indossa’ espressioni diverse, viene spinto in un angolo (tra una parete e una rete metallica) oppure siede sulla brandina molto basica. Di questa ci sono 24 pose diverse sotto forma di contact sheet monocromatiche, oltre a tre immagini a colori in formato più grande. In una porta l’indice davanti alle labbra per intimare silenzio, come in uno scatto molto simile – e ben più noto – di Gavin Evans. Un’altra diventerà la copertina per l’edizione americana del disco The Buddha of Suburbia. Questo è il primo capitolo in cui compare un journal del fotografo, aperto su due pagine e ben disposto verticalmente. Due foto appiccicate al centro, con lo scotch e un sacco di scrittura incomprensibile. Chissà quanta roba nasconde Frank dentro il suo studio. E dentro la sua mente contorta.

NYC, 1995

È il Berlin Project accennato nella mini intervista a Frank. Undici foto in bianco e nero di grande potenza espressiva. Osservandole ci si può concentrare sulle espressioni di David e le particolarissime posture che assume con le braccia e le mani, oppure sulle evocative ombre che la sua figura fa cadere sul cartonato alle sue spalle. Oltre alle ispirazioni espressamente dichiarate dall’autore, vengono in mente almeno un altro paio di titoli del cinema classico hollywoodiano. Sette scatti sono totalmente inediti.

NYC, 1996

Due sessioni realizzate a distanza di 4 mesi, entrambe per un album che di terrestre ha solo il titolo. In Earthling Bowie torna a conciarsi come un alieno, con i capelli a spazzola, tinti di rosso. Indossa due splendidi soprabiti di Alexander McQueen (ci sono anche due take dalle quali derivò quella per la figura di spalle sulla copertina del disco, lo sfondo bucolico interamente digitale verrà applicato da Davide De Angelis), commissiona a Ockenfels l’ingrandimento delle proprie iridi cromaticamente diverse (qualche bella e geniale immagine dal backstage, con ingombranti cerotti bianchi sugli occhi che fanno inevitabilmente pensare al Button Eyes di Lazarus), si spazientisce e il fotografo ormai senza freni ‘si vendica’ decostruendogli i lineamenti del volto in puro stile Francis Bacon. Sarà per quello che David proprio in quegli anni venne paparazzato in aeroporto mentre ne leggeva una biografia? Tra le numerosissime still in cui si atteggia, in altrettante posture – con le braccia rivolte in alto – davanti all’asta di un microfono, all’epoca ne venne scelta una particolarmente evocativa per la cover dell’EP live Earthling in the City. IlCD era allegato alla rivista americana GQ, ma qui la foto non è presente. Poco male, le alternative sono magnifiche. E ancora journals con collage che sembrano prendere alla lettera la canzone Scary Monsters (and Super Creeps). C’è spazio anche per quattro primi piani a Gail Ann Dorsey, che indossa una mascherina nera con crocifisso bianco, sfoggiata sui palchi del tour e anche a Sanremo, più il profilo del cantante che le urla all’orecchio (immagine finita nel booklet dell’album e come cover del singolo Dead Man Walking, ricreata su pellicola in movimento proprio per il videoclip del medesimo brano, diretto da Floria Sigismondi). Letteralmente una montagna di fotografie. Senza considerare le singole contact sheet, in questi due capitoli possiamo contarne almeno una quarantina.

Collaboration Frank Ockenfels 3 Bowie rosso

NYC, 1998 e 1999

Tra le disparate collaborazioni con altri musicisti, Ockenfels archivia col suo obiettivo due preziosi progetti direttamente dentro gli studi di registrazione. Il primo è quello con il raffinato autore di colonne sonore Angelo Badalamenti (indimenticabili le sue musiche per David Lynch). L’occasione fu l’incisione di un classico di George Gershwin, A Foggy Day (in London Town), inclusa nella compilation di cover Red Hot + Rhapsody, rilasciata nel centenario della nascita del musicista. Se nelle immagini ci sono solo i due interpreti particolarmente rilassati e sorridenti, la sessione quantomeno ci rammenta un brano troppo spesso dimenticato, in cui Bowie si cimentò col jazz allo stato puro, in una interpretazione vocale che può ricordare da vicino la prima versione di Sue (In A Season of Crime).

Il secondo è decisamente più pop, un boomerang dall’afflato glam per il singolo Without You I’m Nothing assieme ai Placebo. Se il fotografo prima si era trattenuto, qui si lascia decisamente andare: dopo le istantanee perfettamente a fuoco davanti al microfono, tutti vengono caricati dentro un ascensore, su fino al tetto del grattacielo, con le immagini che vengono invertite nei colori al negativo, i volti deformati e impazziti per la pellicola. Cominciano a comparire in modo massiccio i diari di Frank con ritagli, scarabocchi, cancellature, scritte e disegni, con sopra varie annotazioni di apprezzamento di David: “love all these”, “Frank, keep these for me and my album?” oppure “We like EVERY one!

