Diamond Dogs: ululati dal futuro

Diamond Dogs

Ululati dal futuro

Hunger City, dopo la fine del mondo. Un musical su 1984 che non si poté fare, una città di cani randagi sui tetti di Manhattan e undici canzoni che chiudono per sempre l’epoca di Ziggy.

un saggio di

Daniele Federici

Hunger City · varco nordEntra in città

Nel 1974 Bowie resta senza Spiders, senza Ronson e senza i diritti del romanzo che voleva portare in scena. Suona le chitarre da solo, ritaglia le frasi come gli ha insegnato Burroughs, e costruisce una città. Questo speciale la attraversa quartiere per quartiere, dal grido che apre il disco al nastro che si inceppa alla fine.

Parte prima

La storia

Capitolo 1 · 2 minuti di lettura

Introduzione

L’eco di un abbaiare lontano

Nell’inverno tra il 1973 e il 1974 l’Inghilterra resta al buio a turni. Dopo la guerra del Kippur è arrivata la crisi energetica: i carburanti sono sottoposti a restrizioni, il primo ministro Edward Heath lancia la campagna “Switch Off Something” (spegni qualcosa) e riduce la settimana lavorativa a tre giorni per risparmiare elettricità, una misura che dura fino a marzo. I prezzi del carburante e dei generi alimentari salgono di settimana in settimana, gli scioperi si susseguono, a Londra scoppiano le bombe dell’IRA.

Il dipinto originale di Guy Peellaert per Diamond Dogs, nella versione completa prima della censura, con Bowie come ibrido uomo-cane
Il dipinto originale di Guy Peellaert per la copertina di Diamond Dogs, nella versione completa prima della censura

In quei mesi David Bowie è chiuso negli Olympic Studios di Barnes, senza gli Spiders from Mars e senza un produttore, a ricavare un disco da un musical su 1984 che non ha potuto mettere in scena. Lo finisce a marzo. Il 29 lascia Londra, e in Gran Bretagna non tornerà più a vivere stabilmente.

Al cinema, intanto, si va a vedere la catastrofe: “L’avventura del Poseidon“, “Terremoto“, “L’inferno di cristallo“. La distopia, che pareva roba da romanzi di fantascienza, somiglia sempre di più al telegiornale della sera.

“Diamond Dogs” esce il 24 maggio 1974. Arriva al primo posto in Gran Bretagna ed entra tra i primi cinque negli Stati Uniti; in Italia si ferma, a quanto risulta, al sedicesimo. La critica si divide. Su “Rolling Stone” Ken Emerson lo liquida come «il peggior album di Bowie in sei anni». Lester Bangs, su “Creem”, ride delle pretese del disco e poi riconosce, quasi a malincuore, che Bowie è un produttore avvincente e un chitarrista sorprendente; l’elogio più aperto va a Rebel Rebel, per la sua semplicità.

In Italia il disco trova un recensore attento e diffidente. Enzo Caffarelli, su Ciao 2001, ci sente il debito con i Rolling Stones e «un futuristico clima di dramma», e chiude così: «A mio avviso un album incerto», opera di un artista che ha ancora qualcosa da dire, «ma mettiamo da parte, per favore, i facili entusiasmi». Il resto dell’accoglienza ha un capitolo a sé.

Queste pagine seguono il disco passo per passo: da dove viene, come è stato inciso, che cosa dice ogni canzone, come è diventato una copertina censurata e poi uno spettacolo in giro per l’America. Servono a capire perché un album che i suoi contemporanei trovarono incerto sia quello a cui si torna, cinquant’anni dopo, quando si vuole sapere che aspetto aveva il futuro visto dal 1974.

Capitolo 2 · 7 minuti di lettura

Genesi e influenze

Dalla distopia al diamante

Dopo “Ziggy Stardust” David Bowie scrive a getto continuo, e tra le molte idee una gli si fissa in testa: fare di “1984“, il romanzo di George Orwell, un’opera rock. Di mezzo ci sono i diritti d’autore.

Il manager Tony Defries si muove per tempo. Nel settembre 1973 manda in Inghilterra il drammaturgo e regista Tony Ingrassia, che dovrebbe scrivere il musical con Bowie e poi dirigerlo. Verso la fine dell’anno arriva il no di Sonia Orwell, la vedova dello scrittore, ed è categorico: ha già concesso i diritti negli anni Cinquanta, per adattamenti che considera un disastro, e non intende ripetere l’esperienza. Bowie riceve la notizia quando è già in studio. Potrebbe abbandonare l’idea, e invece la rifà da capo.

Il progetto, a quel punto, ha già avuto una prima uscita pubblica. Nell’ottobre 1973, al Marquee di Londra, Bowie registra per la televisione americana NBC lo speciale “The 1980 Floor Show”, e come numero d’apertura sceglie un medley, “1984/Dodo”, scritto per il musical. Ai cori debuttano gli Astronettes, il trio costruito intorno ad Ava Cherry. Dello speciale si parla nella scheda di “1984“.

Anni dopo sarà Bowie stesso a riassumere la vicenda: il primo progetto era 1984, la vedova di Orwell lo bocciò, «così cambiai strada in fretta e lo convertii in Diamond Dogs» (Mojo, 2002).

Di Orwell restano le atmosfere. Il resto viene da altrove: da William Burroughs, e in particolare da “Ragazzi selvaggi” (The Wild Boys), dal glam, e dal cinema horror e di fantascienza degli anni Venti e Trenta: “Il gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene (1920), “Metropolis” di Fritz Lang (1927), “Freaks” di Tod Browning (1932). Della passione per l’espressionismo si conosce la data d’inizio. L’8 gennaio 1974, giorno del suo ventisettesimo compleanno, Amanda Lear accompagna Bowie in un piccolo cinema a nord di Londra a vedere “Metropolis“. A sentire lei è la prima volta, e da quel giorno lui non parla d’altro.

Scena dal film Il gabinetto del dottor Caligari del 1920 di Robert Wiene, con scenografie espressioniste angolate e ombre dipinte
reperto 001 Una scena da Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, tra le influenze cinematografiche chiave dell'album

La musica comincia prima del progetto. Nel luglio 1973, durante le sedute di “Pin Ups” allo Château d’Hérouville, Bowie incide con Ronson, Bolder, Dunbar e Garson un lungo strumentale senza testo; una sua sezione diventerà il ponte tra “Sweet Thing (Reprise)” e “Rebel Rebel” (la storia di quel nastro sta nella scheda di “Sweet Thing“). L’album cambia nome strada facendo: per un periodo si chiama “We Are The Dead“, e solo alla fine “Diamond Dogs“.

La biblioteca sonora e visiva di Bowie: le influenze dietro “Diamond Dogs“

Hunger City è fatta di libri letti e di film visti. Alcuni debiti sono dichiarati, altri si ricostruiscono; un paio restano semplici somiglianze, e qui sotto sono tenuti a parte.

George Orwell: il Grande Fratello
Ritratto di George Orwell, autore di 1984, il romanzo da cui nasce Diamond Dogs
reperto 002 George Orwell

Il disco nasce come adattamento di “1984” e a Orwell resta legato anche dopo il rifiuto. I brani scritti per il musical finiscono tutti sulla seconda facciata. “We Are The Dead” prende il titolo da una battuta del romanzo. In “Big Brother” il Grande Fratello non parla mai: la voce è quella di un suddito che lo invoca e gli chiede di mostrarsi. Hunger City, però, somiglia poco all’Oceania grigia e razionata del libro. È una città senza Stato, in mano alle bande, e viene da un altro scrittore.

William S. Burroughs: cut-up e caos controllato

Burroughs dà al disco due cose: i ragazzi selvaggi che ne popolano le strade e un modo di scrivere. Il cut-up, messo a punto con Brion Gysin, consiste nel tagliare una pagina scritta in strisce di poche parole, rimescolarle e ricomporle, per vedere che cosa dicono le frasi nate dal caso. Bowie lo adotta nell’autunno del 1973 per una parte dei testi; che cosa ne esce si vede in “Candidate“, e la scheda del brano lo segue verso per verso.

Bowie seduto sul pavimento dello studio circondato da fogli tagliati e riassemblati con la tecnica del cut-up mutuata da Burroughs e Brion Gysin
reperto 003 Bowie seduto sul pavimento dello studio, circondato da fogli: la tecnica del cut-up mutuata da Burroughs e Brion Gysin
David Bowie con William S. Burroughs nella sua casa di Oakley Street a Chelsea, novembre 1973, durante l'intervista per Rolling Stone
reperto 004 David Bowie e William Burroughs

I due si incontrano il 17 novembre 1973 a casa di Bowie, all’89 di Oakley Street, a Chelsea. Organizza il giornalista di Rolling Stone Craig Copetas; le fotografie sono di Terry O’Neill (una, colorata a mano da Bowie, porta il titolo “B&B 2 Wild Boys”). In quelle settimane Bowie dichiara di avere già venti canzoni pronte per 1984. La conversazione esce su Rolling Stone il 28 febbraio 1974. Bowie vi ammette che di Burroughs, fino a poco prima, aveva letto poco, ma che in Nova Express si è riconosciuto. Burroughs gli fa notare che l’arma dei suoi ragazzi selvaggi è un coltello Bowie da diciotto pollici. «Lei non fa le cose a metà», risponde lui.

Anthony Burgess e Stanley Kubrick: i drughi sui tetti

“Arancia meccanica” arriva a Bowie due volte. Prima c’è il romanzo di Anthony Burgess, del 1962: una banda di adolescenti che parla una lingua inventata, il nadsat, e passa le notti tra ultraviolenza e Beethoven. Poi c’è il film di Stanley Kubrick, che in Inghilterra esce all’inizio del 1972 e l’anno dopo viene ritirato dalle sale britanniche per volontà del regista, travolto dalle polemiche. Per i ragazzi inglesi diventa un film proibito.

Ritratto di Anthony Burgess, autore di Arancia meccanica, tra le influenze di Diamond Dogs
reperto 005 Anthony Burgess
Ritratto di Stanley Kubrick, regista di Arancia meccanica, tra le influenze di Diamond Dogs
reperto 006 Stanley Kubrick

Bowie se ne era già servito per Ziggy Stardust. I costumi degli Spiders venivano da lì, ammorbiditi nei colori; i concerti si aprivano con la “Nona” di Beethoven nella versione elettronica della colonna sonora; in “Suffragette City” c’è una parola di nadsat. In “Diamond Dogs” di Burgess passa altro: l’idea di una gioventù organizzata in bande, vittima e carnefice insieme, in una città che lo Stato ha smesso di governare. Nel racconto del 1993 riportato più avanti Bowie fa venire i suoi cani anche da lì. Dal romanzo arriva pure il sospetto che un potere capace di rieducare i violenti faccia più paura dei violenti.

John Rechy: la città di notte

“City of Night“, del 1963, è il romanzo con cui John Rechy porta nella letteratura americana la vita dei marchettari. Un ragazzo senza nome attraversa New York, Los Angeles e New Orleans e si vende agli uomini nei bar, nei parchi, nelle stanze a ore. Rechy aveva fatto quella vita, e la racconta senza moralismo e senza redenzione.

Ritratto di John Rechy, autore di City of Night, il romanzo dietro la suite di Sweet Thing
reperto 007 John Rechy

Qui il debito è dichiarato. Molti anni dopo, presentando la suite di “Sweet Thing“, Bowie dirà di aver cercato un mondo dissoluto che potesse essere abitato dai personaggi di Kurt Weill o di John Rechy. Da Rechy vengono il narratore che si offre e intanto si guarda offrirsi, gli incontri consumati in fretta nei portoni, e l’idea che in una città al collasso anche l’amore sia una transazione.

T.S. Eliot: la terra desolata

Nell’incontro del novembre 1973 Burroughs dice a Bowie che una sua canzone gli ricorda “La terra desolata“, e gli chiede se abbia letto Eliot. «Mai letto», risponde lui. Può darsi che sia vero: il poema del 1922 è di quei testi che si assorbono anche senza aprirli.

Ritratto di T.S. Eliot, autore della Terra desolata, tra le influenze di Diamond Dogs
reperto 008 T.S. Eliot

La Londra di Eliot è una «città irreale» sotto la nebbia marrone, attraversata da una folla di morti che camminano; il poema procede per voci che si interrompono, citazioni, pezzi di conversazione, amori squallidi consumati per noia. Con “Diamond Dogs” ha in comune la città morta e il montaggio.

Due parentele senza prove: Ballard e Bulgakov
Ritratto dello scrittore J.G. Ballard, vicino all’immaginario urbano di Diamond Dogs
reperto 009 J.G. Ballard

Nessun documento dice che nel 1974 Bowie leggesse James Graham Ballard. Tra il 1970 e il 1975, però, Ballard pubblica quattro libri sulla città moderna come causa delle nevrosi di chi la abita, e l’ultimo, “Il condominio“, racconta gli inquilini di un grattacielo di lusso che regrediscono a tribù in guerra per i piani alti. Esce un anno dopo “Diamond Dogs“. A Ballard, Bowie arriverà apertamente più tardi, con i dischi di Berlino.

Ritratto di Michail Bulgakov, autore di Cuore di cane, accostato alla copertina di Diamond Dogs
reperto 010 Michail Bulgakov

Lo stesso vale per “Cuore di cane” di Michail Bulgakov, il romanzo breve del 1925 in cui un professore trapianta in un randagio l’ipofisi e i testicoli di un uomo e ne ottiene una creatura a metà, volgare e prepotente. Che Bowie lo conoscesse non è provato. L’ibrido della copertina lo richiama, e niente di più; di Bulgakov, Bowie metterà “Il Maestro e Margherita” tra i cento libri della sua vita.

Il cinema: Lang, Wiene, Browning

Dell’8 gennaio e di “Metropolis” si è detto. Il film di Lang dà a Hunger City la forma, una città a strati con i padroni in alto e gli altri sotto; “Il gabinetto del dottor Caligari” le dà le prospettive storte e le ombre dipinte, che dal disco passeranno alla scenografia del tour.

Ritratto di Fritz Lang, regista di Metropolis, il film che dà forma a Hunger City
reperto 011 Fritz Lang
Ritratto di Tod Browning, regista di Freaks, citato nella canzone Diamond Dogs
reperto 012 Tod Browning

Il terzo nome è americano. Tod Browning aveva lavorato nei circhi prima di fare il regista, e nel 1932 gira “Freaks” con veri artisti da baraccone: nani, gemelle siamesi, uomini senza arti. Lo scandalo gli costa la carriera, e in Gran Bretagna il film resta vietato per trent’anni. Bowie lo nomina nella canzone che dà il titolo all’album e ne fa il principio della copertina, dove il fenomeno esposto al pubblico è lui.

Capitolo 3 · 6 minuti di lettura

Forgiando il suono lo studio, le macchine, il metodo

Dagli Olympic a Melrose Terrace

Gli attrezzi del capitolo

Non sai che cos’è un Mellotron? Tocca un nome.

Senza gli Spiders

Per la prima volta Bowie produce un album da solo, e lo fa nel momento in cui ha sciolto gli Spiders from Mars. Nel settembre 1974 lo ammette a Robert Hilburn del “Melody Maker”: non aveva una band, e quello è stato il suo album più difficile. Mick Ronson, il chitarrista e arrangiatore dei dischi precedenti, racconta la rottura così: «Io non me ne sono mai andato davvero. David smise di andare in giro e volle fermarsi un po’: se fossi rimasto con lui sarei rimasto seduto a non fare niente».

Mick Ronson alla chitarra nel 1974, con la sua Les Paul
reperto 013 Mick Ronson alla chitarra. La sua ultima seduta con Bowie fu il medley "1984/Dodo", nell'ottobre 1973: nell'album non suona

Le chitarre soliste, dunque, toccano a Bowie: è il solo suo album in cui gli siano accreditate. Usa una , pesante e dal lungo, e nei due mesi che precedono le sedute, ricorderà nel 1997, si esercita due ore al giorno. Nel 1996, alla rivista Guitar, spiega la scelta con la timidezza: aveva idee che riteneva stravaganti, gli altri musicisti lo intimidivano, «e pensai: Dio, queste idee le provo da solo, perché mi imbarazzerebbe troppo chiedere ad altri chitarristi di fare quello che voglio».

All’inizio annuncia che suonerà tutto lui, poi ci ripensa. Da “Pin Ups” tornano Mike Garson al pianoforte e Aynsley Dunbar alla batteria. Al basso c’è Herbie Flowers dei Blue Mink, che aveva suonato in “Space Oddity” e prodotto il singolo “Holy Holy“, uscito nel 1971, e che si porta dietro il chitarrista Alan Parker. La seconda batteria è di Tony Newman, già con il Jeff Beck Group.

Gli Astronettes, laboratorio soul

Bowie ama il soul e l’R&B da ragazzo, ma negli anni del glam li ha messi da parte. Glieli riporta davanti Ava Cherry. La conosce il 7 febbraio 1973 a New York, una settimana prima dei concerti al Radio City Music Hall: lei lavora al Genesis, il club dove si tiene la festa dopo il concerto di Stevie Wonder alla Carnegie Hall. Bowie ci vede una futura star (potrebbe essere “la prossima Josephine Baker“, dice) e le fa avere un contratto con la MainMan.

David Bowie con la cantante soul Ava Cherry nel 1974, periodo Diamond Dogs
reperto 014 Bowie e Ava Cherry

Intorno a lei costruisce un trio vocale, gli Astronettes, con l’amico d’infanzia Geoffrey MacCormack e Jason Guess, un amico di lei arrivato da New York. Sul finire del 1973 ne produce l’album agli Olympic, con Dunbar, Flowers e Garson, cioè nella sala e con i musicisti di “Diamond Dogs“. Le sedute vanno avanti a intermittenza fino a gennaio, poi il disco di Bowie ha la precedenza; il progetto viene rimandato e alla fine abbandonato, e i nastri usciranno solo nel 1995. Dentro ci sono le prime versioni di canzoni che finiranno in “Young Americans“, e una, “I Am Divine”, ha l’arrangiamento funk di “1984“: chitarra , , pianoforte, archi. In “Diamond Dogs” quella direzione si sente quasi soltanto lì; un anno dopo, con “Young Americans“, occuperà un disco intero.

Agli Olympic con Keith Harwood

Si registra soprattutto agli Olympic Studios di Barnes, a circa cinque chilometri da Oakley Street. Lo Studio 2, al primo piano, misura circa 11 metri per 10 e ha due cabine di isolamento. È lo studio dei Rolling Stones, dai quali in quel periodo Bowie è ossessionato, e la scelta dipende da questo. Il tecnico residente è Keith Harwood: capelli unti, giubbotto di pelle, stivali. Bowie viene dal più composto Ken Scott, che chiamava “il mio George Martin“, e di Harwood ha quasi soggezione. Alle spalle ha “Houses of the Holy” dei Led Zeppelin e molte sedute con gli Stones (“tre album”, ricordava Bowie). Morirà in un incidente d’auto nel settembre 1977, due settimane prima di Marc Bolan; una voce mai documentata vuole che la sua macchina abbia colpito lo stesso albero.

Gli Olympic Studios di Barnes, a Londra, dove David Bowie registrò Diamond Dogs nel 1974
reperto 015 Gli Olympic Studios di Barnes, a Londra
David Bowie agli Olympic Studios durante le sedute di registrazione di Diamond Dogs, gennaio 1974
reperto 016 Bowie agli Olympic durante le sedute, gennaio 1974

Gli Stones lavorano nella sala accanto, e in studio passano anche Pete Townshend e Rod Stewart. Da qui le voci, mai provate, di ospiti illustri non accreditati nel disco (di quella su Stewart si parla nella scheda di “Diamond Dogs“).

David Bowie fotografato da Denis O'Regan fuori dagli Olympic Studios di Barnes durante il periodo delle registrazioni di Diamond Dogs
reperto 017 Bowie durante il periodo delle registrazioni, fotografato da Denis O'Regan fuori dagli studi di registrazione

Andy Morris, che a sedici anni fa l’assistente di sala, ricorda il metodo: «David era come Orson Welles. Stratificavamo e ristratificavamo le canzoni. Il suo approccio era cinematografico». Quando tocca alla voce Bowie fa spesso abbassare le luci. Ai musicisti dà indicazioni da regista più che da arrangiatore; quella per la batteria di “Sweet Thing” è riportata nella scheda del brano.

David Bowie agli Olympic Studios il 14 gennaio 1974, durante le registrazioni di Diamond Dogs
reperto 018 Agli Olympic Studios, 14 gennaio 1974
David Bowie a Barnes, davanti agli Olympic Studios, il 14 gennaio 1974
reperto 019 Barnes, 14 gennaio 1974

Nastri, phasing, sintetizzatori

L’effetto più riconoscibile del disco è il , lo sfasamento. Due copie della stessa parte scorrono insieme con una piccola differenza di velocità: partono sincronizzate e a poco a poco si sfalsano, con un effetto di movimento che disorienta. Tony Visconti ha raccontato a “Sound on Sound” che in “Diamond Dogs” lo si ottiene alla vecchia maniera, con i nastri spostati a mano fuori sincrono durante il . Lo si sente fin dalla traccia d’apertura, “Future Legend“, dove la voce di Bowie fluttua e si dissolve.