NYC, 1999 e 2000

La promozione per Hours è quella con gli scatti più abbondanti e, considerando la copertina (più relativo articolo) per il magazine Men’s Fashion del New York Times (edizione Spring 2000), abbraccia due capitoli. David sfoggia un look che non convinse pienamente tutti i suoi fan ma i capelli lunghi e lisci fino quasi alle spalle gli conferivano qualche anno di meno. Intanto alterna sette diversi cambi d’abito, tra il casual, lo sportivo e l’elegante. 4 tra queste immagini saranno stampate nel formato di postcard e accluse alla terza versione CD singolo Seven. Altre rimarranno completamente inedite finchè verranno in seguito utilizzate per il booklet di Toy, album abortito nel 2000 per divergenze con la casa discografica e rilasciato postumo. C’è una lunga sequenza con uno strano manichino in vetro traslucente, scovato dall’assistente Jimmy King. Il cantante ci si trastulla e balla lascivamente. Viene lungamente  manipolata poi nei journal, dove si possono osservare anche appunti e progetti del fotografo, ma anche le scelte del cantante. Fuori dal set nevicava pesantemente, uscendo alla crew scivola un dolly e qualcuno tra le risate generali si rompe una gamba. Per fortuna è quella del manichino.

NYC, 2002

Verso e dentro Washington Square Park. “Quel giorno David non stava affatto bene” chiosa Frank in un’intervista video. La sequenza commissionata dalla BBC, praticamente inedita, consiste in undici foto in bianco e nero, volutamente sgranate e particolarmente meste e livide. Eppure affascinanti. Bowie con gli occhiali da sole e un maglione a collo alto si dirige verso il parco e lì si appoggia ad un albero. La sua figura, avvolta in un pesante cappotto, si fonde poeticamente col tronco della pianta. Le ombre in primo piano e gli scheletrici rami verso la luce abbagliante del cielo. Anche quando non sperimenta, le inquadrature di Ockenfels parlano da sole. Sul fondo si intravede abbastanza chiaramente l’Hagop Kevorkian Center, uno dei tanti edifici universitari locali. Venne progettato da uno degli architetti di cui David cantava in Thru’ This Architect’s Eye, ovvero Philip Johnson. In un articolo per una testata locale, dichiarò che Washington Square era uno dei suoi tre posti preferiti in assoluto della città: “È la storia emozionante di New York in una breve passeggiata.

Collaboration Frank Ockenfels 3 Bowie

NYC, 2002

Nemmeno due mesi più tardi e Bowie è più in forma che mai, in piena campagna promozionale per Heathen. Dalla sequenza iniziale, con sei foto in b/n e ciuffo particolarmente sbarazzino, venne estrapolata quella usata per il biglietto e il poster del concerto al Lucca Summer Festival. Nelle altre pose, mai comparse – se non parzialmente o alternativamente (Pulse, luglio 2002) – su carta stampata, David sfoggia aderenti completi ultra cool oppure soprabiti ingombranti. C’è anche una svista editoriale della quale si accorgeranno solo i più attenti. E fanatici.

7 mesi più tardi Frank lo raggiunge per immortalarlo, l’unica volta, ad un concerto. Sono al Beacon Theatre di Manhattan. Il reportage di Myriam Santos nel volume Bowie Live in New York è sicuramente più esaustivo, visto che comprende tutte e 5 le date della leg dell’Heathen Tour nei cinque distretti della Grande Mela, ma il cantante inglese, ormai naturalizzato newyorkese, posa comunque statuario tra le luci del palco e rilassato davanti agli specchi del suo camerino.

NYC, 2003

Probabilmente è il capitolo più bello, ricco, vario e diversificato dell’intero lotto. Viene realizzato presso gli Industria Studios, nel West Village di Manhattan. Ancora tanti cambi d’abito, tra cui un completo dorato in stile Elvis Presley, indossando su di sé anche un sassofono baritono (una specifica richiesta di David). Da questo servizio deriva la cover al libro, più tutte le alternative contact sheet. Poi appare totalmente virato in rosso con scritta in giapponese sul taschino, e ancora nella versione in carne ed ossa della copertina di Reality (anche cover per Rolling Stone France n. 14, Dicembre 2003).