Il phasing, disegnato: due copie dello stesso suono, una appena più lenta. Quando le onde coincidono il suono è pieno, quando si sfalsano si svuota.
Bowie in pausa durante le sessioni di registrazione di Diamond Dogs agli Olympic Studios, gennaio 1974
reperto 020 Bowie in pausa durante le sessioni di registrazione dell'album

I nastri vengono anche rallentati e accelerati, c’è il ““, e nel missaggio entrano rumori di strada, pezzi di conversazione, latrati. Il cut-up, invece, riguarda soltanto le parole: nessuno dei presenti ricorda che Bowie tagliasse anche le registrazioni per rimontarle a caso.

Poi ci sono il e il . I sintetizzatori erano già nei dischi precedenti (l’ in “Ziggy Stardust” e in “Aladdin Sane“), ma qui Bowie li suona tutti da sé. In “Future Legend” il Moog scorre sotto la voce, in “Sweet Thing” il Mellotron fa i fiati, in “Big Brother” fa il coro.

David Bowie seduto al banco di regia durante le registrazioni di Diamond Dogs, 1974
reperto 021 Bowie al banco di regia durante le sedute del disco

Il missaggio a Melrose Terrace

Mesi prima del missaggio Tony Visconti, che con Bowie non lavorava da anni, riceve una telefonata nel cuore della notte. David parla velocissimo, divaga: ha passato la nottata a chiamare amici che non sentiva da tempo. All’inizio del 1974 lo richiama per lavoro. Con il missaggio Bowie non si è mai sentito sicuro, e gli chiede gli archi di “1984” e i missaggi di quasi tutto l’album. Restano fuori “Rebel Rebel“, “Rock ‘n’ Roll with Me” e “We Are the Dead“, già chiusi con Harwood.

Visconti si è appena costruito uno studio in casa, a Melrose Terrace, Hammersmith: un , , una su misura, e un che nel suono finale del disco conta parecchio. La prima notte missano insieme la traccia d’apertura, e Visconti ne fa una copia su un Revox impostato alla velocità sbagliata. Bowie se ne va con la copia difettosa. Alle due telefona per chiederne una buona; alle cinque richiama per dire che il missaggio gli piace e che vuole continuare lì. Lo studio non ha ancora le sedie, e si lavora seduti su cavalletti da carpentiere. Il giorno dopo arriva da Habitat un furgone con sedie, tavolo da pranzo e stoviglie, regalo di Bowie, che ogni sera si fa portare una cena francese.

Nella sua autobiografia Visconti ha rimesso le proporzioni a posto: prima che i nastri gli arrivassero David aveva fatto in studio «un lavoro straordinario», «il grosso in realtà». Del che in quei missaggi fa gorgogliare la voce si parla nella scheda di “Diamond Dogs“.

Capitolo 4 · 4 minuti di lettura

La copertina

anatomia di un’icona

La copertina di “Diamond Dogs” è un dipinto. L’idea è di David Bowie, la mano dell’artista belga Guy Peellaert.

Gli schizzi originali a matita disegnati da Bowie per la copertina di Diamond Dogs, con le prime idee per la figura ibrida uomo-cane
Gli schizzi originali di Bowie per la copertina dell'album, con le prime idee per la figura ibrida uomo-cane

Bowie conosce Peellaert da “Rock Dreams“, il libro del 1973 in cui il belga dipinge le star della musica dentro scene inventate. A decidere, però, è un’altra cosa, e lo dice Peellaert stesso: più del libro conta sapere che Mick Jagger gli ha già chiesto la copertina di It’s Only Rock ‘n Roll. Bowie vede quei quadri a casa di Jagger, telefona subito al pittore e fa in modo che il proprio disco esca per primo. «Mick è stato sciocco. Non avrebbe mai dovuto farmi vedere niente di nuovo», racconta a Cameron Crowe su Playboy nel 1976. «Mick ha imparato. Non lo farà mai più».

Guy Peellaert e David Bowie con il dipinto originale della copertina di Diamond Dogs
reperto 022 Guy Peellaert e Bowie con il dipinto della copertina

Bowie ha già deciso di comparire come un essere per metà uomo e per metà cane, e ha preparato alcuni bozzetti. I modelli sono due immagini di Josephine Baker. Le fotografie in cui passeggia per Parigi con il ghepardo Chiquita gli suggeriscono di posare con un grande cane. Per il dipinto, invece, chiede a Peellaert di rifarsi a un ritratto del 1926 in cui Baker, senza ghepardo, fa lei stessa il felino: semisdraiata, una gamba piegata sotto il corpo, lo sguardo in camera, le mani in primo piano.

Josephine Baker nel 1926: la posa che Bowie indicò a Peellaert come modello per la copertina di Diamond Dogs
reperto 023 Josephine Baker nella posa che ispirò direttamente la copertina di Diamond Dogs

Il servizio fotografico si tiene il 30 gennaio 1974. Il fotografo è Terry O’Neill, che con Bowie ha già lavorato circa tre mesi prima, per “The 1980 Floor Show” al Marquee, e ha raccontato lui come andò. In studio arriva un alano. Prima si fotografa il cane, poi O’Neill mostra a Bowie i Polaroid e Bowie ne copia le pose. Alla fine decidono di fare un paio di scatti con il cane vero, e l’animale salta in aria per mordere il flash stroboscopico; salta a ogni lampo. O’Neill ha per fortuna un grandangolo. Bowie non si muove di un millimetro. Da quei pochi scatti in più viene uno dei suoi ritratti più noti.

David Bowie seduto accanto al cane che salta, nel servizio fotografico di Terry O’Neill per Diamond Dogs, 1974
reperto 024 Il servizio con il cane: lo scatto del salto (foto Terry O’Neill)
Provino a contatto del servizio fotografico di David Bowie con il cane per Diamond Dogs
Il provino a contatto del servizio con il cane
Provini a contatto di Terry O’Neill con David Bowie nella posa sdraiata usata per la copertina di Diamond Dogs
I provini a contatto della posa sdraiata (foto Terry O’Neill)
La foto a colori originale del servizio fotografico del 30 gennaio 1974 con Terry O'Neill, utilizzata come riferimento da Guy Peellaert per il dipinto
reperto 025 La foto originale del servizio fotografico utilizzata come riferimento da Peellaert per il dipinto

Sulla presenza di Peellaert in studio i ricordi non concordano. Secondo alcune ricostruzioni Bowie lo porta con sé; O’Neill ha sempre detto che il pittore non c’era e di aver consegnato le fotografie a Defries. Di certo il belga lavora a Parigi, sulle fotografie, con l’aerografo, e consegna il dipinto il 7 marzo 1974, circa due mesi e mezzo prima dell’uscita dell’album.

Il collage originale in bianco e nero della sessione fotografica con Terry O'Neill: Bowie posa davanti ai pannelli dipinti del freak show
Il collage originale in bianco e nero: Bowie posa davanti ai pannelli dipinti del freak show

Al centro c’è Bowie, il torso pallido che continua in un corpo canino lungo e sinuoso, i capelli rossi di Ziggy (è l’ultima volta che compaiono), gli occhi quasi felini. Nel dipinto originale il cartiglio da baraccone dove ora si legge il nome portava la parola “ALIVE”. Del nome, poi, c’è solo il cognome, come già in “Pin Ups“.

Artwork di Diamond Dogs con David Bowie e il cane davanti allo skyline di Hunger City
Bowie e il cane davanti a Hunger City: il servizio fotografico rielaborato per l’artwork del disco

Alle sue spalle, contro edifici in rovina e un cielo plumbeo, stanno due figure femminili. Sono ricavate da Alzoria Lewis e Johanna Dickens, che tra gli anni ’30 e ’50 si esibivano nel Cavalcade Variety Show di Coney Island. Lewis era nata nel 1912 con sei dita per mano e gli arti atrofizzati; in scena era “Turtle Girl”, “Walrus Girl” e “Pig Woman”. Dickens, nata negli anni ’20 con nanismo, era conosciuta come “Bear Girl”. Parenti non erano, ma venivano presentate come sorelle o cugine, membri della “Famiglia più strana del mondo”. Con loro nella Hunger City inventata entra la storia vera del freak show americano.

Alzoria Lewis e Johanna Dickens, le artiste di Coney Island ritratte da Guy Peellaert sulla copertina di Diamond Dogs
reperto 026 Alzoria Lewis e Johanna Dickens, le artiste di Coney Island riprese da Peellaert alle spalle di Bowie

Poi c’è la censura. Nel dipinto l’anatomia canina di Bowie è completa, genitali compresi. La RCA, a copertine già stampate, li fa cancellare ad aerografo, e le poche copie sfuggite al ritiro diventano oggetti da collezione.

Confronto tra la versione censurata di Diamond Dogs, con l'area genitale aerografata su richiesta della RCA, e la versione originale non censurata
La versione censurata con l'area genitale aerografata, su richiesta della RCA, e quella non censurata

La vicenda ha un seguito. Dal 1990 le ristampe dell’album riportano il dipinto integrale, e con quello un secondo disegno di Peellaert, scartato all’epoca, che era destinato alla busta interna: Bowie con un cane che ulula davanti a uno sfondo di New York, e ai suoi piedi, aperto, il romanzo “The Immortal” di Walter Ross, il cui protagonista è modellato su James Dean. Una copia della copertina non ritoccata è stata venduta all’asta nel marzo 2004, a una cifra riportata nel capitolo sulle edizioni.

Peellaert ricordava che Bowie gli aveva chiesto «qualcosa di futuristico ma sensuale», e che il disco doveva essere «vistoso, sopra le righe, estremo: un baraccone».

Capitolo 5 · 3 minuti di lettura

Tematiche e testi

Un viaggio nell’oscurità di Hunger City

Prima delle canzoni, tre nomi che torneranno: una città, un personaggio, una banda.

Hunger City

Hunger City è il posto dove si svolge il disco, e Bowie la nomina nel primo minuto. È una città dopo una catastrofe che nessuno spiega, senza corrente e senza benzina, con i grattacieli occupati dalle bande. Una trama vera e propria non c’è. Quel poco di racconto sta nei primi due brani e nella copertina; dal terzo in poi la città resta sullo sfondo, e le canzoni parlano d’altro: sesso a pagamento, droga, politici, ragazzi vestiti come vogliono, un capo da adorare. Non è mai diventato un vero musical rock, ma «ci è andato vicino», dirà Bowie a Mojo nel 2002: era, parole sue, «il mio solito cesto di visioni apocalittiche».

Halloween Jack

Halloween Jack compare in una sola strofa, nella canzone che dà il titolo all’album: vive in cima a un grattacielo, l’ascensore è guasto, e in strada scende con una fune. Più di questo il disco non dice, e c’è chi lo considera una comparsa. Eppure viene contato tra le identità di Bowie, dopo Ziggy Stardust e Aladdin Sane, per quello che succede fuori dalle canzoni.

Il volto gli arriva dalla televisione olandese. Il 13 febbraio 1974 Bowie registra “Rebel Rebel” per Top Pop con una benda nera sull’occhio e un fazzoletto a pois al collo, e molti in quel pirata riconoscono Jack (la benda ha una ragione più banale, raccontata nella scheda del brano). I capelli sono ancora quelli rossi di Ziggy. Bowie, del resto, ha detto una volta che Hunger City è il posto da cui Ziggy viene: i due personaggi abitano lo stesso mondo.

Bowie nel celebre completo giallo con le forbici, in una delle immagini iconiche del periodo Diamond Dogs scattate nel 1974
reperto 027 Bowie nel celebre completo giallo con le forbici: un'immagine iconica del periodo Diamond Dogs

In tour Jack cambia aspetto. A giugno il pubblico nordamericano, che aspetta Ziggy da un anno, si trova davanti un uomo senza trucco, con i capelli tirati indietro, in completo azzurro, camicia bianca e bretelle. Nella serie dei personaggi Jack sta tra Ziggy e il Duca Bianco del 1976, ed è il meno definito dei tre: non ha una biografia, e nemmeno un’uscita di scena come quella di Ziggy.

Bowie sul palco durante il Diamond Dogs Tour del 1974, con il teschio in mano e il costume rosso che evocano le atmosfere teatrali del personaggio Halloween Jack
reperto 028 Bowie sul palco durante il Diamond Dogs Tour, con il teschio e il costume rosso che evocano le atmosfere teatrali di Halloween Jack
David Bowie nel 1974 con il completo giallo, in un ritratto del periodo Diamond Dogs
reperto 029 Bowie nel 1974, nel servizio con il completo giallo

I Diamond Dogs

I cani di diamante sono la banda di Jack: ragazzi di strada che hanno saccheggiato le gioiellerie e vivono sui tetti. Bowie ha raccontato chi fossero, da dove venissero e come si muovessero una volta per tutte nel 1993, nella serie radiofonica “The David Bowie Story” di BBC Radio 1:

“Avevo in mente una sorta di mondo a metà tra Wild Boys e 1984, un luogo popolato da straccioni, ma un po’ più violenti dei classici straccioni. Suppongo che fossero usciti fuori anche da Arancia Meccanica in qualche modo. Avevano preso il controllo di questa città desolata, una città che cadeva a pezzi. Erano riusciti a scassinare le vetrine delle gioiellerie, così si erano adornati con pellicce, diamanti e cose del genere, ma avevano denti storti ed erano davvero sudici, una specie di Oliver Twist violenti. Era una versione malvagia di quei ragazzi. Era come se la banda di Fagin fosse completamente impazzita.” L’idea dei tetti, raccontò, gli veniva dal padre, che lavorava per le case per bambini abbandonati del Dr Barnardo: una storia di Lord Shaftesbury sui ragazzini che vivevano sui tetti dei bassifondi di Londra. “Mi è sempre rimasta in mente come un’immagine straordinaria, tutti quei ragazzini che vivevano sui tetti di Londra.” E così immaginò i Diamond Dogs vivere sui tetti di Londra.

La pubblicità televisiva del 1974 in promozione del nuovo album

canaleTV

“Erano tutti dei piccoli Johnny Rotten e Sid Vicious, in un certo senso. Non c’erano mezzi di trasporto, così nella mia mente si muovevano sui pattini a rotelle con enormi ruote che scricchiolavano perché non erano stati oliati a dovere. Quindi c’erano queste bande di teppisti aggressivi sui pattini a rotelle, con coltelli a serramanico, avvolti in pellicce, tutti magri perché non mangiavano abbastanza, e con capelli tinti di colori strani. Era, in un certo senso, un precursore di quello che sarebbe stato il punk, capisci? Era quella la direzione verso cui puntavo. Ed era ciò che volevo mettere in scena. Avevo deciso che sarebbe stato il mio musical rock: Diamond Dogs.”

Il registro · ordine di incisione

Il registro delle sedute

Dal Château d’Hérouville al Melrose Terrace: la sequenza delle sessioni

Le sedute di “Diamond Dogs” si distribuiscono su quasi otto mesi e su tre paesi, Francia, Inghilterra e Olanda. La sequenza che segue è approssimativa: l’ho ricostruita incrociando le cronologie più affidabili.

  1. Château d’Hérouville (Francia)Durante le sessioni di “Pin Ups” viene registrata una traccia strumentale embrionale, che diventerà il ponte tra “Sweet Thing (Reprise)” e “Rebel Rebel“. Suonano Ronson, Bolder, Dunbar, Garson.
  2. Trident Studios (Londra)Registrazione del medley originale “1984/Dodo” con Aynsley Dunbar alla batteria, Mike Garson al piano, Trevor Bolder al basso e Mick Ronson alla chitarra. Bowie pensa ancora al progetto come a un adattamento di “1984“. Apri il fascicolo R1 →
  3. Trident Studios (Londra)Prima demo di “Rebel Rebel“, registrata nell’ultima settimana di dicembre. Versione più lunga, con arrangiamento ancora rudimentale.
  4. Olympic Studios, Barnes (Londra)Le sessioni vere e proprie di “Diamond Dogs“. Bowie, chiuso il rapporto con Ken Scott e i Trident, si trasferisce a Olympic con Keith Harwood come ingegnere. Il 1° gennaio incide il primo “Candidate“, quello poi scartato; il 14 e il 15 si lavora a “Rock ‘n’ Roll with Me“, “Candidate“, “Big Brother” e alla title track; il 16 a “We Are the Dead“. Apri il fascicolo R3 →
  5. Olympic Studios (Londra)Ri-registrazione di “1984” come brano autonomo, registrazione della suite “Sweet Thing/Candidate/Sweet Thing (Reprise)” e di “Chant of the Ever Circling Skeletal Family“.
  6. Londra, studio fotografico a noleggioSessione fotografica di Terry O’Neill con l’alano per la copertina e il materiale promozionale, Guy Peellaert, che secondo O’Neill non è presente, userà le foto come riferimento per il dipinto.
  7. Studio L Ludolf, Hilversum (Olanda)Sovraincisioni, forse il completamento della title track, mentre gli Olympic minacciano di sospendere le sessioni per i conti non pagati dalla MainMan. Il 13 Bowie registra “Rebel Rebel” per il programma televisivo Top Pop.
  8. Melrose Terrace, Hammersmith (Londra)Home studio di Visconti. Si fanno qui le sovraincisioni finali e il missaggio definitivo. Bowie completa anche le sezioni vocali di “Future Legend” e “Big Brother“. Di questa fase finale londinese sono anche gli archi di “1984“, arrangiati da Visconti.
  9. Bowie riceve da Guy Peellaert, che lo ha dipinto nel suo studio di Parigi, l’originale della copertina; il giorno dopo è con lui a Londra, alla mostra di “Rock Dreams” da Biba.
  10. Bowie lascia Londra per Parigi, si imbarca a Cannes sul transatlantico France e arriva a New York l’11 aprile.
  11. Uscita ufficiale di “Diamond Dogs” nel Regno Unito.

Su alcune date le fonti non vanno d’accordo, e una parte dell’elenco resta ricostruzione. Il quadro generale però è chiaro: dalle sedute di gennaio all’uscita di maggio passano meno di cinque mesi.

Capitolo 6 · 2 minuti di lettura

L’uscita e l’accoglienza maggio 1974

Come arrivò nei negozi, cosa ne scrissero, quanto vendette

“Diamond Dogs” esce il 24 maggio 1974, con il numero di catalogo RCA APL1-0576. Sulla data le fonti non sono concordi: alcune riportano il 31 maggio, altre il 24 aprile. Di sicuro negli Stati Uniti il disco circola già a metà maggio: l’11 una pubblicità in prima pagina su Billboard lo annuncia come disponibile, e il 25 la stessa rivista lo recensisce. Bowie ha lasciato l’Inghilterra il 29 marzo e a New York prepara il tour.

Il lancio

La campagna americana costa 400.000 dollari e la dirige la MainMan di Tony Defries. Comprende cartelle stampa di lusso, cartelloni giganti a Times Square e sul Sunset Boulevard, manifesti nella metropolitana e sugli autobus, pagine doppie sulle riviste di settore e su quelle per il pubblico: fronte e retro della copertina, con la scritta «The Year of the Diamond Dogs». Defries spedisce due bollettini a oltre cinquemila indirizzi e, al posto della solita foto dell’artista, allega una riproduzione in bianco e nero della copertina, che nel giro di pochi giorni finisce nelle rubriche musicali di mezzo mondo. Si coniano piastrine di metallo da cane in edizione limitata, e si progettano perfino scatole di fiammiferi. Bowie registra annunci per la radio e uno spot televisivo girato apposta, tra i primi per un album pop.

La pubblicità originale della MainMan e della RCA per il lancio di Diamond Dogs nel 1974
La pubblicità originale della MainMan/RCA per il lancio di Diamond Dogs

Ai critici Defries riserva un trattamento a parte. Niente copie per la recensione: li invita a un’anteprima, li stipa in un ufficio surriscaldato della MainMan e fa suonare il disco una volta sola, dall’inizio alla fine. I registratori sono vietati e i testi non vengono distribuiti.

400.000$la campagna americana di lancio

5.000+gli indirizzi che ricevono i due bollettini

1ascolto concesso ai critici, senza registratori e senza testi

Le classifiche

Nel Regno Unito le prenotazioni bastano a portare l’album direttamente al primo posto, dove resta quattro settimane di fila. Negli Stati Uniti la salita è più lenta e si ferma al numero 5, nell’estate; davanti c’è Caribou di Elton John. Lo sfondamento americano che Defries voleva non arriva, ma entro agosto il disco è d’oro. Il piazzamento italiano è ricordato nell’introduzione.

La stampa americana

La stroncatura più nota è quella di Rolling Stone, già citata nell’introduzione. Il resto del pezzo ha lo stesso tono, e il recensore trova «dozzinale» perfino la chitarra di Bowie.

Rolling Stone

Stati Uniti · 1974

«La maggior parte delle canzoni sono oscuri grovigli di perversione, degradazione, paura e autocommiserazione». E in chiusura: «Diamond Dogs sembra l’ultimo rantolo di Bowie più che quello del mondo».

stroncatura

È però una voce di minoranza.

Billboard

Stati Uniti · 25 maggio 1974

Qui «viene in primo piano un Bowie più sottile, più estetico», in un album che «dovrebbe rafforzare la sua presenza musicale negli anni Settanta».

Rock

Stati Uniti · 1974

«Un album forte ed efficace, e di certo il lavoro più notevole che Bowie abbia portato a termine dai tempi di Ziggy Stardust».

Il paragone più citato

Stati Uniti · 1974

«Dove Aladdin Sane sembrava una serie di istantanee Instamatic prese da angolazioni strane, Diamond Dogs ha la qualità provocante di un dipinto meditato, che attinge a tutti i colori più profondi».

Martin Kirkup

Di Lester Bangs e di Creem si parla nell’introduzione.

La stampa inglese

In patria l’accoglienza è migliore. Il Melody Maker accosta la produzione al muro del suono di Phil Spector, Sounds parla del lavoro più notevole dai tempi di Ziggy Stardust, e Disc lo avvicina a The Man Who Sold the World, che considera molto sottovalutato.

Melody Maker

Regno Unito · 1974

Un album «davvero buono». Un disco di Bowie ormai si aspetta «con la stessa soggezione riservata a un’uscita dei Beatles negli anni Sessanta».

Disc

Regno Unito · 1974

«È inquietante, cupo, ma avvincente all’ascolto e innegabilmente brillante». E ancora: «senza dubbio il migliore che abbia fatto finora».

Della recensione italiana di Enzo Caffarelli su Ciao 2001 si è detto nell’introduzione.

I singoli

Dall’album la RCA ricava tre singoli, ma solo il primo va in alto. Altri due arrivano in settembre dalle registrazioni dal vivo di Filadelfia, uno per ciascuna sponda dell’Atlantico.

  1. Regno Unito · 15 febbraio 1974 · RCA LPBO 5009

    Rebel Rebel

    lato B: Queen Bitch

    Precede l’album di oltre tre mesi; il mix del 45 giri differisce leggermente da quello dell’LP.

    miglior posto5

  2. Stati Uniti · maggio 1974 · RCA APBO 0287

    Rebel Rebel (versione americana)

    lato B: Lady Grinning Soul

    È il rifacimento di 2’58” preparato a New York in aprile; resta in catalogo per poco.

    miglior posto64

  3. Regno Unito · 14 giugno 1974 · RCA APBO 0293

    Diamond Dogs

    lato B: Holy Holy

    Il risultato inglese più basso per un singolo nuovo dai tempi di “Starman“. Negli Stati Uniti non entra in classifica. Sul retro c’è il rifacimento del 1971; l’edizione australiana riduce il lato A a 2’58”.

    miglior posto21

  4. Stati Uniti · luglio 1974 · RCA PB-10026

    1984

    lato B: Queen Bitch

    Esce come singolo anche in Giappone; in Gran Bretagna resta un brano dell’album.

    fuoriclassifica

  5. Regno Unito · 13 settembre 1974 · RCA 2466

    Knock on Wood (dal vivo)

    lato B: Panic in Detroit (dal vivo)

    Il lato B viene dalle stesse serate del Tower Theater ma su David Live non c’è.

    miglior posto10

  6. Stati Uniti · settembre 1974 · RCA PB 10105

    Rock ’n’ Roll with Me (dal vivo)

    lato B: Panic in Detroit (dal vivo)

    Viene pubblicato in fretta per contrastare la cover di Donovan, uscita lo stesso mese.

    fuoriclassifica

Parte seconda

La mappa di Hunger City

Immagina ogni canzone come un edificio della città: l’altezza è la durata del brano. Il lato A è Lower Hunger City, il lato B è Upper Hunger City: in mezzo scorre il fiume. Passa sopra un palazzo per accendere le finestre, toccalo per entrare.

Lato A · 11:00i grattacieli sterili

Future Legend

Un minuto di cartolina dalla fine del mondo, con applausi

canale01

«Conservava l’idea del crollo di una città, di una gioventù disamorata che non aveva più una casa, ma viveva in bande sui tetti e aveva la città tutta per sé»

David Bowie, 1999

Il brano

Un minuto. Tanto basta a Bowie per costruire un mondo intero e gettarci dentro l’ascoltatore. Il disco si apre con un ululato. Le canzoni arrivano dopo: prima Bowie consegna una mappa, un minuto di voce parlata sopra un fondo di rumori. La città si chiama Hunger City, e prende il posto dell’Oceania di Orwell dopo il no della vedova al musical su 1984.

Tutto quello che Diamond Dogs ha di narrativo sta qui dentro. Al posto di un libretto alla maniera di Quadrophenia degli Who c’è un paragrafo di prosa che Bowie scrive e recita, e che poi fa stampare nell’interno della copertina apribile, accanto a un fotomontaggio di grattacieli nella nebbia firmato da Leee Black Childers; il resto è affidato all’immaginazione di chi ascolta.

Sotto la voce scorre una specie di sipario mobile di suoni sintetici, trattati con il phasing, l’eco, la velocità variabile del nastro. Il posto d’onore spetta al Moog, con ogni probabilità un Minimoog. Manipolata è anche la voce, che resta sospesa sopra il sintetizzatore; ogni tanto la taglia un frammento di chitarra distorta. Bowie produce il disco da solo, ed è al debutto in questo ruolo. L’ululato d’apertura sembra arrivare dal Mastino dei Baskerville. Dietro si distinguono una sirena antiaerea, bambini fantasma, borbottii di zombie. Tony Visconti, chiamato per il missaggio, spiega: «Ho aggiunto effetti speciali e idee di missaggio molto pertinenti ai testi, all’atmosfera e al concetto. Non faccio suoni strani solo per il gusto di farli».

Poi, al ventinovesimo secondo, la chitarra elettrica distorta di Bowie intona il ritornello di “Bewitched, Bothered and Bewildered”, lo standard che Rodgers e Hart scrissero per Pal Joey (1940). Bowie lo avrà conosciuto dalla voce di Frank Sinatra, nel film del 1957. La canzone da musical, con tutta la sua eleganza, finisce così dentro il futuro in rovina.

Nel finale Bowie imita Scott Walker, che nel 1973 aveva inciso “Any Day Now” di Bacharach e Hilliard, e ne accenna la melodia. L’insieme ricorda da vicino il montaggio sonoro che apre Berlin di Lou Reed, uscito pochi mesi prima, reinventato con la sensibilità del Joe Meek di I Hear a New World.

È anche il punto del disco in cui il cinema espressionista tedesco si sente di più. Da Metropolis di Fritz Lang viene la città a strati, dove Halloween Jack regna dalla cima di un grattacielo come un moderno Joh Fredersen. Dal Gabinetto del dottor Caligari di Wiene, che Bowie aveva visto a quattordici anni, viene l’aria allucinata delle strade. È alla rivista Circus, nel 1974, che Bowie descrive l’espressionismo come un’arte che rispecchia la vita attraverso lo stato d’animo anziché attraverso gli eventi. “Future Legend” è questo: uno stato d’animo, in cui non accade nulla.

Nel 2006 è stato ritrovato un acetato promozionale, e dentro c’è un dettaglio curioso: lì “Future Legend” sfocia direttamente in “Rebel Rebel”, con lo stesso grido di passaggio che sul disco la lega a “Diamond Dogs”. Forse, per un momento, Bowie ha pensato di aprire l’album con il singolo. Al brano resterà affezionato a modo suo. Nel 1978 dice a Michael Watts del Melody Maker che l’introduzione, «senza la poesia», era un pezzo di musica molto interessante.

Testo

Più che una canzone, il testo è un paragrafo di prosa. Procede come una ripresa aerea: parte dalla strada e sale verso i tetti.

And in the death

E nella morte,

As the last few corpses lay rotting

mentre gli ultimi cadaveri marciscono

On the slimy thoroughfare

sul corso melmoso,

Quando la voce comincia la città è già morta. Nessuno racconta la catastrofe, si vede soltanto il dopo. È la lezione di Burroughs, e si riconosce nel metodo: la scena procede per istantanee impressionistiche, un elenco di visioni sempre più sordide, come nelle pagine di Naked Lunch.

Anche le parole sono scelte con cura. La strada del primo verso è una “thoroughfare”, cioè un’arteria di grande passaggio, un corso, e qui è ridotta a melma. I nomi dei luoghi sono inventati e vanno letti per quello che significano: il palazzo intitolato alla Temperanza, la virtù della moderazione, è in rovina, mentre sopra la città sta la collina dei Bracconieri, cioè dei predatori.

The shutters lifted in inches

le imposte si sollevano di pochi centimetri

in Temperance Building

nell’Edificio della Temperanza,

High on Poacher’s Hill

in cima alla Collina dei Bracconieri,

And red, mutant eyes gaze down

e rossi occhi mutanti scrutano dall’alto

on Hunger City

la Città della Fame:

No more big wheels

niente più pezzi grossi

Dall’alto qualcuno guarda. Imposte sollevate di pochi centimetri, occhi rossi puntati sulla città. Poi un gioco di parole. Le “big wheels” che non esistono più sono insieme i potenti (i pezzi grossi) e le automobili, sostituite dai pattini delle bande. In inglese la “big wheel” è anche la ruota panoramica del luna park, e nel verso c’è pure un divertimento che non tornerà.

Fleas the size of rats

Pulci grandi come ratti

Sucked on rats the size of cats

succhiano ratti grandi come gatti;

And ten thousand peoploids

e diecimila gentoidi

split into small tribes

divisi in piccole tribù

Coveting the highest

bramano i più alti

of the sterile skyscrapers

tra gli sterili grattacieli.

È l’immagine più citata, e la più volutamente grottesca: gli animali piccoli crescono fino a nutrirsi di quelli grandi. Viene forse da Ray Bradbury. In Something Wicked This Way Comes (1962) c’è una gerarchia di bestie che si divora per taglia. Le pennellate sono quelle di Hieronymus Bosch, e valgono come dichiarazione d’intenti: il domani di Bowie è organico, viscerale nella sua decadenza, e di asettico o di tecnologico non ha nulla.

Gli uomini, intanto, sono diventati “peoploids”, una parola coniata a metà tra persona e androide (nella traduzione diventano “gentoidi”), divisi in piccole tribù che si contendono le cime dei grattacieli.

Like packs of dogs assaulting

Come branchi di cani che assalgono

the glass fronts of Love-Me Avenue

le vetrine del viale Amami,

Ripping and rewrapping mink

strappando e riavvolgendo visone

and shiny silver fox

e lucente volpe argentata,

Now leg warmers

ora scaldamuscoli,

Family badge of sapphire

blasone familiare di zaffiro

and cracked emerald

e smeraldo scheggiato.

Il titolo del disco nasce qui. Le bande si comportano come un branco, e l’eco di Ragazzi selvaggi (The Wild Boys) di Burroughs è diretta: anche lì bande di ragazzi selvaggi si aggirano come cani affamati. Bowie ha raccontato di averlo letto ad alta voce agli amici già durante le sessioni di Pin Ups, mentre fantasticava di una «apocalisse glitter», e nel 1993 lo metteva addirittura tra le fonti di Ziggy. A Burroughs, però, nel novembre 1973 dice di conoscere soltanto Nova Express: legge il romanzo con ogni probabilità subito dopo, a ridosso delle sedute. La “Love Me Avenue” che le bande assaltano rovescia la “Lonely Avenue” di Doc Pomus cantata da Ray Charles.

Any day now

Ormai da un giorno all’altro

The Year of the Diamond Dogs

l’Anno dei Cani di Diamante.

La chiusa è un rovesciamento calcolato: il grido nega che questo sia rock’n’roll e lo chiama genocidio. Due anni prima Ziggy si congedava con “Rock ’n’ Roll Suicide”; qui il suicidio diventa sterminio di massa, e lo spettacolo parte sugli applausi rubati a un disco dei Faces. Quel grido sfiora il ridicolo, e suona come una risposta all’introduzione autocelebrativa di Get Yer Ya-Ya’s Out! degli Stones. Intanto è la prima cosa che il disco afferma di sé: di essere la fine di qualcosa, altro che intrattenimento.

Testo manoscritto di Future Legend, firmato da David Bowie nel 1974
Il manoscritto di “Future Legend”, firmato «Bowie ’74»

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour del 1974 i concerti cominciano con “1984”, e “Future Legend” non li apre mai. Prima che si alzi il sipario, a quanto pare, la sala ascolta per parecchi minuti versi di animali, soprattutto cani che abbaiano, a volume crescente, finché si confondono con il brusio del pubblico. In alcune date un nastro preregistrato del brano precede “Diamond Dogs”, e lì il trucco del disco diventa vero: sul vinile il grido finale è accolto da un’ovazione presa in prestito, in teatro la folla c’è, e acclama davvero la parola peggiore del testo. Dura poco: le basi registrate si inceppano spesso e vengono abbandonate.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato A · 26:04il tetto di Manhattan Chase

Diamond Dogs

La banda di Fagin sui tetti, con pellicce rubate e pattini

canale02

«E se quei ragazzi fossero diventati cattivi? Se la banda di Fagin fosse impazzita del tutto?»

David Bowie, 1993

Il brano

Il brano che dà il titolo all’album è un catalogo di riusi, ed esiste prima del disco che porterà il suo nome. Bowie ne incide un provino a Los Angeles verso la metà di marzo del 1973, alla fine della tournée americana di Ziggy, con un titolo scritto all’americana: “Diamond Dawgs”. Lo stesso titolo compare ancora sulle carte degli Olympic Studios di Barnes, dove la registrazione comincia a metà gennaio 1974. Poi lo studio minaccia di cacciarlo per le fatture non pagate dalla MainMan, e Bowie si sposta per qualche giorno allo Studio L Ludolf di Hilversum, dove probabilmente completa il brano.

Dopo il no della vedova di Orwell è su “Diamond Dogs” che Bowie ricostruisce tutto: la canzone gli permette di tenere la città caduta senza bisogno di Winston Smith. Dietro c’è un ricordo di famiglia. Il padre aveva lavorato per anni ai Dr. Barnardo’s Homes, l’istituzione per l’infanzia abbandonata, e gli raccontava di Lord Shaftesbury che nella Londra vittoriana trovava bambini accampati sui tetti dei bassifondi. «Mi è sempre rimasta in mente come un’immagine straordinaria, tutti quei ragazzini che vivevano sui tetti di Londra», dirà Bowie.

I libri arrivano dopo, e si innestano su quel ricordo: Burroughs, Orwell, Arancia meccanica. Il racconto che Bowie ne fa alla BBC nel 1993 è riportato per intero nel capitolo “Tematiche e testi”.

Di Burgess non arriva la lingua: Bowie non costruisce un gergo paragonabile al nadsat. Con le pellicce rubate e i denti guasti, gli abitanti di Hunger City sono i drughi di Alex trasportati in un futuro glam.

C’è anche un lavoro di documentazione, sulle vecchie bande giovanili inglesi, dai Peaky Blinders ai Teddy Boys. Nel 2000, in una chat con i fan, Bowie dirà: «Cercavo di inventare un nuovo tipo di banda di strada, una collusione di elementi glamour, pre-punk».

Il brano comincia con un furto. Gli applausi in apertura vengono da Coast to Coast: Overture and Beginners, il disco dal vivo di Rod Stewart e dei Faces; a pochi secondi dall’attacco si distingue perfino Stewart che saluta la folla con un virile «Hey!».

Agli Olympic Studios gli Stones sono nella sala accanto, alle prese con It’s Only Rock ’n Roll. La vicinanza produce scambi: Ronnie Wood suona, senza essere accreditato, nella versione che Bowie incide di “Growin’ Up” di Springsteen. E si sente. Il riff di “Diamond Dogs”, che Bowie suona su una Dan Armstrong pensando ai ritmi taglienti di Keith Richards, e il modo di cantare somigliano apertamente alla canzone che dà il titolo a quel disco. Del resto Bowie aveva assistito alla sua nascita: Keith Richards ha raccontato che Jagger ne aveva inciso una prima versione proprio con lui, e che poi gli Stones se la ripresero. Il campanaccio viene da “Honky Tonk Women”, il sax del finale riprende la linea di Bobby Keys in “Brown Sugar”. Nel 1974 scrivere canzoni degli Stones meglio degli Stones è uno sport diffuso, e Bowie ne sta facendo una specialità. È il primo disco senza Mick Ronson. Bowie suona da solo tutte le chitarre del brano: due soliste che si inseguono come levrieri, una ritmica che rifiuta gli accordi pieni e lavora per bicordi. L’omaggio però si guasta in qualcosa di più strano: quella ritmica suona come un bambino che si è impadronito dell’attrezzatura di Richards, e in questo annuncia il primitivismo del punk.

L’armonia è elementare, in la maggiore. Sotto la strofa c’è un ritmo di Bo Diddley, sopra un campanaccio picchiato con forza su tutti e quattro i tempi della battuta: più che spingere il pezzo, lo martella. Poi arriva il momento più strano. Nel pre-ritornello il rullante passa sul primo e terzo tempo invece che sul secondo e quarto, e per qualche battuta il tempo sembra uscito dai cardini. L’idea è di Tony Newman. Mentre suonava, Bowie cantava in piedi proprio davanti alla sua batteria: «Ricordo di aver pensato che il ritmo era troppo scontato, così ho ribaltato il backbeat e la cosa gli è piaciuta». Nel suo ricordo la voce fu buona alla prima, e il brano inciso in un solo tentativo. Bowie deforma le voci fino a farle sembrare un nastro contaminato (il trucco, un noise gate comandato da un oscillatore, è spiegato nel capitolo sul suono), dentro un impasto denso e claustrofobico. Ci canta sopra passando dal tono seducente al grido quasi animale.

Il pianoforte di Garson affonda nell’impasto, e il pezzo non vuole saperne di finire: quasi a 4:50 Bowie aggiunge un nuovo riff, poi una coda di più di un minuto. Tra i possibili modelli ci sono anche “I’m Waiting for the Man” dei Velvet Underground e l’attacco di “Stop This Train” di Kevin Ayers.

Il 14 giugno 1974 la RCA pubblica il brano come singolo in Gran Bretagna (APBO 0293); sul retro c’è la versione di “Holy Holy” incisa con gli Spiders nel 1971. Sul 45 giri il brano è accorciato. L’edizione italiana, come quella australiana, pare fermarsi intorno ai tre minuti. In classifica non va oltre il ventunesimo posto. «Troppo lungo, troppo cupo nella visione, troppo duro per ballarci», scriveranno Roy Carr e Charles Shaar Murray. Per un nuovo singolo di Bowie è il risultato più deludente dai tempi di “Starman”. Negli Stati Uniti non entra nemmeno in classifica. Nel 2001 Beck ne incide una versione per la colonna sonora di Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, dove le ballerine del cabaret parigino si chiamano, appunto, Diamond Dogs.

David Bowie con il mantello rosso seduto su uno sgabello nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 030 Diamond Dogs Tour, 1974

Testo

Dopo il paesaggio di “Future Legend” arrivano gli abitanti. E per prima cosa il brano nega sé stesso.

«This ain’t Rock’n’Roll

«Questo non è Rock’n’Roll:

This is Genocide»

questo è Genocidio!»

Il grido è uno solo e sta sul confine: chiude “Future Legend” e nello stesso momento apre la canzone, come un cartello all’ingresso. Sovverte il congedo di Ziggy: dove “Rock ’n’ Roll Suicide” chiudeva con un gesto privato, qui c’è lo sterminio di un pubblico intero.

As they pulled you out of the oxygen tent

Quando ti tirarono fuori dalla tenda ad ossigeno,

You asked for the latest party

hai chiesto dell’ultima festa,

With your silicone hump

Con la tua protesi di silicone

And your ten-inch stump

E il tuo moncherino di 25 centimetri.

Dressed like a priest, you was

Eri vestito da prete,

Todd Browning’s freak you was

Eri un fenomeno da baraccone.

Per le strade ci sono scarti umani, prodotti della città, tutti istinto e avidità: tra loro un mutilato in abito da vicario, tirato fuori dalla tenda a ossigeno, che striscia in cerca di una festa. Il rimando decisivo è a Tod Browning e al suo Freaks (1932), il film interpretato da veri fenomeni da baraccone che si vendicano della donna “normale” che li ha ingannati. Proibito in diversi paesi e rinnegato dalla MGM, a Londra era diventato un culto nei cineclub dopo il via libera del 1963. Da lì viene anche la copertina di Guy Peellaert, con Bowie metà uomo e metà cane in una fiera di mostri.

Crawling down the alley

Strisciando giù per il vicolo

On your hands and knee

Carponi

I’m sure you’re not protected

Sono certo che non sei protetto

For it’s plain to see

Si vede chiaramente

The Diamond Dogs are poachers

I Cani di Diamante sono bracconieri

And they hide behind trees

E si nascondono dietro gli alberi

Hunt you to the ground they will

t’inseguiranno fino alla fine

mannequins with kill appeal

Manichini con fascino letale

Qui la canzone fa una mossa in più rispetto a Browning, che stava dalla parte dei suoi fenomeni: parla a chi ascolta come se il mutilato fosse lui, e i cani, meno umani ancora, gli dessero la caccia. Sono manichini, dice il testo, e il loro fascino è quello di chi uccide.

The Halloween Jack is a real cool cat

Halloween Jack è un tipo davvero tosto

And he lives on top of Manhattan Chase

Che vive in cima al grattacielo della Manhattan Chase

The elevator’s broke

L’ascensore è scassato

So he slides down a rope

E allora lui si cala con una fune

Onto the street below

Nella strada di sotto

oh Tarzie, go man go

oh, Tarzanuccio, vai, bello!