Questa sezione sembra giocare con parte dell’immaginario passato, e addirittura futuro, del cantante. Dopo esattamente vent’anni da Let’s Dance e lo shoot con Greg Gorman, Bowie si rimette i guantoni per sferrare pugni alla sua ombra (bello il contrasto cromatico nelle istantanee a colori), quindi torna ad indossare una giacca nera di pelle come in altre sessioni rimaste indelebilmente nel ricordo dei suoi fan (per Sukita nel 1977 e un decennio dopo per Herb Ritts), seduto con espressione depressa, e poi osserva il se stesso alieno (nei panni di Aladdin Sane) sullo schermo di un televisore. Asseconda ancora la fascinazione del fotografo per il pittore inglese Francis Bacon, ricreando la rivoluzionaria e post-moderna rivisitazione del Ritratto di Papa Innocenzo X di Diego Velázquez: seduto su un trono molto simile, dentro una altrettanto simil ‘gabbia’; una pagina presenta una composizione di questi scatti a forma di croce, dove quello centrale ha David con la bocca spalancata, il volto decostruito dall’obiettivo e fuori fuoco proprio come in Bacon. Ancora una Polaroid in bianco e nero, con le braccia incrociate, dentro un vestito scuro elegantissimo, con panciotto e camicia a collo alto: potrebbe sembrare un signorotto di una vecchia fotografia di inizio ’900, se non fosse che si appoggia ad un muro con dei graffiti. E poi la serie con lui sorridente, imbracciando la sua Supro Dual Tone, davanti la saracinesca abbassata di un negozio. Quella col volto abbassato verrà spezzata verticalmente, e le due parti proposte come copertine per i singoli New Killer Star e Never Get Old. Ma almeno il background ricorda tremendamente – quella che si dice sia – l’ultima sua immagine resa pubblica (scattata da Jimmy King), mentre ride sguaiato in faccia ai suoi fan, indossando un fedora. Un journal di questa sezione è diventata la back cover del libro, e l’altissima qualità della stampa e l’incredibile risoluzione delle immagini, fanno sembrare i ritagli delle foto (con addirittura lo stralcio di una mail personale di Bowie) sovrapposti dal vero.

NYC, 29.08.2003

Collaboration Frank Ockenfels 3 Bowie grey

Un magrissimo David, dall’aspetto giovanile e con un completo di jeans, con ancora la sua Supro bianca. È in bella posa su una delle porte di sicurezza dell’Hammerstein Ballroom che dà su un vicolo, in piena notte, tra le luci della notte. Sta scaldando i motori per il A Reality Tour ma non si è davvero scostato molto nelle abitudini fotografiche, rispetto a quella sera londinese del 1972 in Heddon Street, aka Ziggy Stardust. Questa volta il servizio fotografico non è per la copertina di un suo album ma per quella di un’edizione speciale dedicata alla musica, del “New York Magazine“. Nell’articolo a lui dedicato, ricordava i suoi primi viaggi nella Grande Mela e rivelava alcuni dettagli del suo stile di vita come cittadino newyorkese. C’è da scommettere che la stragrande maggioranza degli acquirenti di Collaboration vedranno queste immagini per la prima volta. Restando a bocca aperta.

NYC, 25.05.2006

Solo quattro giorni prima della partecipazione al concerto londinese di David Gilmour (dal repertorio Pink Floyd canteranno insieme Arnold Layne e Comfortably Numb) e una manciata di mesi prima della sua ultima esibizione dal vivo in assoluto (con Alicia Keys), Bowie viene ritratto un’ultima volta da Ockenfels per un’edizione speciale di Q Magazine. Era tra i 20 artisti prescelti a figurare sulla copertina (disponibile in 20 diverse versioni, tra gli altri Paul McCartney, Michael Stipe, U2 …) ma l’unico a non concedere un’intervista, probabilmente in quanto già si preparava ad eclissare la propria figura sul piano pubblico. Nelle foto risulta leggermente invecchiato e non pienamente in forma, i problemi di salute lo affliggevano da qualche anno e nonostante tutto rivela ancora uno sguardo magnetico, anche quando nasconde il viso dentro il colletto di un maglione.

La qualità della stampa e la definizione delle immagini sono superbe. Merito del lavoro di D’Auria Printing (proprio da noi in Italia) per la casa editrice, con sede a New York, Abrams Books. Di Collaboration, arrivano sul mercato 13 mila copie, ciascuna del peso di quasi 2 kg. e con 256 pagine in carta patinata opaca, di grande formato (24,1 x 30,5 cm) e racchiuse dentro una copertina rigida, che sul dorso ha, attraverso la stampa a caldo, le scritte del titolo e degli autori (argentea per il fotografo, bianca per il cantante) in rilievo. L’unico contributo scritto è l’interessante prefazione di Joe Levy, giornalista per Rolling Stone, mentre l’impaginazione grafica è di Beth Middleworth.