Entra il protagonista. Halloween Jack ha eletto domicilio sulla cima di “Manhattan Chase”. Il nome del grattacielo è la Chase Manhattan rovesciata, una delle grandi banche americane: la sede del potere economico ridotta a rifugio di una banda. Rovesciando le due parole, poi, “chase” torna al suo senso di caccia e di riserva di caccia, che in una città di bracconieri calza bene. Molti speravano che diventasse il nuovo alter ego dopo Ziggy. Nel brano, a dire il vero, Jack ha poco più di un cameo, e resta una presenza illusoria come tanti abitanti del disco; sarà Bowie a dire in seguito che il personaggio del tour è «un profugo paranoico di New York».

L’elettricità non c’è, e Jack scende come Tarzan: la giungla, a Hunger City, è la città stessa. Manca anche la benzina, e le bande girano sui pattini.

Meet his little hussy

Lui becca la sua troietta

With his ghost town approach

Col suo approccio da città fantasma.

Her face is sans feature

Il suo viso è senza lineamenti

But she wears a Dali brooch

Ma indossa una spilla di Dalì,

Sweetly reminiscent

Dolcemente ricorda

Something mother used to bake

qualcosa che la mamma preparava.

Wrecked up and paralyzed

Distrutta e paralizzata

Diamond Dogs are sableized

I Cani di Diamante sono cupi come zibellini.

Accanto a Jack compare una ragazza senza volto, con una spilla di Dalí appuntata addosso: il surrealismo ridotto a bigiotteria, il lusso saccheggiato dalle vetrine. È il solo ritratto femminile del brano, e dura pochi versi.

(Will they come?) I’ll keep a friend serene

(Arriveranno?) Manterrò sereno un amico.

(Will they come?) Oh baby, come unto me

(Arriveranno?) Oh, amore, vieni verso me.

(Will they come?)

(Arriveranno?)

Well, she’s come, been and gone.

Beh, è venuta, è stata e se n’è andata.

Come out of the garden, baby

Esci dal giardino, piccola:

You’ll catch your death in the fog

Troverai la morte nella nebbia!

Young girl, they call them the Diamond Dogs.

Ragazzina, li chiamano i Cani di Diamante.

In the year of the scavenger

Nell’anno del morto di fame

The season of the bitch

Nella stagione della puttana

Sashay on the boardwalk

corrono a piccoli passi sulla passerella

Scurry to the Ditch

Verso lo scarico

Just another future song

Solo un’altra canzone futuristica

Lonely little kitsch

Solitaria e un po’ kitsch.

(There’s gonna be sorrow)

(Ci saranno sofferenze)

Try and wake up tomorrow

Prova a svegliarti domani.

Ooh, call them the Diamond Dogs (x2)

Oh, li chiamano i Cani di Diamante. (Due volte)

Bow-wow, woof, woof, bow-wow, wow

Bau bau, arf arf, bau bau bau.

Call them the Diamond Dogs (ad lib)

Li chiamano i Cani di Diamante. (Ad lib.)

Keep cool—Diamond Dogs rule, OK

Rimani calmo, i Cani di diamante sono dappertutto, Ok?

Beware of the Diamond Dogs (repeat)

Attento ai Cani di diamante! (Ripetuto)

Nel momento in cui la musica si spezza anche il testo si fa incerto. Le voci deformate chiedono se qualcuno arriverà, e a rispondere è la batteria che salta fuori dal tempo. Ha l’aria del cut-up (il metodo è spiegato nella scheda di “Candidate”): frasi ritagliate e rimescolate che il senso lo producono per contatto, senza bisogno di un racconto.

Chi sono i Diamond Dogs? Le ipotesi non mancano: i cugini canini dei ragazzi selvaggi di Burroughs; il cane parlante di A Boy and His Dog di Harlan Ellison, racconto apocalittico; perfino Diamond, il cane di Isaac Newton che distrusse vent’anni di manoscritti del suo padrone. Nel ritornello Bowie trasforma la “Season of the Witch” di Donovan in una stagione della cagna, e il sesso animale entra nella lingua della città.

Tradurre alla lettera non avvicina al cuore del brano. “Diamond Dogs” è fatta come la città che descrive: rottami di Dickens, Burgess, Burroughs, Browning e degli Stones saldati insieme. Hunger City è per Bowie il luogo da cui viene Ziggy: la canzone riporta l’alieno di periferia nel centro in rovina.

Testo manoscritto della canzone Diamond Dogs con le correzioni di David Bowie
Il manoscritto di “Diamond Dogs”, con le correzioni di Bowie

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour il brano è un punto fermo. In scaletta resta anche nel Soul Tour di fine anno e nel tour di Station to Station del 1976 (una versione è in Live Nassau Coliseum ’76), quando Bowie infila talvolta nel finale un pezzo di “It’s Only Rock ’n Roll”, omaggio agli Stones.

Nel 1990 viene provato per il Sound+Vision Tour, e il testo finisce perfino stampato nel programma di sala. Ma cade prima dei concerti. Torna alla fine del 1995, bis fisso nella parte britannica dell’Outside Tour, e nel 1996: l’8 e il 9 febbraio Bowie la canta a Milano e a Bologna, poi nei festival estivi. Riappare, per poche sere, nelle ultime settimane di A Reality Tour nel 2004. Nel Glass Spider Tour del 1987 non c’è; c’è però “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges, uno dei suoi probabili progenitori.

«La cosa principale era rendere assurdo il rock’n’roll. Prendere qualsiasi cosa seria e prenderla in giro. Mi sembrava parte del mio manifesto, all’epoca»

David Bowie, 1991

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato A · 33:39gli androni in rovina

Sweet Thing

Amore a pagamento negli androni di una città che affonda

canale03

«Lo studio era buio, tutto nero tranne le luci di David. Era come se intorno a lui ci fosse un’aura»

Tony Newman

Il brano

Sulla copertina i titoli sono tre: “Sweet Thing”, “Candidate” e “Sweet Thing (Reprise)”. All’ascolto, però, il brano è uno solo. È un trittico: quasi nove minuti senza pause, in mezzo alla prima facciata, tra il ringhio di “Diamond Dogs” e la fuga di “Rebel Rebel”, sempre per le strade di Hunger City. Perché lo stesso Bowie la riconosca come un’unica composizione ci vuole il 2008, quando per la raccolta iSelect sceglie una versione in una sola traccia da 8:47. Presentandola sul Mail on Sunday, scrive che la suite doveva essere il pezzo centrale del musical mancato, e che cercava «un mondo dissoluto» abitabile da personaggi di Kurt Weill o di John Rechy. Un ponte, lo chiama, fra la Beckenham di Enid Blyton e la New York dei Velvet Underground. È probabilmente il vertice del disco, e una delle sue più grandi incisioni.

La preistoria comincia nell’estate del 1973 al Château d’Hérouville, durante le sedute di Pin Ups. È lì che Bowie fa ascoltare al giornalista Martin Hayman un lungo strumentale: «Non ci sono ancora voci, solo il mio la-la-la. Sarà un musical in un atto intitolato Tragic Moments, probabilmente di seguito per due facciate». Quel nastro è, con ogni probabilità, il demo che circola come “Zion” (o “Aladdin Vein”), anche se una recensione del New Musical Express dell’aprile 1973 lascia pensare che risalga già alle sedute di Aladdin Sane. Dentro c’è un motivo di pianoforte destinato a tornare nella suite, nel passaggio verso “Rebel Rebel”.

Poi arriva il progetto 1984, e lo ferma il no della vedova di Orwell. Bowie ormai lavora con quaderni fitti di frasi: righe sue, frammenti di libri e di pubblicità, perfino le etichette dei banchi di missaggio degli Olympic Studios. Alla suite, del resto, Orwell serve poco, per quanto del disco sia il centro, e la parte più nera. Che fosse pensata fin dall’inizio come un’opera unica lo mostra un foglio di testi provvisorio.

La registrazione si fa all’Olympic di Barnes nel gennaio 1974, e i musicisti sono tre soli: Mike Garson, Herbie Flowers, Tony Newman. L’8 gennaio, il giorno del suo ventisettesimo compleanno, Amanda Lear porta Bowie in un piccolo cinema a nord di Londra a vedere Metropolis di Fritz Lang. Lui vive con orari da vampiro. La cocaina è entrata nella sua vita: «è cominciato sul serio intorno a Diamond Dogs», dirà al New Musical Express nel 2000. In studio spegne tutte le luci tranne quella sopra il microfono e canta sotto un cono di luce, come in scena. «L’Olympic aveva un’atmosfera pesantissima», ricorda Garson. «Lo studio suonava me mentre io suonavo lui». Si procede per ripensamenti: «Ci fu parecchio avanti e indietro, nella registrazione e nella scrittura», dice l’assistente Jon Astley. È lui a chiedere a Bowie se può tenersi i due fogli manoscritti della suite, ormai scartati: scritti a mano, con parecchie varianti rispetto al testo definitivo. Bowie glieli regala a una condizione, che quella sera resti in studio per finire il singolo di Lulu. Nel 2011 Christie’s li venderà per 8750 sterline.

Sul nastro il brano affiora dal silenzio con una dissolvenza al contrario (un omaggio al grande crescendo di “A Day in the Life”): a quanto pare poche note tenute di pianoforte e una sola nota di basso ripetuta, rovesciate e rallentate. Si scioglie in una frase di pianoforte di Garson. Sembra un quadro di Edward Hopper che prende vita, con un paesaggio urbano alla Fritz Lang che si alza fino a oscurare il cielo. Poi entrano la chitarra sostenuta e trattata col phaser, i fiati sintetici del Mellotron, la voce quasi parlata di Bowie. Sopra scintilla la dodici corde acustica. L’armonia è una conversazione tra accordi di do e di re, con un salto al mi minore nei momenti di tensione. Nel ritornello arriva invece la sequenza re minore, la minore, sol: è quella che reggerà tutta “Candidate”.

Lo strumento solista, qui, è la voce. Bowie parte dal fondo, dalle note più basse che abbia mai cantato fino a quel momento, da Scott Walker andato a male; dopo otto battute sale di un’ottava, poi ancora, fino al sol acuto, ed è lo stesso movimento di “Rock ’n’ Roll with Me”, eseguito come chi si mette da solo sulla ruota. Sono discese sepolcrali e urla in falsetto a piena gola. Bowie, poi, si divide in personaggi. C’è il duro da film della Warner che chiama i clienti; nei ritornelli c’è una fila di voci grottesche, un basso sormontato da tenori come doccioni su un cornicione. Garson, al pianoforte, le gira intorno e la commenta con piccole corse ammiccanti.

Il ritornello si allarga fino a rivaleggiare con il muro del suono di Phil Spector (il paragone, Chris Charlesworth del Melody Maker lo fa per quasi tutto l’album). Dentro ci sono perfino un koto giapponese e i sassofoni, tenore e baritono, che gemono come un animale ferito. Poi viene l’assolo di chitarra finale, e da nessun’altra parte si capisce meglio quanto Bowie abbia lavorato per fare a meno di Ronson. È tracciato nota per nota, quasi tutto sulle corde acute, con bending severi che tengono a terra la melodia. L’ultima nota resta sospesa, decade, diventa un segnale corrotto; un sax basso la deride e sgombra la scena per “Candidate”.

David Bowie sotto il lampione di Hunger City mentre canta Sweet Thing nel Diamond Dogs Tour
reperto 031 Sotto il lampione di Hunger City, Diamond Dogs Tour

Testo

Il titolo, se non altro, Bowie può averlo preso da Astral Weeks di Van Morrison, che contiene una “Sweet Thing” e aveva già lasciato il segno su Hunky Dory. Della tenerezza di Morrison, per il resto, qui non c’è niente.

It’s safe in the city,

È sicuro in città,

to love in a doorway

amare in un portone

To wrangle some screens from the door

Strappare qualche riparo dalla porta

And isn’t it me,

E non sono forse io,

putting pain in a stranger?

a portare dolore a uno sconosciuto?

Like a portrait in flesh,

Come un ritratto in carne ed ossa,

who trails on a leash

trascinato al guinzaglio

Will you see that I’m scared,

Riuscirai a vedere che ho paura

and I’m lonely?

e sono solo?

So I’ll break up my room,

Così mollerò la mia stanza,

and yawn and I

sbadiglierò e

Run to the center of things

correrò al centro di tutto

Where the knowing one says:

Dove quello che la sa lunga dice:

In Hunger City l’unico posto sicuro per amarsi è un portone, e ogni incontro è provvisorio, forse pericoloso. Il paesaggio è quello dei Ragazzi selvaggi di Burroughs, bande di ragazzi in una metropoli che si sgretola, ma la violenza di epico non ha più nulla: è commerciale, si consuma in pochi minuti e si paga. Quella che resta impressa è l’immagine del portone, la stessa che lega il brano al resto del disco. La coppia nascosta ricorda Winston e Julia di Orwell, che cercano un angolo non sorvegliato, e anticipa gli amanti braccati di “We Are the Dead”. C’è poi l’immagine del dolore inflitto a un estraneo: lì il sesso sconfina nel sadomasochismo e nella violenza.

In queste strade c’è anche J.G. Ballard. Sua è l’idea della città come organismo vivo e malato che deforma chi la abita, dopo averlo plasmato. Il paesaggio di fuori e quello di dentro si fondono fino a non distinguersi più, come nei suoi romanzi.

L’espressione del titolo è ambigua di proposito. Alla lettera è “una cosa dolce”; nel gergo della strada è un ragazzo o una ragazza attraente, un bocconcino. Tra i fan gira anche una lettura in cui la “sweet thing” è la droga e i ragazzi del ritornello sono spacciatori. La droga nella suite c’è, ma come compagna di quel mondo: il soggetto è la prostituzione maschile, e i modelli che Bowie stesso ha indicato vanno tutti in quella direzione.

Boys, boys, it’s a sweet thing

Ragazzi, ragazzi, è una cosa dolce

Boys, boys, it’s a sweet thing, sweet thing

Ragazzi, ragazzi, è una cosa dolce, dolce

If you want it, boys, get it here, thing

Se la volete, ragazzi, prendetela qui, questa cosa

‘Cause hope, boys,

Perché la speranza, ragazzi,

is a cheap thing, cheap thing

costa poco, costa poco

La voce cambia. Adesso è quella dell’imbonitore che chiama i clienti, con la pronuncia strascicata dei film di gangster. Dietro tutta la suite c’è, per indicazione dello stesso Bowie, City of Night (1963) di John Rechy, che prende il titolo dalla Londra notturna di un poemetto vittoriano di James Thomson: il romanzo del giovane marchettaro senza nome che attraversa New York, Los Angeles, New Orleans, dentro una vita notturna ai margini, tutta incontri fugaci e identità fluide, dove i desideri restano inespressi. Il narratore della suite è un vagabondo esistenziale uscito da quelle pagine. Bowie ci gioca con un calembour, “seedy young knights”, cavalieri squallidi al posto delle notti. Il marchettaro di Rechy, qui, diventa una figura politica: tutto è scambio, e il libero commercio è la sola filosofia di governo. I ragazzi di strada nella canzone pop c’erano già entrati con “Walk on the Wild Side” di Lou Reed, che Bowie aveva coprodotto un anno e mezzo prima; solo che qui mancano l’ironia e l’affetto.

Anche la lingua viene da quel mondo. Bowie conosceva il Polari, il gergo segreto degli omosessuali inglesi che la radio della BBC aveva reso popolare negli anni Sessanta, e nella seconda strofa ne usa il termine che indica il sesso occasionale e chi lo offre. Nel ritornello, poi, la parola del titolo chiude ogni verso, e in uno dei quattro la grammatica non torna, a meno di leggerla come un vocativo: nello slang gay di quegli anni un nomignolo costruito su quella parola indicava, quasi sempre con affetto, il ragazzo effeminato. È un’ipotesi. Se regge, la suite fa più che descrivere una sottocultura: adesca chi ascolta, chiunque sia, come se ne facesse già parte.

Nel testo il richiamo parte da “quello che la sa lunga”: il veterano del quartiere, forse un protettore, che detta le regole. La speranza che offre costa poco, come il resto della merce in vendita sul marciapiede.

I’m glad that you’re older than me

Sono felice che tu sia più grande di me:

Makes me feel important and free

mi fa sentire importante e libero.

Does that make you smile,

Questo ti fa sorridere?

isn’t that me?

Non è forse da me?

I’m in your way,

Sono d’intralcio

and I’ll steal every moment

e ruberò ogni momento.

If his trade is a curse,

Se il suo mestiere è una maledizione,

then I’ll bless you

allora ti benedirò

And turn to the crossroads,

E mi rivolgerò agli incroci,

and hamburgers, and…

agli hamburger e…

Il sesso è ridotto a merce: lo si vende come si vende una droga. Il narratore si offre e insieme si guarda offrirsi, con quella voce cavernosa che sembra venire da sotto il marciapiede. Orwell, tenuto fuori dalla porta, rientra da un vicolo: nel romanzo Winston ricorda una prostituta truccata pesantemente, incontrata in una strada buia, che alla luce si rivela vecchia e senza denti.

Il brano si può leggere anche al contrario. Allora non c’è nessuna “sweet thing”, nessun candidato, nessun personaggio: ci sono solo immagini, come fotografie di Robert Doisneau, così nette che sembra di averle viste davvero. Si potrebbe sostituire l’inglese con qualsiasi altra lingua senza perdere nulla, perché quello che conta è il suono. È l’effetto del cut-up, che Bowie, nel 1974, davanti alla cinepresa di Cracked Actor, definisce «un tarocco molto occidentale»: la tecnica gli permette di prendere le distanze dalle parole. Eppure proprio “Sweet Thing” la canta con una passione quasi spaventosa, che dice più del testo.

Due parole di questa strofa hanno un doppio fondo. Il “trade” è il mestiere, cioè la prostituzione: se il mestiere dell’altro è una maledizione, il narratore gli offre l’unica benedizione che ha. Gli incroci che vengono subito dopo sono quelli dove si vende e si compra, ma “crossroads” è anche il crocicchio del blues, dove si cede l’anima al diavolo.

Boys, boys, it’s a sweet thing

Ragazzi, ragazzi, è una cosa dolce

Boys, boys, it’s a sweet thing, sweet thing

Ragazzi, ragazzi, è una cosa dolce, dolce

If you want it, boys, get it here, thing

Se la volete, ragazzi, prendetela qui, questa cosa

‘Cause hope, boys,

Perché la speranza, ragazzi,

is a cheap thing, cheap thing

costa poco, costa poco

Il ritornello torna a chiudere, e personaggio e autore si sovrappongono: il brano è una confessione disperata, senza altra via d’uscita che il disprezzo di sé. La suite comincia come un ritratto di strada e finisce come un autoritratto. “Candidate” lo porterà sul palcoscenico; la ripresa, davanti allo specchio.

Testo manoscritto di Sweet Thing di David Bowie, dall’album Diamond Dogs
Il manoscritto di “Sweet Thing”

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour la suite è uno dei momenti centrali dello spettacolo. Bowie canta “Sweet Thing” dalla passerella sopraelevata, avvolto in un ampio trench: fuma una Gitane sotto i lampioni al sodio, guarda i Dogs che si agitano sul palco sotto di lui e intanto si contorce come attraversato dalla corrente, rivolto a un pubblico che quasi ignora.

La versione di David Live è tesa, con la voce al limite. Sul doppio vinile originale l’intera suite compare con il solo titolo “Sweet Thing” (8:48), mentre l’edizione del 2005 ripristina i tre titoli. In ottobre, con il Soul Tour, la suite esce dalla scaletta insieme agli altri numeri legati alla scenografia; sul palco Bowie non la canterà più. In studio, invece, ci riprova quasi subito: nell’estate del 1974, ai Sigma Sound di Filadelfia, durante le sedute di Young Americans, tenta una nuova “Sweet Thing” con Ava Cherry e le Astronettes. Quella versione non è mai uscita.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato A · 42:41la piazza della ghigliottina

Candidate

Un imbonitore in campagna elettorale, con la ghigliottina alle spalle

canale04

«“Sweet Thing” è il punto in cui divento il giovane tamburino militare francese che assiste alla sua prima ghigliottina»

Tony Newman

Il brano

Le canzoni di Bowie intitolate “Candidate” sono due, nate entrambe nelle sedute di Diamond Dogs. Questa è la sezione centrale della suite di “Sweet Thing”: due minuti e quaranta che sul disco non si possono staccare da ciò che li precede e li segue. L’altra, incisa nei primi giorni del gennaio 1974 e uscita solo nel 1990, oggi si chiama “Alternative Candidate” ed è un brano a sé, con un’altra melodia: se ne parla nel fascicolo R3 del Buco della memoria.

Le due canzoni hanno in comune pochissimo: la finzione di tornare a casa a piedi, forse la proposta di un patto. Nel foglio di testi che Bowie porta in studio mancano poi le prime due righe della “Candidate” definitiva, quelle che introducono il titolo: il ponte con la canzone di Capodanno viene gettato all’ultimo momento.

Quel foglio conteneva molti riferimenti alla Rivoluzione francese, poi tagliati. Nella versione manoscritta, quella venduta da Jon Astley nel 2011, l’apertura era ambientata in una strada di condannati, con il patibolo in vista. Nel disco, della rivoluzione resta una parola sola: le tricoteuses.

“Candidate” affiora dalla nebbia di “Sweet Thing” come un incubo politico. Le luci si abbassano e un sassofono solitario viene soffiato dentro il missaggio: è il cambio di scena, e insieme una stenografia sonora della città e della notte. Chi ascolta in cuffia può cogliere, proprio sull’attacco, le giunte del nastro: sax e chitarra sembrano montati da due riprese diverse. Nel 2008 Bowie spiegò che cosa cercava in quel punto. La suite doveva essere il centro del musical mai andato in scena, e a lui piaceva il salto «dal canto melodrammatico di “Sweet Thing” al suono sporco di “Candidate” e ritorno». Segue una corsa di sessantaquattro battute, costruita su una versione compressa del giro del ritornello precedente: re minore, la minore, sol. Il ritmo ha qualcosa di pop, ma è soprattutto una marcia.

La marcia la batte Newman. Bowie gli chiede di suonare immedesimandosi in un personaggio, e il batterista l’ha raccontato più volte: «Io e David parlavamo di atmosfera e di vibrazioni, e quello era uno degli scenari che dovevo interpretare per lui». Ne esce il rullante militare, un paradiddle da tamburino di reggimento. Sopra c’è una chitarra ritmica che picchia come un randello, all’inizio confinata nel canale destro e poi sempre più invadente, e c’è un basso fuzz che ringhia. Quella chitarra è di Bowie. Spigolosa, secca, senza un grammo di blues, suona già come suoneranno le chitarre inglesi quattro o cinque anni dopo.

La voce sale per due ottave, come in “Sweet Thing”. Qui però gli acuti servono a distrarre: sono le mani del prestigiatore. Una seconda voce, intonata su un cornicione molto più in alto, entra a incalzare la prima. Alla fine ogni strumento dello studio batte lo stesso tempo e le voci sovrapposte di Bowie arrivano vicine all’isteria; le sillabe si scontrano, le rime diventano ombre di rime. Poi torna il ritornello di “Sweet Thing” e il tempo è scaduto.

Testo

“Candidate” è il pezzo del disco più apertamente costruito con il cut-up. Bowie ha spiegato il metodo con precisione nel 2008, quando scelse la suite per la raccolta iSelect, allegata al «Mail on Sunday»: «Scrivi un paragrafo o due descrivendo argomenti diversi, una specie di lista degli ingredienti di una storia, poi tagli le frasi in pezzi di quattro o cinque parole, le mescoli e le rimetti insieme». I frammenti, aggiungeva, si possono tenere come vengono oppure, «se hai un bisogno vile di non perdere il controllo», usare come spunto per scrivere parti nuove. Nel 1974, davanti alla cinepresa di Cracked Actor, era stato più cauto: aveva adoperato il metodo «solo in un paio di canzoni vere e proprie», e gli serviva soprattutto per accendere l’immaginazione. Questa è una delle due. Brian Eno, che di lì a pochi anni lavorerà con lui, ne ha dato la ragione: «Non lo fai perché sei a corto di idee. Lo fai perché ti porta in territori dove altrimenti non entreresti».

I’ll make you a deal,

Ti faccio una proposta,

like any other candidate

come ogni altro candidato

We’ll pretend we’re walking home

Fingeremo di tornare a casa a piedi

‘cause your future’s at stake

perché il tuo futuro è in gioco

Il candidato parla come un venditore, complice e sicuro, ma il testo è saturo di scandali e di bugie, di voci che girano. La paranoia che lo percorre può nascere da un incontro illecito con un personaggio pubblico, o essere soltanto quella che dilaga negli anni della sorveglianza. Nel gennaio 1974 la parola pesa. Il Watergate sta stringendo Richard Nixon, che il 17 novembre 1973 ha dichiarato alla televisione di non essere un truffatore; negli stessi mesi Bowie prepara la conquista dell’America. Il candidato è un politico ed è un divo in tournée, e fra i due la differenza si assottiglia.

My set is amazing,

Il mio set è incredibile,

it even smells like a street

ha persino l’odore della strada;

There’s a bar at the end

c’è un bar alla fine

where I can meet you and your friend

dove posso incontrare te e il tuo amico.

La scena dichiara di essere una scena. Il narratore vanta la verosimiglianza del proprio fondale, tale da ingannare i sensi. Pochi mesi dopo Bowie costruirà davvero quel fondale: sono i grattacieli di cartone della scenografia di Chris Langhart e Mark Ravitz, e sopra ci canterà questa canzone. Chi parla è un uomo consumato dalla finzione delle proprie creazioni, sfinito dalle voci e dalle storie inventate su di lui.

L’incontro che segue è raccontato in un impasto di francese di maniera e di gergo. In tutta la suite Bowie lascia cadere qualche parola di Polari, il gergo di cui si parla nella scheda di “Sweet Thing”: qui il ragazzo adocchiato per strada è descritto con un aggettivo di quel mondo, e più avanti si esce a battere. L’aggettivo è “butch”, mascolino, tutto muscoli; “little number” è un tipetto, detto con intenzione, e il francese che lo precede è quello di maniera di chi vuole darsi un tono. Subito dopo passa una citazione: la via “dove abiti tu” è il titolo di una delle canzoni più tenere di “My Fair Lady” (1956), e qui finisce in mezzo alla vergogna di chi non può alzare la testa. Si può leggere l’intera sequenza come un adescamento rivolto a chi ascolta, trattato da uno del giro. È un’ipotesi, ma spiega bene il tono confidenziale del candidato.

Someone scrawled on the wall

Qualcuno ha scarabocchiato sul muro:

“I smell the blood

«Sento l’odore del sangue

of les tricoteuses”

delle tricoteuses»

Who wrote up scandals in other bars

che scrivevano scandali in altri bar.

I’m having so much fun

Mi sto divertendo così tanto

with the poisonous people

con le persone velenose

Spreading rumors and lies

che spargono voci, bugie

and stories they made up

e storie che si sono inventati.

Some make you sing

Alcune ti fanno cantare

and some make you scream

e altre ti fanno urlare,

One makes you wish

una ti fa desiderare

that you’d never been seen

di non farti mai vedere.

But there’s a shop on the corner

Ma c’è un negozio all’angolo

that’s selling papier-mâché

che vende cartapesta

Making bullet-proof faces,

e fa maschere antiproiettile,

Charlie Manson, Cassius Clay

Charlie Manson, Cassius Clay.

If you want it, boys,

Se volete ‘sta roba, ragazzi,

get it here, thing

pigliatela qui.

So you scream out of line

Così urli fuori dal coro:

“I want you! I need you!

«Ti voglio! Ho bisogno di te!

Anyone out there? Any time?”

C’è qualcuno là fuori? In qualsiasi momento?».

Tres butch little number whines

Un tipetto tutto muscoli piagnucola:

“Hey dirty, I want you

«Ehi, sporcaccione, ti voglio!

When it’s good, it’s really good,

Quando è buono, è davvero buono,

and when it’s bad I go to pieces”

e quando è cattivo, vado in pezzi».

If you want it, boys,

Se volete ‘sta roba, ragazzi,

get it here, thing!

pigliatela qui!

Il montaggio accosta icone di cartapesta. C’è Charles Manson, il capo della “Family” degli omicidi del 1969, e c’è Cassius Clay, il pugile che da un decennio si chiama Muhammad Ali: messi in vetrina come santini. Chi ha in mente 1984 pensa alla testa di cartapesta del Grande Fratello, alta due metri, preparata per la Settimana dell’Odio. Poi, come una scritta su un muro, viene l’odore del sangue delle tricoteuses, le popolane che durante il Terrore sedevano ai piedi del patibolo a fare la calza mentre cadevano le teste; la più celebre è la Madame Defarge di Racconto di due città di Dickens. Il sangue, però, non è il loro, e l’immagine sembra venire da un altro libro: nella Primula rossa della baronessa Orczy (1905) le vecchie sferruzzano sotto la ghigliottina e restano schizzate del sangue degli aristocratici. Dal romanzo furono tratti parecchi film, e Bowie può averne visto qualcuno. È qui che Newman diventa il tamburino davanti alla sua prima esecuzione. La folla che assiste allo spettacolo della morte è il pubblico di un concerto rock. In coda, quasi di passaggio, arriva la battuta sull’alternanza tra euforia e crollo: è il motto di Bowie per la metà degli anni Settanta.

Le tricoteuses sono le donne che durante la Rivoluzione francese assistevano alle esecuzioni continuando a lavorare a maglia. Il verso che ne fiuta il sangue ricalca la filastrocca dell’orco di “Jack e il fagiolo magico”, che sente odore di sangue d’inglese: la fiaba diventa un incubo da ghigliottina. Le maschere di cartapesta, poi, il testo le dice a prova di proiettile. Ci si mette la faccia di un altro come ci si metterebbe un’armatura.

Well, on the street where you live

Beh, nella strada dove vivi

I could not hold up my head

non potrei alzare la testa,

For I put all I have

perché ho messo tutto ciò che ho

in another bed

in un altro letto,

On another floor, in the back of a car

su un altro piano, nel retro di una macchina,

In the cellar like a church

in cantina come una chiesa

with the door ajar

con la porta socchiusa.

Well, I guess we must be looking

Beh, mi sa che stiamo cercando

for a different kind

qualcosa di diverso,

But we can’t stop trying

ma non possiamo smettere di provare

‘til we break up our minds

finché non ci spaccheremo il cervello,

‘Til the sun drips blood

finché il sole non gocciolerà sangue

on the seedy young knights

sui squallidi giovani cavalieri

Who press you on the ground

che ti premono a terra

while shaking in fright

mentre tremano di paura.

Sotto questa strofa scende una scala cromatica. Accompagna una promiscuità senza piacere, un inventario di stanze, automobili e sotterranei in cui il sacro e il sordido si toccano. Il marchettaro di “Sweet Thing” è diventato un candidato che vende sé stesso, e la vendita comincia a perderla; lo si sente affannarsi sempre di più.

I guess we could cruise down

Immagino che potremmo

one more time

battere il marciapiede ancora una volta:

With you by my side,

con te al mio fianco,

it should be fine

dovrebbe andare bene.

We’ll buy some drugs

Ci compreremo un po’ di droghe

and watch a band

e guarderemo una band

Then jump in the river

poi salteremo nel fiume

holding hands

tenendoci per mano.

La canzone si chiude su un doppio suicidio da romanzo popolare: una coppia, una serata di droga e musica, il fiume. È un suicidio da rock’n’roll, e il rimando a Ziggy è evidente. Qui, però, manca la mano tesa verso il pubblico del finale di Ziggy Stardust. Cambia anche la scrittura. La chitarra che scendeva a ogni verso tace, le rime tornano piene, e il collage alla Burroughs lascia il posto a un romanticismo senza difese, da ballata di strada americana. Il modello è a portata di mano: in quelle stesse settimane Bowie incide tre canzoni del primo album di Bruce Springsteen, e una di queste, “Spirit in the Night”, a quanto ricordava Andy Morris girò in studio per giorni e giorni. Più indietro, dietro i due amanti che scelgono l’acqua, si intravede una storia vera dell’Ottocento tedesco, quella di Heinrich von Kleist e Henriette Vogel, morti insieme sulla riva del Wannsee nel 1811. È anche un’altra fotografia: gli amanti del portone di “Sweet Thing”, ritrovati mentre si buttano in acqua.

Seconda pagina del manoscritto della suite Sweet Thing / Candidate di David Bowie
La seconda pagina del manoscritto della suite

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour “Candidate” arriva in mezzo alla suite, e sul palco gli assoli si allargano: Earl Slick alla chitarra e David Sanborn al sax alto si prendono lo spazio che sul disco era tutto di Bowie. La versione di David Live conserva l’urgenza della marcia. Da ottobre il brano esce di scena con il resto della suite, e non tornerà più.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato A · 52:33la riva del fiume

Sweet Thing (Reprise)

Davanti allo specchio, poi le macchine, poi la fuga

canale05

«Le mie forme di pensiero sono già frammentate, a dir poco»

David Bowie

Il brano

Dopo il tuffo nel fiume di “Candidate” un sax ansima come se cercasse aria. Poi il tema di “Sweet Thing” ritorna, ma per una strofa sola. È l’ultimo atto della suite, tre pannelli con il primo che torna a chiudere: una forma lunga che Bowie riprenderà in grande, da “Station to Station” fino a “Blackstar”. È anche la parte che Bowie ritocca più a lungo: una delle domande centrali del testo è un’aggiunta tardiva rispetto al foglio che porta in studio, e le parole cambiano fino alla fine delle registrazioni.

La strofa si apre su archi elettronici che salgono esitanti e ricadono subito, mentre il pianoforte di Garson sparge fioriture. Poi c’è l’ultima salita della voce: un re acuto preso quasi senza fiato, che si trascina dietro sax e tastiere. Che Bowie credesse di arrivarci è dubbio.

Da lì in avanti il brano fa da ponte, e Bowie monta pezzi di provenienza diversa. Intorno a 1:31 Garson accenna nel registro grave il giro di pianoforte che apre “Changes”. È un ricordo di Hunky Dory. Passa e scompare. Si sente al Mellotron il tema di “Zion”, il lungo strumentale dell’estate 1973 che lui chiamava Tragic Moments (se ne parla nella scheda di “Sweet Thing”). Poi arriva la macchina. Una chitarra macinante rimbalza da un canale all’altro sopra un anello ritmico, Flowers insiste su una figura di basso, Newman comincia a colpire il rullante su ogni battito, come se volesse aprirsi un varco. È un battito motorik, e ricorda da vicino “Negativland”, dal primo album dei Neu! (1972), dove comincia a 0:39: un riff meccanico e ostinato, qualcosa che un tempo era bello e adesso è inquinato. Si somigliano il ritmo, la linea di basso, la chitarra che improvvisa dentro il feedback. Se il prestito è reale, sarebbe la prima traccia del krautrock nella musica di Bowie, tre anni prima di Berlino. Ricorda anche il finale di “Dead Finks Don’t Talk” di Eno. Lo scivolo del basso prepara l’orecchio al passaggio da re a mi su cui si apre “Rebel Rebel”, e proprio prima dell’attacco si sente un grido di sollievo.

Solo che “Rebel Rebel”, il brano che chiude la prima facciata, è nata altrove, in una seduta ai Trident Studios tra Natale 1973 e Capodanno (se ne parla nella sua scheda). Probabilmente era destinata al musical su Ziggy mai realizzato; è la ripresa a farla entrare in Hunger City.

David Bowie sul ponte sospeso sopra il palco nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 032 Sul ponte sospeso sopra il palco, Diamond Dogs Tour

Testo

If you want it, boys,

Se volete ‘sta roba, ragazzi,

get it here, thing

pigliatela qui,

‘Cause hope, boys,

perché la speranza, ragazzi,

is a cheap thing, cheap thing

costa poco, costa poco.

Il ritornello adesso suona come il dolce Tamigi di T.S. Eliot, e il parallelo va oltre la superficie. Bowie diceva di non averlo mai letto, e William Burroughs, quando lo incontrò nel novembre 1973, se ne stupì; eppure la metropoli della suite rispecchia la città irreale della Terra desolata, dove i fantasmi attraversano il ponte di Londra sotto una nebbia marrone. Le voci multiple, gli amori sprecati, il racconto in frantumi come la società che descrive: Eliot è dappertutto in questi nove minuti, arrivato per osmosi culturale più che per lettura.

Is it nice in your snow storm,

È bello nella tua tempesta di neve,

freezing your brain?

a congelarti il cervello?

Do you think that your face

Pensi che il tuo viso

looks the same?

sembri lo stesso?

Then let it be,

Allora lascia che sia,

it’s all I ever wanted

è tutto ciò che ho sempre voluto:

It’s a street with a deal, and a taste

è una strada con un affare e un assaggio,

It’s got claws, it’s got me,

ha gli artigli, ha preso me,

it’s got you!

ha preso te!

Qui la suite si toglie la maschera. Il marchettaro è morto. Al suo posto resta l’attore, che si guarda allo specchio e parla a sé stesso con una pietà che nel resto del brano non c’era. La bufera bianca di cui chiede conto è la cocaina. È il momento più duro della suite e il riferimento più sfacciato alla droga di tutto il disco, quello in cui viene a galla ciò che Bowie, in quei mesi, si portava addosso di suo: un’autorivelazione, o forse una profezia, scritta quando il rock accettava la polvere senza farsi domande. Bowie stesso, anni dopo, fece risalire la dipendenza agli ultimi mesi di Ziggy: «Quando arrivammo a Diamond Dogs, lì era fuori controllo» (Mojo, 2002). Il volto su cui il narratore si interroga è quello che pochi mesi dopo mostrerà il documentario Cracked Actor di Alan Yentob, scavato e pallido.

Il marchettaro e il candidato hanno chiuso i conti. La conclusione è cupa e rassegnata: lasciar andare le cose, con due parole che sembrano prese da “Let It Be” dei Beatles, e ammettere che la strada era la sola ambizione. Quella strada ha un affare da proporre e un assaggio da offrire, e ha gli artigli: ha preso lui e ha preso chi ascolta. Del sogno di “Sweet Thing” restano un indirizzo e una transazione. Il tema ritorna. Di redenzione, però, non ne porta.

Poi le parole finiscono, e a scrivere il testo sono le macchine. La coda è una cacofonia che toglie ogni umanità, e della storia d’amore lascia soltanto lo stridere degli ingranaggi. È Hunger City vista da dentro, la città di Metropolis, che Bowie aveva visto pochi giorni prima delle sedute, e dove gli uomini diventano parte del macchinario. Dalla notte si esce con la fuga verso “Rebel Rebel”, verso il riff più spensierato del disco.

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour del 1974 la ripresa chiude la suite. Dal vivo, però, la coda non porta a “Rebel Rebel”, che in scaletta arriva già come secondo brano. Dopo la suite viene “Changes”. La citazione di Garson diventa un annuncio. Herbie Flowers, sfinito, lascia il gruppo alla fine della prima parte della tournée: «Se avessi fatto la seconda metà del tour, sarei morto». In autunno, smontata la scenografia, la suite scompare per sempre. Bowie, molti anni dopo, ammetterà di non sapere perché l’avesse abbandonata: «Senza una ragione chiara (che novità) ho smesso di cantarla verso la metà degli anni Settanta».

«Sono arrivato soltanto a Los Angeles e mi ero già annoiato a morte. Ho buttato via la scenografia e sono tornato con uno spettacolo completamente diverso»

David Bowie

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Lato A · 64:35il marciapiede davanti alla discoteca

Rebel Rebel

L’ultimo ballo del glam, prima che si spengano le luci

canale06

«È un riff favoloso! Semplicemente favoloso! Quando ci sono inciampato sopra ho pensato: oh, grazie!»

David Bowie

Il brano

Il lato A finisce con una fuga. La suite si è appena consumata, con i frammenti di “Zion” al mellotron e il basso di Flowers che rimugina; poi un grido di sollievo, e il riff. A legare i due momenti c’è lo stesso cambio di accordi, da re a mi: il basso lo anticipa scivolando nel finale della suite, e “Rebel Rebel” comincia da lì.

Nell’autunno del 1973 Bowie è deluso da The 1980 Floor Show, girato al Marquee per la NBC, e lavora a due cose insieme: l’adattamento di 1984 e una versione teatrale di Ziggy Stardust. Dal secondo progetto viene “Rock ’n’ Roll With Me” e, a quanto si ritiene, anche “Rebel Rebel”. Nessuno dei due andrà in porto. La canzone che ne esce ha l’aria di un inno da stadio, ed è l’addio di Bowie al glam.

Il riff prende forma fra Natale e Capodanno. Il 27 dicembre 1973 Bowie è ai Trident Studios, per l’ultima volta nello studio dove incideva dal 1968. Con lui c’è Alan Parker, che suonerà anche in “1984” e che ha raccontato così quella seduta: «Aveva il riff sistemato al settantacinque per cento. Lo voleva un po’ alla maniera degli Stones, me lo suonò così, e io ci giocai sopra. Gli dissi: e se lo rendessimo più metallico e ci mettessimo qualche bending? E lui: sì, mi piace». Per completare il lavoro ci vorrà metà gennaio, agli Olympic Studios.

In quelle settimane Bowie chiama una sera anche Trevor Bolder, per un pezzo acustico lento che prova con Garson e Tony Newman e che non vedrà mai la luce: «una canzone da niente», nel ricordo del bassista. Finita la ripresa Bolder ripone il basso e saluta, due volte. Bowie gli dà le spalle e non risponde. In studio insieme non torneranno più, e di quella sera non resta niente: l’ultima incisione pubblicata di Bolder con Bowie è il medley “1984/Dodo” dell’ottobre 1973. Woody Woodmansey, il batterista degli Spiders, dirà di aver sempre pensato che “Rebel Rebel” suonasse come un pezzo loro.

Il pezzo è quel riff, che ha tre parti: una fanfara discendente, due colpi secchi sull’accordo di mi, un salto di quasi due ottave che ricade su un re pieno e fa ripartire il giro. Nell’introduzione Bowie canta le note: il riff è nato a voce.

Chi lo suona sul disco? Le versioni sono due. Per Bowie il contributo di Parker si ferma alle tre note discendenti in coda a ogni giro, più un accordo messo dove lui suonava una nota sola. Flowers e Parker ricordano altro: Bowie mostrò il riff sulla Les Paul nera di Parker, Parker lo rifinì e poi lo suonò lui, con chitarra elettrica, basso e batteria che incisero la base insieme, dal vivo. Da qui verrebbe l’andatura sciolta del pezzo, che strada facendo accelera, e da qui l’argomento di Parker: con il tempo che si muove e i rientri fra un microfono e l’altro, rifare dopo quella chitarra sarebbe stato quasi impossibile. Seppe solo anni più tardi che la copertina dava le chitarre a Bowie, e ne rimase «scioccato». Il riff è di Bowie, e nessuno lo contesta; con buona probabilità è di Parker la chitarra che regge la base, con la sua Les Paul e un vecchio amplificatore Fender, lontani dai Marshall saturi di Ronson. Nel 2011 dichiara: «Riconosco il mio modo di suonare e il mio suono, e so che sono io».