Collaboration chiude più di un cerchio, e colma diversi vuoti – soprattutto sul piano visivo – su una buona parte della carriera più recente di David Bowie. Non mancherà di meravigliare gli occhi dei suoi fan, ma anche degli appassionati di arte e fotografia. Sebbene i contenuti non siano completamente esaustivi (facendo bene i conti e considerando quanto sia emerso sulla Rete manca più di qualche scatto, ma ogni fotografo ‘conserva qualche freccia per il suo arco’), è decisamente molto più di quanto ci si poteva ragionevolmente aspettare dagli archivi di Ockenfels.

Il suo lavoro con Bowie è paragonabile, per importanza, a quanto venne realizzato nei ’70 da alcuni suoi colleghi. La bellezza degli shoot si avvicina a quelli in studio di Duffy e Sukita. È vero che l’iconicità delle foto di quest’ultimi per le copertine di Aladdin Sane (ad esempio) e “Heroes” può essere solo sfiorata da quella di Earthling, ma i livelli sono decisamente alti. L’effetto finale delle immagini ha una resa eccezionale sia sulla carta stampata che i media digitali, al pari degli scatti di Terry O’Neill ancora nei Seventies. Nell’insieme, la frequenza delle sessioni, i numerosi cambi d’abito, la complicità nel lavoro, l’esecuzione di scatti per le più svariate testate musicali, è paragonabile solo a quanto venne messo in pratica da David insieme a Greg Gorman durante tutti gli anni ’80, col vantaggio tuttavia d’un affinamento della tecnica fotografica, più la dedizione – all’occorrenza – alla più completa sperimentazione. Tutti questi fotografi hanno in comune di prendere la grande predisposizione di Bowie verso l’obiettivo fotografico, utilizzare la sua particolare fisicità ed estrema espressività, elevandole su un altro piano. Da questo punto di vista negli album più recenti, un lavoro simile è stato fatto solo da Tim Bret-Day per il booklet di Hours, l’accoppiata KlinkoIndrani per Heathen e Floria Sigismondi per i videoclip tratti da Earthling e The Next Day, ma quindi per un lasso di tempo decisamente più limitato. Perfino gli scatti per Blackstar di Jimmy King, per quanto pregnanti di significato, soffrono della parziale sottrazione da parte del cantante.

È comunque incredibile quanto Bowie in quegli anni continuasse a collaborare con dozzine di altri fotografi, spesso per progetti occasionali, sempre in modo efficace e diversificato.

In definitiva Collaboration fornisce materiale di una tale qualità e quantità che entra prepotentemente nel canone bowiano. Gli ultimi due box della Parlophone vi hanno attinto a piene mani, articoli on-line e pubblicazioni cartacee ne hanno beneficiato e ne beneficeranno assieme a future ristampe discografiche. La produzione Bowie-Ockenfels3 rivela un rapporto collaborativo davvero idilliaco, un lavoro simbiotico significativo anche sul piano umano, che ha accresciuto la statura di entrambi gli artisti.

UNO SGUARDO ALL’INTERNO

Il formato generoso (24,1 x 30,5 cm) permette alle immagini di respirare e ai dettagli di emergere con una nitidezza rara nelle pubblicazioni di genere. La sequenza cronologica rivela non solo l’evoluzione estetica di Bowie, ma la progressiva maturazione del linguaggio visivo condiviso con Ockenfels.

Particolarmente efficace l’alternanza tra ritratti a piena pagina e composizioni multiple che svelano il processo creativo. I journal entries del fotografo (con annotazioni, schizzi e stratificazioni) offrono accesso al laboratorio mentale di entrambi gli artisti, trasformando il volume in qualcosa di più di un semplice photobook.

Le immagini che seguono restituiscono solo parzialmente la ricchezza tattile del volume, ma permettono di apprezzare l’impaginazione studiata e la varietà dei registri estetici esplorati.

ACQUISTO

Collaboration è disponibile presso le principali librerie specializzate e store online internazionali. Con una tiratura limitata di 13.000 copie, il volume sta registrando un rapido esaurimento. Il prezzo si aggira intorno ai 60-75 euro a seconda del retailer, ma spesso scontato.

Non si tratta dell’ennesima raccolta di “greatest hits visivi”, ma di un corpus organico che documenta un’autentica simbiosi creativa.

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Autore

  • VG Tonolli Profilo

    Matteo Tonolli ha iniziato a subire il fascino di David Bowie sin da quando vide l’immagine di Aladdin Sane sulla pagina di un libro d’arte alla scuola primaria. Autore di articoli per alcuni siti online italiani e stranieri (SentireAscoltare, Auralcrave, DavidBowieNews), nel 2023 ha dato alle stampe per Arcana Looking For Bowie, una raccolta con dozzine di sue interviste a collaboratori del Duca, del quale ha indagato la complessità delle maschere dietro la sua identità di artista.

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