L’armonia è ferma apposta: re e mi si fronteggiano per tutta la strofa, e solo nel ponte compare un la a fare da arbitro. Sotto c’è Herbie Flowers, che non suona mai due volte la stessa linea: passaggi di scala, note di collegamento, un basso che cammina e fa ballare. La batteria, con ogni probabilità di Aynsley Dunbar, picchia su ogni battito, un disegno tutto in battere che richiama di proposito “(I Can’t Get No) Satisfaction”. La dodici corde di Bowie è parcheggiata nel canale destro, quasi inudibile nel missaggio del 1974, e il pianoforte di Garson affonda fino a sembrare un campanaccio: lo si sente davvero soltanto nella nota tenuta alla fine.

Bowie in studio cerca suoni che non somiglino a niente. Peter Hince, allora suo roadie, lo ricorda mentre batte il tamburello contro la cassa di una chitarra acustica, per cavarne un timbro che il tamburello da solo non dava. La produzione resta ruvida, e guarda al garage che Lenny Kaye aveva raccolto in Nuggets.

Il singolo esce il 15 febbraio 1974, oltre tre mesi prima dell’album, con “Queen Bitch” sul retro. Due giorni prima Bowie è in Olanda per un premio Edison, e a Hilversum registra un playback per Top Pop: benda nera sull’occhio, fazzoletto a pois, la chioma rossa di Ziggy per l’ultima volta. La benda nasconde una congiuntivite. «Ne ho approfittato e mi sono vestito da pirata», ricorderà Bowie. «Mi sono fermato un attimo prima di mettermi il pappagallo sulla spalla». In Inghilterra quel filmato lo aspetta Top of the Pops, per la puntata del 21 febbraio. Il nastro non arriva, e al posto di Bowie va in onda un gruppo quasi sconosciuto, i Queen, alla prima volta nel programma con “Seven Seas of Rhye”. “Rebel Rebel” sale lo stesso fino al quinto posto della classifica britannica.

In aprile, negli studi RCA di New York, Bowie rimette mano al pezzo e sovraincide sul master originale. Geoff MacCormack, a Record Collector nel 2008: «Ascoltammo tantissima musica latina. David decise che voleva soprattutto le congas». Ne esce una versione molto diversa, di tre minuti. Parte dall’esclamazione del ritornello, taglia strofe e secondo ponte, abbassa il riff, aggiunge percussioni, battimani, cori sincopati, phaser sulla chitarra ed echi rovesciati. È un missaggio latino, quasi dub, anche se le nacchere sfiorano il grottesco. Negli Stati Uniti era uscita dapprima la versione dell’album; a maggio viene ritirata e sostituita da questa, che arriva al sessantaquattresimo posto di Billboard e fa da modello a quasi tutte le esecuzioni dal vivo fino alla fine degli anni Novanta.

Due versioni, un interruttore

scegli A o B

Premi un tasto per ascoltare, premilo di nuovo per fermare. Passando da A a B si sente subito che cosa è cambiato.

David Bowie in completo azzurro sul palco del Diamond Dogs Tour, 1974
reperto 033 Diamond Dogs Tour, 1974

Testo

Bowie scrive un ritratto e lo rivolge direttamente al suo soggetto. Chi canta ha qualche anno in più, sta uscendo dalla scena e guarda divertito un ragazzino che si traveste. Lo schema è quello dei singoli glam, da “Life on Mars?” a “The Jean Genie”: c’è qualcuno che il cantante osserva, ammira, spinge avanti.

You’ve got your mother in a whirl

Hai mandato tua madre in tilt

She’s not sure if you’re a boy or a girl

Non capisce se sei maschio o femmina

Hey babe, your hair’s alright

Ehi, tesoro, i capelli ti stanno bene

Hey babe, let’s go out tonight

Ehi, tesoro, stasera usciamo

You like me, and I like it all

Io ti piaccio, e a me piace tutto quanto

We like dancing and we look divine

Ci piace ballare e siamo divini

You love bands when they’re playing hard

Adori i gruppi quando picchiano duro

You want more and you want it fast

Vuoi di più e lo vuoi subito

They put you down, they say I’m wrong

Ti danno addosso, dicono che sbaglio

You tacky thing, you put them on

Sei un pugno in un occhio, e li prendi in giro

È il passaggio che tutti ricordano, e ha almeno due antenati. Nel 1964 gli insulti rivolti agli Stones per i capelli lunghi dicevano proprio questo, e Bowie li rovescia in complimento. Più vicina c’è Wayne County, poi Jayne, attrice newyorkese di Pork e da anni nel giro di Ziggy, che nel 1973 aveva scritto “Queenage Baby” sullo stesso dubbio. Nel gennaio 1972 Bowie aveva dichiarato a Melody Maker di essere gay. Ora l’ambiguità la affida a un altro e la trasforma in festa. Per chi non era sicuro della propria sessualità, o aveva paura di dichiararla, quelle parole dicevano che qualcuno stava ascoltando.

C’è anche un doppio senso che in italiano si perde. “To put someone on” vuol dire prenderlo in giro, dargliela a bere; ma “put on” è anche indossare, e il gioco è con i vestiti pacchiani che fanno inorridire i grandi.

Rebel Rebel, you’ve torn your dress

Ribelle ribelle, hai il vestito strappato

Rebel Rebel, your face is a mess

Ribelle ribelle, hai la faccia che è un disastro

Rebel Rebel, how could they know?

Ribelle ribelle, come fanno a saperlo?

Hot tramp, I love you so!

Bella canaglia, ti amo da morire!

Il ritornello chiama il ragazzo con un nome che è un’etichetta e lo descrive a pezzi: abiti a brandelli, trucco sfatto. È il glam visto a fine serata, lustrini da grande magazzino e cappotto della madre.

“Hot tramp” è gergo di strada: sgualdrina, vagabonda, detto con affetto. Bowie urla il suo amore, e subito dopo, sottovoce, chiede conferma con un intercalare americano. Fra le due voci c’è la stessa persona, un fratello maggiore che si lascia andare e poi si ricompone.

Più avanti il ragazzo viene chiamato figlio di Calamity. In inglese si è “child” di qualcuno anche senza parentela, quando se ne segue l’esempio. Calamity è Calamity Jane, l’avventuriera del West che andava in giro vestita da uomo: l’antenata giusta per uno di cui la madre non sa dire se sia maschio o femmina. Nello stesso passaggio “juvenile success” rovescia “juvenile delinquent”, il delinquente minorile dei giornali e dei tribunali.

You’ve torn your dress, your face is a mess

Hai il vestito strappato, hai la faccia che è un disastro

You can’t get enough, but enough ain’t the test

Non ti basta mai, ma il punto non è farselo bastare

You’ve got your transmission and your live wire

Hai la trasmissione e un filo scoperto

You got your cue line and a handful of ludes

Hai la battuta d’entrata e una manciata di pasticche

You wanna be there when they count up the dudes

Vuoi esserci quando faranno la conta dei ragazzi

And I love your dress

E adoro il tuo vestito

You’re a juvenile success

Sei un successo precoce

Because your face is a mess

Perché hai la faccia che è un disastro

So how could they know?

E allora come fanno a saperlo?

I said, how could they know?

Dico: come fanno a saperlo?

La seconda strofa completa il ritratto: un ragazzo che non ne ha mai abbastanza, con una manciata di pasticche in tasca (i “ludes”, i Quaalude, il sedativo di moda in quegli anni) e la smania di esserci quando si farà la conta.

Il resto della strofa parla con parole da officina e da teatro. La “transmission” è il cambio di un’auto, oppure una trasmissione radio. Il “live wire” è il cavo sotto tensione, e si dice di chi non sta fermo un attimo. La “cue line” è la battuta che in scena dà l’attacco a un attore. I “dudes” con cui il ragazzo vuole stare, poi, sono quelli di “All the Young Dudes”, che Bowie aveva scritto nel 1972 per i Mott the Hoople e che del glam era diventata l’inno.

So what you wanna know, Calamity’s child,

Allora, che vuoi sapere, erede di Calamity,

Where’d you wanna go?

Dov’è che vuoi andare?

What can I do for you? Looks like you’ve been there too

Che posso fare per te? A quanto pare ne sai qualcosa anche tu

‘Cause you’ve torn your dress

Perché hai il vestito strappato

And your face is a mess

E la faccia che è un disastro

Ooo, your face is a mess

Uh, hai la faccia che è un disastro

Il mondo degli adulti, quello che giudica, era entrato già nella prima strofa, e il narratore non si era difeso. Ora la domanda che rivolge al ragazzo ha l’insolenza di David Johansen dei New York Dolls. Una prima stesura conteneva un omaggio ad Arthur Brown e un invito al sesso più esplicito, poi ammorbidito.

Ooo, ooo, so how could they know?

Uh, uh, e allora come fanno a saperlo?

Eh, eh, how could they know?

Eh, eh, come fanno a saperlo?

Nel finale le parole si ammassano e la canzone si chiude di colpo mentre il ragazzo si allontana nella sua giovinezza. I vocalizzi senza parole che restano in coda portano dritti a “Heartbreaker” dei Rolling Stones: refurtiva, come il riff, e il pezzo non fa nulla per nasconderla. Pochi mesi prima Bowie aveva ucciso Ziggy sul palco dell’Hammersmith Odeon; ora distribuisce l’eredità e se ne va.

Dentro Diamond Dogs il brano sembra un intruso. Eppure la città lo assorbe: il ribelle può essere uno dei ragazzi selvaggi di Burroughs che scorrazzano per Hunger City, e nel Bowie con la benda di Top Pop molti hanno visto Halloween Jack, l’eroe di “Diamond Dogs”. “Chant of the Ever Circling Skeletal Family” si può perfino ascoltare come la fine di “Rebel Rebel”: i ribelli diventati tribù intorno al fuoco.

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour del 1974 viene subito dopo “1984”, in apertura, più veloce e con i fiati. Il vecchio repertorio, in quel tour, fu rimontato da capo, e “Rebel Rebel” e “The Jean Genie” diventarono numeri quasi da cabaret.

Da allora è in ogni tour fino al 1990, e nel 1985 al Live Aid in una versione piena di sassofoni. Al via di Sound + Vision, nel 1990, Bowie confessa il disagio: «Quelle che parlano a una generazione, come “Rebel Rebel”, mi mettono a disagio, e mi accorgo di buttarle via un po’. Spero che non si veda». Poi la canzone sparisce per quasi dieci anni.

Torna nel 1999, anche al VH1 Storytellers. Nell’autunno 2002, dalla sessione della BBC del 18 settembre, Bowie la rovescia: la prima strofa quasi fredda su una linea di chitarra di quattro note, poi il vecchio riff che esplode nei ritornelli. «L’abbiamo ristrutturata e resa più minimale, e funziona molto bene». Nel Reality Tour del 2003-2004 apre spesso i concerti, anche quello italiano del 2003 al Filaforum. Bowie ci si diverte. Storpia il passaggio più famoso: al posto dell’ultima parola mette uno scoiattolo.

Di quel riff, del resto, si era ormai impadronito chiunque. Nel 2003 Bowie raccontò a Performing Songwriter di una sera in un albergo di Londra: qualcuno, al piano di sopra, lo massacrava alla chitarra. Salì a protestare e si trovò davanti John McEnroe. Finì per insegnarglielo.

In Italia la canzone non ha mai avuto una versione tradotta, ma l’hanno fatta propria in molti e da sponde lontane: Luciano Ligabue e Piero Pelù dal rock, Paolo Fresu dal jazz, che con “Rebel Rebel” apre il suo omaggio Heroes.

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Lato B · 14:03le quinte del teatro

Rock ’n’ Roll with Me

La star, il pubblico e una porta che dà sull’uscita

canale07

«Ci sono due star nel rock’n’roll: io e il pubblico»

David Bowie, Newcastle, 1973

Il brano

Dopo tanta oscurità, un respiro. Il lato B di Diamond Dogs si apre con una ballata soul che nessuno si aspetta, tra la corsa di “Rebel Rebel” e l’incubo orwelliano di “We Are the Dead”: un pianoforte da chiesa, un ritornello da cantare tutti insieme, una sincerità emotiva senza trucco. In un disco dal suono malato fa l’effetto di un rifugio. Il posto che occupa è quello che negli album precedenti spettava alle cover, “Fill Your Heart”, “It Ain’t Easy”, “Let’s Spend the Night Together”: un punto familiare in un paesaggio estraneo. Bowie però la mette in testa alla seconda facciata perché la pensa come singolo possibile, a costo di scompaginare il concept.

Il brano, del resto, non nasce per Hunger City. Viene dal musical su Ziggy Stardust che Bowie progetta nel 1973, per il teatro o per la televisione, e che poi abbandona perché lo giudica un passo indietro. Nel novembre 1973 lo descrive a William Burroughs: quaranta scene da mescolare in un cappello il pomeriggio dello spettacolo, così che ogni sera vada in scena una recita diversa. Di quel progetto si salvano due canzoni, “Rebel Rebel” e questa.

È anche la prima canzone di un album di Bowie firmata a quattro mani. Il coautore è Geoff MacCormack, compagno di scuola, corista e compagno di viaggio sulla Transiberiana, che ora si fa chiamare Warren Peace. Racconta di essere passato dalla casa di Oakley Street, a Chelsea, nei primi giorni di ottobre del 1973, e di aver suonato al pianoforte una sequenza di accordi appena scritta: «David disse: aspetta, rifallo! È stato del tutto accidentale. Il mio contributo riguarda le strofe». Bowie aggiunge la melodia del ritornello e il testo, in poco tempo: forse aveva già un abbozzo.

La registrazione cade il 14 e il 15 gennaio 1974 agli Olympic Studios di Barnes. Quando Bowie richiama Tony Visconti per archi e missaggi, tre brani sono già chiusi: “Rebel Rebel”, “We Are the Dead” e questo.

L’attacco è una citazione quasi dichiarata: gli accordi discendenti del pianoforte ricordano “Lean on Me” di Bill Withers, il successo del 1972. C’è già l’anima soul del Bowie che verrà, e c’è un pianoforte pop alla Elton John, lontano dagli slanci di Rick Wakeman in “Life on Mars?” e dalle escursioni jazz a cui Garson ha abituato. Sotto il ritornello Garson stende un inno d’organo che sa di spiritual. Il ritornello va e viene da do a fa: è poco più di una variante del giro di “Girl from the North Country” di Dylan, e dietro si sentono gli standard, “Kiss the Boys Goodbye”, un “Over the Rainbow” ridotto all’osso. È un pezzo semplice, ed è elegante per questo.

La voce, invece, fa teatro: segue un arco. Nella prima strofa Bowie canta basso e chiuso, nella seconda salta di un’ottava, e nel finale si lascia andare a ritornelli gridati e a improvvisazioni vocali. Di euforia, però, ce n’è poca: il ritornello chiama uno stadio di bandiere, ma la voce ha la disperazione di chi vuole essere liberato, i cori sembrano rassegnati, perfino il sax baritono suona depresso.

Le chitarre sono tutte di Bowie, una dodici corde acustica e la solista. Alan Parker ha negato di aver suonato l’acustica, e nel gennaio 1974 Bowie non ha ancora conosciuto Earl Slick. Alla solista tocca l’ultima parola: un agente corrosivo, brutale, che ringhia contro il pianoforte da chiesa, intacca la dolcezza della melodia e si spegne con un riff simile a un antifurto.

Nel settembre 1974, con le prime sedute di Young Americans appena fatte, Bowie la indica a Robert Hilburn del Melody Maker, insieme a “1984”, come il brano del disco che più lo entusiasmava: quei due pezzi, dice, erano «l’embrione» di ciò che voleva fare dopo.

David Bowie canta davanti alle mani tese del pubblico nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 034 Le mani del pubblico, Diamond Dogs Tour

Testo

Sul soggetto non ci sono dubbi: è il rapporto tra chi sta sul palco e chi sta in platea. Come in “Star” e in altri brani di Ziggy, il rock’n’roll di cui si canta è qualcosa che accade altrove: il titolo somiglia a un’indicazione di scena più che alla descrizione di quello che si sta ascoltando. MacCormack lo dice con prudenza: «Non l’ho mai chiesto a David, ma per quanto ne so il contenuto è il rapporto tra l’artista e il pubblico». Bowie, quando prova a spiegarlo dal palco, si ingarbuglia. A un concerto del tour autunnale del 1974, con ogni probabilità a Boston, in novembre, interrompe la canzone a metà e si rivolge alla sala con un discorso quasi incomprensibile: parla di sé, del cantare, del perché si sale su un palco, del fatto che si comincia pensando una cosa e si finisce a pensarne un’altra, e che la musica canta al posto tuo. «Suppongo che parli di questo», conclude. In un’altra uscita dello stesso tour dice al pubblico che la canzone è molto per loro e chiede se sono persone: lui, dice, è persone.

You always were the one that knew

Tu l’hai sempre saputo

They sold us for the likes of you

Ci hanno venduti per gente come te

I always wanted new surroundings

Ho sempre avuto voglia di cambiare aria

A room to rent while the lizards

Una stanza in affitto mentre le lucertole

lay crying in the heat

stavano lì a piangere nella calura

Si parte dall’irrequietezza. Chi parla ha sempre voluto cambiare luogo, ed è il primo accenno della meditazione sullo sradicamento che tornerà in “Be My Wife” (1977) e in “Move On” (1979). Accanto alla stanza da prendere in affitto sopravvive un’immagine da cut-up, dei rettili che piangono nella calura, e sembra di sentire Ziggy alle prese con una canzone che lo ha prosciugato. Di geografia, però, qui non si tratta ancora. Il nuovo ambiente è il palco, e la voce bassa, compressa, con cui Bowie canta questi versi ha l’aria di chi sta in attesa dietro le quinte. Prima ancora, in apertura, c’è una frecciata amara, l’antidoto al sentimentalismo, il cinismo che la superficie calda del brano tiene nascosto: qualcuno ha venduto i protagonisti in cambio di gente come il pubblico. Il rapporto tra attore e platea viene descritto come un commercio, e il pubblico ne è insieme il cliente e la merce.

La stanza in affitto ha anche una lettura orwelliana. Accanto a “1984” diventa quella che Winston prende sopra la bottega dell’antiquario per vedersi con Julia, in un’estate torrida, e il “tu” del primo verso sarebbe allora lei, la più scaltra dei due. Il romanzo però entra nel disco in modo esplicito solo dal brano successivo.

Trying to remember who to meet

Cercando di ricordare chi c’era da incontrare

I would take a foxy kind of stand

Prendevo una posa furba e sexy

While tens of thousands

Mentre decine di migliaia

found me in demand

scoprivano di volermi

La seconda strofa racconta il successo come una recita. Il narratore prende una posa astuta, da volpe, e decine di migliaia di persone lo reclamano. È la cronaca, appena travestita, dell’anno di Ziggy: il verso sta accanto ai giornalisti che nelle altre canzoni infestano le strade, segni della stessa prigione di lusso. Dopo il delirio apocalittico di “Sweet Thing”, qui Bowie affronta con più calma lo stesso senso di prigionia.

Il lessico è da mercato. Essere “in demand” si dice di una merce o di un artista molto richiesto, e poco prima c’era già un “sold”, venduti. “Foxy” negli anni Settanta vuol dire sexy, come la “Foxy Lady” di Jimi Hendrix, ma resta l’aggettivo della volpe; e “to take a stand”, prendere posizione, qui diventa prendere una posa.

When you rock ‘n’ roll with me

Quando fai rock’n’roll con me

No one else I’d rather be

Non vorrei essere nessun altro

Nobody here can do it for me

Nessuno qui può farlo per me

I’m in tears again

Sono di nuovo in lacrime

When you rock ‘n’ roll with me

Quando fai rock’n’roll con me

Il ritornello sembra una dichiarazione d’amore, e per molti ascoltatori è rimasto quello. Il destinatario però è plurale. Il «tu» è la folla, e quello che il ritornello propone è un patto di reciprocità: il rock’n’roll esiste solo se lo si fa insieme. È la frase di Newcastle del 1973 messa in musica, due star, lui e il pubblico. A Newcastle, peraltro, Bowie la pronunciava con rabbia: era irritato dai buttafuori che picchiavano i ragazzi sotto il palco, e minacciava che le due star avrebbero ridotto il locale a una scatola di fiammiferi.

“Rock ’n’ roll” nel ritornello è usato come verbo. Prima di dare il nome a un genere, nello slang dei neri americani l’espressione indicava il sesso, e Bowie tiene insieme i due sensi.

Gentle hearts are counted down

Per i cuori gentili è partito il conto alla rovescia

The queue is out of sight

La fila è senza fine

and out of sounds

e senza voce

Me, I’m out of breath, but not quite doubting

Io sono senza fiato, ma dubbi veri non ne ho:

I’ve found a door which lets me out!

Ho trovato una porta che mi fa uscire!

Prima della porta c’è un conto alla rovescia, quello di un lancio o dei minuti che mancano all’entrata in scena. Seguono tre “out of” in tre versi. “Out of sight” è a perdita d’occhio, ma in gergo vale anche “fantastico”. “Out of sounds” in inglese non esiste: è ricalcato su “out of breath”, e descrive una fila rimasta senza suoni come lui è rimasto senza fiato. La “queue” è la coda all’inglese, quella davanti al teatro.

Poi arriva la porta. Il narratore dice di aver trovato l’uscita, e viene da immaginarla con la scritta OUT, come se fosse Ziggy ad annunciare la sua fuga dai riflettori. Se la voce è la sua, è uno Ziggy che spiega con asprezza perché ha sciolto la band e si è preso una stanza da qualche parte in America per sfuggire ai fan. Le lacrime ripetute nel finale, gridate e improvvisate, lasciano la canzone a metà tra commozione e sfinimento.

A mente fredda è più chiaro. Ai primi di settembre del 1974, a Los Angeles, Robert Hilburn gli fa notare per il Melody Maker quanti fan lo considerino una guida. Bowie ride nervosamente e risponde che la sua replica è proprio questa canzone: lo state facendo a me, smettetela. Poi aggiunge: «Ci sono stati momenti in cui il pubblico avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avessi chiesto. Spaventoso, no?» Negli anni successivi Bowie tornerà sull’argomento con stupore: i fan, dice, si erano costruiti da soli il loro Ziggy. L’insofferenza per i seguaci, poi, non era nuova. Nel 1969 lo aveva spinto a scrivere “Cygnet Committee” sugli habitué dell’Arts Lab di Beckenham.

Con il resto di Diamond Dogs la canzone ha più legami di quanto il suo tono lasci credere. La paura della folla che adora percorre tutto l’album e trova il suo sbocco in “Big Brother”, dove l’unica figura capace di consolare è il capo che promette salvezza. Il legame tra un capo e la sua folla è lo stesso che unisce la rockstar ai fan: qui lo si guarda dal palco, là dalla platea. In “Rock ’n’ Roll with Me” la folla è ancora amata; due brani più in là sarà una massa che chiede un padrone. Il 3 luglio 1973, all’Hammersmith Odeon, Ziggy si era congedato con “Rock ’n’ Roll Suicide” e con le mani tese verso il pubblico; qui, un anno dopo, la mano tesa è diventata la maniglia di una porta.

Dal vivo

La canzone sta in scaletta per tutto il 1974. Tra i coristi c’è Warren Peace, che così canta ogni sera la propria canzone.

In settembre Donovan ne pubblica una cover, e la RCA risponde in fretta: negli Stati Uniti fa uscire come singolo la versione dal vivo di Filadelfia, quella di David Live, con “Panic in Detroit” sul retro (RCA PB 10105). In classifica non entra nessuno dei due dischi. Nel Soul Tour d’autunno si collocano i monologhi rivolti alla sala. Di Boston, in novembre, Ava Cherry ha raccontato anche altro: le prime file si presentano con maschere di Halloween, maschere da scheletro, e Bowie, atterrito, chiede ai coristi perché lo facciano. All’uscita gli mettono in mano un manifesto con delle lapidi che portano il suo nome, e ne resta turbato per giorni. Viene da pensare alla domanda fatta alla sala in quel tour, se fossero persone; che le due cose siano legate, però, non lo dice nessuno.

Dopo il 1974 la canzone esce dal repertorio e non vi rientra più.

«Adottavano la posa di un personaggio che non era mai esistito, e uno stile di vita che nessuno aveva creato»

David Bowie

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato B · 25:02la stanza sopra la bottega

We Are the Dead

Due amanti in una stanza, e i passi che salgono le scale

canale08

«Ciò che stava accadendo non poteva durare a lungo. C’erano momenti in cui l’imminenza della morte sembrava palpabile come il letto su cui erano distesi»

George Orwell, 1984

Il brano

Di tutte le canzoni di Diamond Dogs questa è la più vicina al progetto da cui il disco è nato. Nell’autunno 1973 i giornali pop annunciano settimana dopo settimana il musical di Bowie tratto da 1984: una rivista in stile Broadway che dovrebbe girare la provincia e approdare al Prince of Wales Theatre di Londra, con Bowie, scrive la stampa, nel ruolo di Winston Smith. A novembre lui dice a Burroughs che sta preparando 1984 per la televisione, e sostiene di avere già una ventina di canzoni (nel 2008 ne ricorderà «tre o più»). Poi, a fine anno, Sonia Orwell nega i diritti. Bowie la liquiderà come «la più grande snob dell’alta borghesia» che avesse mai incontrato. In realtà, di persona, non l’aveva mai vista.

Di quel musical “We Are the Dead” è il pezzo più grosso che sia rimasto. Per un periodo dà addirittura il titolo di lavoro all’intero album, e basta ascoltarne i primi secondi per capire perché. We Are the Dead è una frase chiave del romanzo, il suo cuore filosofico, e Bowie lo trasporta integro dentro Hunger City. Al titolo, alla fine, si lascia convincere a rinunciare, perché gli avvocati della vedova avrebbero potuto sostenere che il disco si spacciava per una versione del libro.

Il brano viene inciso agli Olympic Studios il 16 gennaio 1974. Sono le settimane in cui Bowie legge Nova Express di Burroughs e comincia a scrivere con le forbici: Garson lo ricorda in studio mentre prende dei testi appena scritti, li taglia e li riattacca a caso.

Si parte dal Fender Rhodes di Mike Garson, su un passo funereo: un’introduzione inquietante. La tastiera avanza sommessa, un feedback di chitarra le vaga intorno, la voce è sovraincisa e melodrammatica. Il pianoforte elettrico oscilla tra l’inquietudine del jazz e la dissonanza modernista, e intorno sale una nebbia armonica che fa pensare ai dischi di Scott Walker di quegli stessi anni. Nel 2017, a chi gli chiedeva di questo brano, Garson ha risposto di non ricordare nemmeno di averci suonato: «La maggior parte del tempo c’eravamo solo io e lui in studio. E lui suonava soprattutto la chitarra».

È un nido di echi e sfocature. La voce principale, a tratti triplicata, è spostata con l’eco sul canale sinistro; a destra una seconda voce, accelerata, canta un’ottava sopra. Il delay colpisce tutto ciò che si muove, e il Rhodes più di ogni altra cosa: verso i 2:42 compare a sinistra un organo che anticipa la tastiera come se ne fosse l’eco. Le strofe sono in sol minore. Sono lamenti soul che cercano un ritornello soul a cui appoggiarsi, e trovano invece due ponti in una tonalità incerta, su battute alternate di quattro e due quarti: gli accordi scivolano da una tonalità all’altra e non si posano mai, come chi vive in una paranoia permanente. Bowie resta quasi sempre in un ambito di tre note, mentre un’altra voce gli passa accanto come un fantasma sulle scale. Intorno ci sono chitarre sbavate, piatti trattati con il phaser e un sax baritono dal suono malato. È tra i brani più lavorati al missaggio di tutto il disco, con le voci stratificate ripresa su ripresa.

Il trattamento della voce è già drammaturgia. Bowie qui è intimo come in nessun altro punto dell’album: nelle strofe sussurra più che cantare, come se davvero qualcuno potesse sentirlo da dietro un quadro appeso alla parete. L’eco la segue di quasi mezzo battito, e rende così la fiducia incerta di Winston in Julia; nel ritornello la voce si apre. Sotto, gli accordi scendono senza tregua lungo la scala di re bemolle maggiore (un accordo, il re bemolle maggiore, che nel brano non compare mai), mentre il coro percorre la discesa in senso contrario, come se le polarità si fossero invertite.

David Bowie in scena con una maschera nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 035 In scena con la maschera, Diamond Dogs Tour

Testo

Per leggere la canzone bisogna aprire 1984. In Oceania comanda il Partito, sotto il ritratto del Grande Fratello. I teleschermi guardano dentro le case, la psicopolizia arresta di notte, e ogni giorno i cittadini sfogano contro il traditore Goldstein i loro Due Minuti d’Odio. Winston Smith ha trentanove anni e riscrive il passato al ministero della Verità; il suo vicino Parsons, militante zelante, finirà denunciato dalla figlia di sette anni. Julia ne ha ventisei, lavora alle macchine che scrivono romanzi e porta la fascia rossa della lega giovanile antisesso. Un giorno gli infila in mano un biglietto: ti amo. I due si vedono di nascosto in una stanza sopra la bottega di anticaglie del signor Charrington, nel quartiere dei prolet, dove a quanto sembra un teleschermo non c’è.

Non si fanno illusioni. Winston lo dice a Julia, siamo i morti, e nella scena che chiude la seconda parte lo ripetono insieme alla finestra, mentre guardano una donna dei prolet stendere il bucato. Da dietro il quadro appeso alla parete una voce di ferro risponde: voi siete i morti. Il teleschermo c’era. Le scale si riempiono di stivali e il signor Charrington si rivela un uomo della psicopolizia. Il resto è il ministero dell’Amore, la stanza 101, dove ciascuno trova la cosa di cui ha più paura, il tradimento reciproco, e l’ultima riga, in cui Winston ama il Grande Fratello.

Something kind of hit me today

Qualcosa mi ha come colpito oggi

I looked at you and wondered

Ti ho guardato e mi sono chiesto

if you saw things my way

se vedevi le cose a modo mio

People will hold us to blame

La gente ci darà la colpa

It hit me today, it hit me today

Mi ha colpito oggi, mi ha colpito oggi

We’re taking it hard all the time

La prendiamo sempre male

Why don’t we pass it by?

Perché non lasciamo perdere?

Just reply, you’ve changed your mind

Rispondi solo che hai cambiato idea

We’re fighting with the eyes of the blind

Stiamo lottando con gli occhi dei ciechi

Taking it hard, taking it hard

La prendiamo male, la prendiamo male

Yet now

Eppure ora

We feel that we are paper

Sentiamo di essere carta

Choking on you nightly

Che ti soffoca ogni notte

They tell me “Son, we want you

Mi dicono: “Figliolo, vogliamo te

Be elusive, but don’t walk far”

Sii sfuggente, ma non allontanarti troppo”

For we’re breaking in the new boys

Perché stiamo addestrando i ragazzi nuovi

Deceive your next of kin

Inganna i tuoi congiunti

For you’re dancing where the dogs decay

Perché balli dove marciscono i cani

Defecating ecstasy

Defecando estasi

You’re just an ally of the leecher

Sei solo un complice del succhiasangue

Locator for the virgin King

Segugio del Re vergine

But I love you in your fuck-me pumps

Ma io ti amo con quei tuoi tacchi da “scopami”

And your nimble dress that trails

e quel vestito leggero che striscia a terra

Oh, dress yourself, my urchin one

rivestiti, monella mia

For I hear them on the rails

Perché li sento sui binari

Bowie comincia esattamente lì, un istante prima dell’arresto. Il narratore dice alla sua compagna di rivestirsi, perché li sente sulle scale. Il calco è quasi letterale: sono le scale di Orwell, dove irrompe la calca degli stivali; ma sono anche quelle di “The Man Who Sold the World”, teatro dell’incontro con il doppio. Alla compagna, poi, Bowie dà un nome da ragazzina di strada: “urchin”. La parola è la stessa che evoca i monelli sui tetti di Londra, quelli da cui dice di aver preso i ragazzi di Hunger City, e così per un solo vocabolo Julia e i Diamond Dogs finiscono a toccarsi. Poco prima, tra i frammenti nati dalle forbici, c’è un’immagine di scarpe provocanti e di un abito leggero che striscia a terra: pura superficie erotica, da glam in disfacimento.

In inglese i passi si sentono in due modi. La prima volta sono sui “rails”, i binari, e c’è ancora distanza, come per un treno che si avvicina; la seconda sono sulle scale. “Rails” però è anche il corrimano, e allora tutto succede dentro il palazzo: prima la ringhiera, poi i gradini.

Because of all we’ve seen

Per tutto ciò che abbiamo visto

Because of all we’ve said

Per tutto ciò che abbiamo detto

We are the dead

Noi siamo i morti

Alla frase di Orwell il ritornello dà una motivazione: sono morti per quello che hanno visto e per quello che hanno detto. La logica del delitto di pensiero diventa un epitaffio. Sotto c’è un coro di voci senz’anima che si proclama ragazzi nuovi, cani, morti: la psicopolizia di Oceania e le bande di Hunger City cantano la stessa parte. E c’è un’eco più antica, che Bowie poteva conoscere. Con le stesse parole si apre la seconda strofa di “In Flanders Fields” (1915), la poesia di John McCrae in cui parlano i caduti delle trincee.

One thing kind of touched me today

Una cosa mi ha come toccato oggi

I looked at you

Ti ho guardata

And counted all the times

E ho contato tutte le volte

we had laid

che siamo stati a letto insieme

Pressing our love through the night

Stringendo il nostro amore per tutta la notte

Knowing it’s right, knowing it’s right

Sapendo che è giusto, sapendo che è giusto

Now I’m hoping someone will care

Ora spero che a qualcuno importi

Living on the breath of a hope

Vivendo del soffio di una speranza

to be shared

da condividere

Trusting on the sons of our love

Fidandoci dei figli del nostro amore

That someone will care,

Che a qualcuno importerà,

someone will care

a qualcuno importerà

But now

Ma ora

We’re today’s scrambled creatures

Siamo le creature rimescolate di oggi

Locked in tomorrow’s double feature

Chiuse nel doppio spettacolo di domani

Heaven’s on the pillow

Il paradiso è sul cuscino

Its silence competes with hell

Il suo silenzio gareggia con l’inferno

Qui la canzone lascia Orwell e passa a Burroughs. Il letto di Winston e Julia diventa un paradiso posato sul cuscino, e il suo silenzio fa concorrenza all’inferno: la stanza dell’amore è già la cella. Con la suite di “Sweet Thing” è l’uso più evidente del cut-up nell’album, tanto che il brano deve più a Burroughs che a Orwell. Le immagini scorrono slegate e compongono un mosaico emotivo più che un racconto.

Alcune di queste immagini si lasciano sciogliere. I due sentono di essere “paper”, carta al singolare: materia fragile, da buttare, ed è anche quella della burocrazia che li sorveglia. Una voce ordina di essere sfuggenti ma di non allontanarsi troppo, ed è la voce del potere. “To break in” è addestrare, domare, come si fa con un cavallo: i ragazzi nuovi sono le reclute del sistema. Il “locator” del re vergine è uno che trova per conto d’altri, un segugio, e il re puro e intoccabile può essere il Grande Fratello. Le “fuck-me pumps” sono scarpe col tacco alto, fatte per provocare. Il “double feature” è il doppio spettacolo dei cinema, due film con un biglietto, e porta con sé l’idea di un domani in cui si recitano due parti. Altre restano quello che sono, prodotti del caso: i cani in decomposizione fra cui si balla, l’estasi ridotta a escremento.

It’s a twenty-four hour service

È un servizio ventiquattr’ore su ventiquattro

Guaranteed to make you tell

Ti fa parlare, garantito

And the streets are full of press men

E le strade sono piene di giornalisti

Bent on getting hung and buried

Decisi a finire impiccati e sepolti

And the legendary curtains

E le leggendarie tende

Are drawn ‘round Baby Bankrupt

Sono tirate intorno al Bambino Bancarotta

Who sucks you while you’re sleeping

Che ti succhia mentre dormi

It’s the theater of financiers

È il teatro della finanza

Count them, fifty ‘round a table

Contali, cinquanta intorno a un tavolo

White and dressed to kill

Bianchi e vestiti per uccidere

Oh caress yourself, my juicy

Oh, accarezzati, mia succosa

For my hands have all but withered

Perché le mie mani sono ormai quasi avvizzite

Oh dress yourself my urchin one,

Oh, vestiti, mia monella

for I hear them on the stairs

perché li sento sulle scale

Because of all we’ve seen

Per tutto ciò che abbiamo visto

Because of all we’ve said

Per tutto ciò che abbiamo detto

We are the dead

Noi siamo i morti

We are the dead

Noi siamo i morti

We are the dead

Noi siamo i morti

L’immagine più forte, però, è politica. Un teatro di finanzieri: sono cinquanta attorno a un tavolo, bianchi, vestiti per uccidere, e Bowie invita a contarli come si contano i personaggi in scena. L’album ha poche frasi così sinistre. Nel 1974 è la fotografia di una Gran Bretagna in crisi, tra settimana corta e inflazione, e di una New York che scivola verso la bancarotta; ma quel riferimento a banchieri e falliti risuona ben oltre l’Oceania del 1974. Bowie mette il Grande Fratello a sedere in un consiglio d’amministrazione, senza baffi e senza uniforme. Subito dopo torna la stanza, con un erotismo paranoico in cui desiderio e disfatta si danno il cambio: l’amante invita lei ad accarezzarsi da sola, perché le sue mani sono ormai quasi avvizzite.

Fuori dal titolo, di Orwell nel testo restano solo tracce. Eppure, ed è un paradosso, questa è la più fedele delle trasposizioni che Bowie ne ha fatto, perché il ritmo spezzato del cut-up funziona come un controcodice rispetto al bispensiero. Orwell immaginava una lingua ridotta per rendere impensabile il dissenso; Bowie risponde con una lingua fatta a pezzi, perché dica ciò che non sapeva di sapere. La canzone sembra imputridire mentre la si esegue, e lascia dietro di sé fili di parole.

Nella sequenza dell’album la stanza di “We Are the Dead” è la soglia. Dopo la folla di “Rock ’n’ Roll with Me” arrivano due amanti soli, con la polizia alla porta: l’amore sotto sorveglianza. Subito dopo “1984” apre il ministero dell’Amore, e “Big Brother” chiude il ciclo con la resa di Winston trasformata in inno. La soglia è anche musicale. Tutto ciò che viene prima sta ancora dentro il rock, perfino quando si fa teatrale; ciò che viene dopo parla già un’altra grammatica, più vicina al funk algido di Young Americans e agli esperimenti di Berlino. In questa stanza Bowie si congeda dal rock chitarristico. Il padrone di casa, invece, lo ritroverà vent’anni dopo: in 1. Outside (1995) il vecchio bottegaio Algeria Touchshriek, che pensa di affittare la stanza sopra il negozio, ha più di un tratto di Charrington.

Intorno al tavolo girano altre due figure. I giornalisti sono “bent on”, cioè decisi a tutti i costi, a farsi impiccare e seppellire: cronisti che si buttano nel pericolo, oppure complici del sistema che ne diventano vittime. Il Bambino Bancarotta che succhia chi dorme è il parassita finanziario. E “dressed to kill”, che di solito vuol dire soltanto elegantissimi, in questo contesto riprende il suo senso letterale.

Dal vivo

In concerto Bowie non l’ha mai eseguita, ed è l’unico brano di Diamond Dogs a cui sia toccato. Il tour del 1974 mette in scena quasi tutto l’album, perfino “Chant of the Ever Circling Skeletal Family”. Questa no: resta fuori allora e non comparirà in nessun tour successivo.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato B · 33:27la piazza sotto i riflettori

1984

L’ouverture di un musical proibito, suonata con il groove di Harlem

canale09

«Era davvero una versione di 1984 come musical, senza sconti. Ed è stata la prima volta che sono stato respinto da una figura letteraria»

David Bowie

Il brano

Il riff di chitarra wah-wah che regge “1984” è uno degli annunci più netti che Bowie abbia mai fatto della propria direzione futura. Del glam non c’è più traccia, e nemmeno del rock chitarristico inglese: Bowie sta già suonando l’album che farà un anno dopo. Lo dice lui stesso nel settembre 1974, nell’intervista citata nella scheda di “Rock ’n’ Roll with Me”: quelle due canzoni gli dicevano che dentro di lui «c’era già un altro album».

Sul disco arriva quasi alla fine, ma è da questa canzone che comincia tutto. “1984” doveva essere la sigla del musical sul romanzo di Orwell che Bowie progetta per tutto il 1973. La prima versione in studio è del 19 gennaio 1973, ai Trident, durante le sedute di Aladdin Sane, con gli Spiders, ma il nastro resta in archivio.

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1973 Bowie torna dal Giappone in treno, attraverso la Siberia e l’Europa dell’Est, tra perquisizioni e sguardi ostili, e dice di non essere mai stato così spaventato in vita sua. Il 3 luglio, all’Hammersmith Odeon, congeda Ziggy, e dopo l’estate il progetto riparte: in settembre arriva da New York Tony Ingrassia, il regista di Pork, per scrivere l’adattamento, e Winston Smith sarà Bowie.

Tra il 18 e il 20 ottobre 1973, al Marquee, si registra The 1980 Floor Show, lo speciale per The Midnight Special della NBC che andrà in onda negli Stati Uniti il 16 novembre. È lì, il 19 o il 20 ottobre, che “1984” viene eseguita per la prima volta. Bowie la presenta così: «Abbiamo scritto un musical. E questa è la canzone del titolo, “1984”». È un medley con “Dodo”. Quest’ultima allora si chiama “You Didn’t Hear It from Me” e racconta i bambini spia del romanzo (se ne parla nella sua scheda). Del funk non c’è ancora niente: Ronson dà accordi in levare, quasi reggae, e MacCormack suona le congas. La ripresa è un disastro. Il tempo non tiene e a Ronson saltano le corde sotto le luci; Bowie se ne va furioso. E soltanto ora Ingrassia ammette: «In realtà i diritti non li abbiamo ancora. Può darsi che dovremo chiamarlo 1983, o qualcosa del genere».

Nello stesso autunno, ai Trident, Bowie incide il medley “1984/Dodo”. È l’ultima seduta con Ken Scott e, per quasi vent’anni, l’ultima con Ronson. Alla batteria c’è Aynsley Dunbar, al piano Mike Garson, e l’atmosfera è quella di un lounge noir, lontanissima da ciò che finirà sull’album. Il funk, però, non viene naturale a nessuno. Lo dice il chitarrista ritmico, Mark Pritchett: «Dopo le prime due riprese fu chiarissimo che nessuno di noi, e Mick era il solista, era nero e funky». Ken Scott ricorda che Bowie restò per il missaggio: «Continuava a farmi sentire pezzi di Barry White e a dirmi: voglio che suoni così. Il missaggio andò avanti tutta la notte». Il medley uscirà solo nel 1989, in Sound + Vision.

Dopo il no della vedova di Orwell il musical muore e restano le canzoni: “Dodo” viene staccata e offerta a Lulu; “1984” la si rifà da capo per Diamond Dogs.

La nuova versione nasce all’Olympic di Barnes e ha un modello dichiarato: “Theme from Shaft” di Isaac Hayes (1971), il precursore della disco. Da lì vengono il charleston in sedicesimi e la chitarra wah-wah che scandisce il tempo come un orologio nervoso; sotto scivola il basso. Dietro si sentono anche il Super Fly di Curtis Mayfield e “Papa Was a Rolling Stone” dei Temptations. Bowie non nasconderà mai il debito: negli anni successivi rivendica più volte la musica nera americana che ascoltava in quei mesi.

A reggere tutto è la chitarra di Alan Parker, turnista dei Blue Mink chiamato da Herbie Flowers, ed è un omaggio diretto a Charles Pitts, il chitarrista di “Shaft”. Bowie firma quasi tutte le chitarre del disco. La solista la cede soltanto qui. Parker, la seduta, l’ha raccontata nel 2020: «David voleva la chitarra funk anni Sessanta, che all’epoca io suonavo in continuazione per tutti. L’abbiamo incisa in venti minuti e avevamo finito».

Garson apre e chiude con una sirena di polizia sul piano elettrico, che ricorda il tema di Ai confini della realtà, e nelle strofe passa al clavicembalo. La cassa è accordata bassa, cupa, e la batteria tiene un passo serrato, quasi danzante, che smentisce l’aria apocalittica del testo. La voce alterna il falsetto al tono pieno, come farà Prince qualche anno più tardi. Una battuta in tre quarti strattona la strofa in re minore verso il ponte in mi bemolle maggiore.

Poi ci sono gli archi. È proprio per arrangiare quelli di “1984” che Bowie richiama Tony Visconti, oltre che per missare quasi tutto l’album nel suo nuovo studio casalingo. Nel medley comandavano i violoncelli. Ora salgono i violini, con cascate discendenti e stoccate ritmiche. Si avvolgono attorno alla chitarra e ci mettono un’urgenza sensuale e minacciosa insieme. È la lezione di Kenny Gamble e Leon Huff, cioè il suono che pochi mesi dopo Bowie andrà a cercare di persona ai Sigma Sound di Filadelfia. L’assistente ingegnere Andy Morris: «“1984” è la canzone su cui abbiamo passato più tempo, perché David la voleva perfetta, ed è venuta perfetta».

David Bowie punta il dito verso il pubblico nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 036 Diamond Dogs Tour, 1974

Testo

Chi cerca Orwell nel testo ne trova meno di quanto il titolo prometta. Niente Winston, niente Julia, niente Ministero della Verità. C’è un clima, piuttosto: la sensazione che qualcosa stia per chiudersi su chi ascolta, e che nessuno potrà dire di non essere stato avvertito.

Someday they won’t let you

Un giorno non te lo lasceranno fare

So now you must agree

Perciò adesso ti tocca essere d’accordo

The times they are a-telling,

I tempi stanno parlando,

and the changing isn’t free

e cambiare non è gratis

You’ve read it in the tea leaves

L’hai letto nei fondi del tè

And the tracks are on TV

E le tracce sono in tv

Beware the savage lure

Attento al richiamo feroce

Of 1984

Del 1984

Bowie comincia dai segni. Il futuro è stato letto perfino nelle “tea-leaves”, le foglie del tè sul fondo della tazza: una superstizione domestica, da nonna inglese, messa accanto alla catastrofe politica. È la strategia di “Five Years”, dove la fine del mondo arrivava annunciata al telegiornale. C’è anche un rimando a “The Times They Are A-Changin’” di Dylan, esplicito nella versione del Floor Show: il canto di protesta del 1964 viene rovesciato in minaccia, con i tempi che cambiano ancora, e stavolta si mettono male.

They’ll split your pretty cranium

Ti spaccheranno quel bel cranio

And fill it full of air

E lo riempiranno d’aria

And tell you that you’re eighty

E ti diranno che hai ottant’anni

But brother, you won’t care

Ma a te, fratello, non importerà

You’ll be shooting up on anything

Ti farai di qualunque cosa

Tomorrow’s never there

Il domani non c’è mai

Beware the savage lure

Attento al richiamo feroce

Of 1984

Del 1984

Poi la canzone passa al corpo, con una serie di vignette di chirurgia politica: il cranio aperto e svuotato, poi riempito d’aria, e la vittima a cui diranno che ha ottant’anni senza che gliene importi più nulla. La psicochirurgia di Orwell finisce ridotta a successo da pista da ballo. È una riscrittura di “All the Madmen”, dove i medici portavano via un pezzo di cervello al giorno. Dentro c’è l’incubo del condizionamento di Arancia meccanica, da cui Bowie aveva preso i droog e la “Nona” per i concerti di Ziggy, e c’è la stanza 101 di Orwell, che non uccide: svuota. L’immagine è quasi da fumetto, e disturba di più proprio per questo.

Hunger City conosce una sola uscita: la droga, qualunque droga, perché il domani non esiste. La parola “tomorrow” attraversa Diamond Dogs come un distintivo della disperazione. Qui distopia e autobiografia si toccano: alla fine del 1973 Bowie ha cominciato a fare sul serio con la cocaina.

Nel romanzo quella del cranio è la promessa che O’Brien fa a Winston sotto tortura: lo svuoteranno e poi lo riempiranno di loro stessi. E il “brother” detto alla vittima due versi dopo ha dentro il Grande Fratello.

Come see, come see, remember me?

Vieni a vedere, vieni a vedere, ti ricordi di me?

We played out an all night

Abbiamo recitato fino in fondo

movie role

una parte da film notturno

You said it would last

Dicevi che sarebbe durata

But I guess we enrolled

Ma mi sa che ci siamo arruolati

In 1984 (who could ask for more)

Nel 1984 (che si può volere di più?)

1984 (who could ask for mor-or-or-or-ore)

1984 (che si può volere di più-ù-ù-ù-ù?)

(Mor-or-or-or-ore)

(Più-ù-ù-ù-ù)

Il ritornello cambia tono: si rivolge a qualcuno che dovrebbe ricordarsi di lui, come dopo una notte di cinema finita male. Ogni strofa, invece, si chiude mettendo in guardia contro il “savage jaw” del 1984, la mascella feroce: un’immagine canina, che sta bene con i cani di Hunger City e con la copertina di Peellaert. Solo che c’è un enigma. All’ascolto si sente “jaw”. Lo spartito stampato riporta “lure”, l’esca. Da una parte il regime che morde, dall’altra il regime che attrae, e la seconda lettura porta dritta a “Big Brother”. La rima è quasi comica, cantata com’è con solennità esagerata; e Bowie canta “1984” come un uomo che implora un’amante, con un’ossessione alla Roy Orbison.

Gli “all-night movies” erano le maratone dei cinema aperti fino all’alba. “Role”, la parte recitata, rima con “enrolled”, che gli somiglia e vuol dire iscriversi, arruolarsi. Anche “party” va in due direzioni: è la festa, ma è pure il partito, e con la maiuscola quello di Orwell.

I’m looking for a vehicle

Cerco un mezzo

I’m looking for a ride

Cerco un passaggio

I’m looking for a party

Cerco una festa

I’m looking for a side

Cerco da che parte stare

I’m looking for the treason that I knew in ’65

Cerco il tradimento che ho conosciuto nel ’65

Beware the savage lure

Attento al richiamo feroce

Of 1984

Del 1984

Staccata “Dodo”, resta un buco, e Bowie lo ricuce con una strofa nuova: un colpo d’occhio all’indietro, al tradimento conosciuto nel 1965. La data è di Orwell. Nel romanzo è intorno al 1965 che vengono arrestati Jones, Aaronson e Rutherford, tre capi storici della rivoluzione poi cancellati da ogni documento; anni dopo a Winston capita tra le mani la fotografia che smaschera il falso, la sola prova concreta che il Partito mente. Uno dei tre, per coincidenza, porta il cognome anagrafico di Bowie. Sotto resta, come risonanza, il 1965 dei mod e dei primi dischi di Davy Jones con i Lower Third: del resto Bowie presentava l’album anche come uno sguardo all’indietro. Musicalmente la strofa è ridondante, il solo punto debole del pezzo.

Come see, come see, remember me?

Vieni a vedere, vieni a vedere, ti ricordi di me?

We played out an all night

Abbiamo recitato fino in fondo

movie role

una parte da film notturno

You said it would last

Dicevi che sarebbe durata

But I guess we enrolled

Ma mi sa che ci siamo arruolati

In 1984 (who could ask for more)

Nel 1984 (che si può volere di più?)

1984 (who could ask for mor-or-or-or-ore)

1984 (che si può volere di più-ù-ù-ù-ù?)

(Mor-or-or-or-ore)

(Più-ù-ù-ù-ù)

Resta il contrasto, che nel disco ha soltanto lei: la musica invita a muoversi, le parole dicono che la festa è un travestimento del lager. È l’ambiguità di Orwell, dove il regime organizza canzoni e cortei per la Settimana dell’Odio, e di Huxley, dove il controllo passa per il piacere. Nella Gran Bretagna del 1974, tra la settimana corta di tre giorni, i razionamenti e le bombe dell’IRA, la minaccia non ha bisogno di arrivare dal futuro. Dopo i sopravvissuti di “We Are the Dead”, “1984” accende i riflettori sulla piazza e prepara la resa di “Big Brother”.

Dal vivo

È lei ad aprire il Diamond Dogs Tour, ogni sera. Come innesco funziona: fa ballare la sala prima ancora che abbia capito in quale universo è entrata. Bowie resta invisibile fino alla fine della prima strofa, quando un occhio di bue lo inquadra: niente trucco, capelli all’indietro alla James Dean, completo azzurro. Su David Live le grida del pubblico segnano l’istante dell’apparizione, e l’attacco dei fiati suona quasi come una melodia klezmer.

Il pezzo resta anche nel Soul Tour dell’autunno e apre l’apparizione al Dick Cavett Show, registrata a New York il 2 novembre 1974, nella settimana dei concerti al Radio City Music Hall, e trasmessa ai primi di dicembre. Bowie canta “1984”, “Young Americans” e “Foot Stomping”, e la musica gira bene: a quel punto aveva stretto il pezzo come il pirolo di una chitarra. L’intervista va in un altro modo. Cereo, Bowie risponde a monosillabi, tira su col naso di continuo e punzecchia la moquette con il bastone da passeggio. «È stato orrendo», dirà vent’anni dopo. «Non avevo idea di dove fossi, non sentivo le domande».

Dopo il 1974 dal repertorio scompare, e per sempre. Dieci anni più tardi la riprende Tina Turner, che la incide per Private Dancer: l’album esce nel 1984, e l’anno fa parte dello scherzo. In quel periodo Bowie le è vicino: canta con lei in “Tonight” e nel marzo 1985 la raggiunge sul palco a Birmingham.

«Johnnie Ray. Johnnie Ray sotto cocaina, che canta di 1984»

Lester Bangs

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato B · 43:23la sala di Big Brother

Big Brother

La canzone d’amore di una città che chiede di essere comandata

canale10

«Questo album ha di nuovo un tema. È uno sguardo all’indietro sugli anni Sessanta e Settanta, ed è un disco molto politico. La mia protesta»

David Bowie

Il brano

Se “1984” era il funk della distopia, “Big Brother” è il suo inno religioso. L’origine sta già nel titolo: è uno dei brani nati per il musical su 1984 e porta il nome del capo di Oceania (la trama è riassunta nella scheda di “We Are the Dead”). Doveva forse chiudere lo spettacolo. Una ragione c’è: dopo un finale così non restava molto da mettere in scena.

È tra i primi pezzi dell’album a essere completati. Le basi si registrano agli Olympic Studios il 14 e 15 gennaio 1974, con Herbie Flowers al basso e Tony Newman o Aynsley Dunbar alla batteria. Le voci si sovraincidono nelle settimane seguenti. Quasi tutto il resto tocca a Bowie: la dodici corde, i sassofoni, le tastiere. Nel 1993 ricorderà di essersi convinto, allora, di non aver bisogno di nessuno: «Be’, non ho bisogno di una band, suono io tutti gli strumenti, è semplice». Nel 1996, alla rivista Guitar, darà l’altra metà della verità: era timido, e lo imbarazzava chiedere ad altri chitarristi di suonare le idee stravaganti che aveva in testa. Un testimone però c’è: la fotografa Kate Simon, agli Olympic Studios per un servizio su Stomu Yamashta che incide nella sala accanto, assiste a una parte della lavorazione. Fa il missaggio con Tony Visconti. Nel 2006 è poi riemerso un acetato promozionale a quattro tracce, e lì “Big Brother” compare accanto a “Future Legend”, “Rebel Rebel” e al “Chant”.

La genealogia musicale è più comica del risultato. I parenti imbarazzanti sono due. Il primo è “Mr. Apollo” della Bonzo Dog Band (1969), parodia delle pubblicità del culturista Charles Atlas: gli accordi e il ritornello le somigliano, e per coincidenza Dunbar aveva suonato con i Bonzo proprio quell’anno. Il secondo sta a circa due minuti dall’inizio, nel ponte dei sassofoni, che ricalca “A Salute to Thames”, il jingle di Johnny Hawksworth che dal 1968 accompagnava i marchi della Thames Television. Insomma il dittatore di Bowie ha nel sangue un culturista da fumetto e la sigla di una tv commerciale.

L’attacco è uno dei momenti più cinematografici dell’album, una sveglia da un altro pianeta: un coro sintetico geme, i fiati entrano come una processione funebre, una tromba che non è una tromba suona un’adunata. La macchina è il Mellotron M400 di Bowie: il coro a otto voci, e una tromba fatta di nastro (o di Moog, secondo altri ascolti). La tromba, per inciso, con Sketches of Spain di Miles Davis non ha niente a che fare.

Il pezzo è costruito come un diagramma di flusso. Oltre un certo punto non si torna indietro. Si comincia con due strofe in si minore, le frasi che cadono, disperate. Al primo ponte la melodia salta e comincia la conversione; nei ritornelli, in re maggiore, la voce sale di un’ottava e il passo si fa da marcia, con cori che sembrano i Beach Boys passati per un filtro espressionista. Melodie così ipnotiche Bowie ne ha scritte poche. Di strofe, dopo quel ponte, non ce ne sono più. Ogni ritornello aggiunge una lusinga: battimani nervosi, un tamburello, un controcanto di chitarra, e un rullo improvviso di batteria che fa pensare a quello di Mick Fleetwood in “Tusk”, cinque anni dopo.

A tenere la disciplina sono i sassofoni. Il tenore addolcisce le strofe con note lunghe, il baritono spinge da dietro come un secondino. Poi c’è la voce: con “Sweet Thing” questo brano presenta il nuovo registro basso e profondo, quello che avrà più di un parente tra le voci gotiche degli anni Ottanta, e perfeziona il raddoppio all’ottava: due linee vocali sovrapposte che danno al canto qualcosa di disincarnato. Sotto corre la dodici corde acustica, un’appendice di “The Bewlay Brothers”; allo scoperto esce solo nel secondo ponte, quattro battute tremanti, l’ultimo dubbio. Il resto è un muro di suono che sale verso un culmine esasperato, parente di The Man Who Sold the World. Poi il riff ossessivo dell’ultima parte, invece di risolversi, si sfilaccia senza pausa nel “Chant”: l’attacco a filo è la firma drammaturgica del finale dell’album.

David Bowie in cima alla torre di specchi durante Big Brother nel Diamond Dogs Tour del 1974
In cima alla torre di specchi, Diamond Dogs Tour

Testo

Big Brother, Orwell non lo descrive mai da vicino. Il lettore lo conosce da un ritratto, «capelli neri, baffi neri, pieno di potere e di una calma misteriosa», e dalla scritta che lo accompagna. Può anche non esistere. Basta che i sudditi ci credano. Bowie parte da qui e sposta il punto di vista. La voce che canta è quella di un suddito che lo invoca; il Grande Fratello, nella canzone, non dice una parola, e il regime resta sullo sfondo. Ne esce una messa al rovescio, l’invocazione fervente di un salvatore che in realtà è un dittatore.

Don’t talk of dust and roses

Non parlare di polvere e di rose

Or should we powder our noses?

O dovremmo incipriarci il naso?

Don’t live for last year’s capers

Non vivere per le bravate dell’anno scorso

Give me steel, give me steel

Dammi acciaio, dammi acciaio

Give me pulsars unreal

Dammi pulsar irreali

Il brano si apre con una richiesta di silenzio: basta con la polvere e le rose. Sono le rose morte di “Aladdin Sane”, e c’è dentro qualcosa di più velenoso: il narratore liquida il decadentismo dello stesso Bowie, la bella morte glam, come chiacchiere di un’epoca finita. Subito dopo compare un’immagine che ha fatto discutere, delle pulsar irreali: fantascienza rimasta impigliata nel testo, quasi un addio all’universo di Ziggy Stardust. Nel cuore del suo disco più orwelliano il vecchio glam manda un ultimo segnale dal passato.

C’è anche un gioco di parole. “To powder one’s nose”, incipriarsi il naso, è l’eufemismo delle signore per andare in bagno; ma accanto c’è “dust”, che in gergo è la droga in polvere, e la cipria cambia natura. Le pulsar, poi, nel 1974 erano una scoperta fresca: stelle che emettono impulsi radio regolarissimi, individuate a Cambridge nel 1967.

He’ll build a glass asylum

Costruirà un manicomio di vetro

With just a hint of mayhem

Con appena un pizzico di caos

He’ll build a better whirlpool

Costruirà un vortice migliore

We’ll be living from sin

Vivremo di peccato

Then we can really begin

E allora sì che potremo cominciare

Poi un’immagine di reclusione, un manicomio di vetro con un pizzico di caos, che riporta a “All the Madmen” e alla clinica dove era ricoverato il fratellastro Terry. In “1984” il cervello veniva svuotato; qui il paziente si sente quasi a casa.

Le pareti di vetro hanno un senso preciso: nel romanzo i teleschermi guardano dentro ogni stanza e non si possono spegnere. Poco oltre Bowie ritocca un modo di dire. “Living in sin”, vivere nel peccato, si diceva di chi conviveva senza essere sposato; cambiando la preposizione, adesso del peccato si campa.

Please saviour, saviour, show us

Ti prego, salvatore, salvatore, mostraci

Hear me, I’m graphically yours

Ascoltami, sono graficamente tuo

Qui comincia la conversione. Il narratore invoca un salvatore e gli chiede di mostrarsi, che è poi la scena del primo capitolo di Orwell, quella dei Due Minuti d’Odio: il volto del Grande Fratello riempie lo schermo e una piccola donna dai capelli color sabbia grida «Mio salvatore!». Il narratore, può darsi, è proprio un suddito di Oceania, sconvolto dall’isteria obbligatoria dell’Odio; e il “Chant” che segue è la versione di Bowie di quel rito. Il tema, del resto, viene da lontano. C’è “Saviour Machine” (1970), c’è perfino “We Are Hungry Men” (1967), con il suo messia che promette di risolvere a modo suo fame e sovraffollamento.

C’è poi una lettura più privata, e parte dal titolo preso alla lettera. Bowie aveva davvero un fratello maggiore: Terry Burns, ricoverato in ospedale psichiatrico. La supplica diventa allora una preghiera ambivalente, rivolta a un fratello idealizzato e perduto e insieme al tiranno che ne prende il posto. Bowie non l’ha mai confermata, ma Orwell e il dolore di famiglia qui stanno uno sopra l’altro, e non si possono separare del tutto.

La richiesta resta sospesa anche in inglese: che cosa debba mostrare, il salvatore, nessuno lo dice. Più avanti il narratore si congeda come in una lettera, con un “graphically yours” costruito su “sincerely yours”. “Graphically” vuol dire in modo esplicito, senza veli, ma dentro c’è anche l’immagine: il Grande Fratello di persona non l’ha mai visto nessuno, è una faccia sui manifesti.

Someone to claim us

Qualcuno che ci faccia suoi

Someone to follow

Qualcuno da seguire

Someone to shame us

Qualcuno che ci faccia vergognare

Some brave Apollo

Un qualche prode Apollo

Someone to fool us

Qualcuno che ci inganni

Someone like you

Qualcuno come te

We want you Big Brother, Big Brother

Vogliamo te, Grande Fratello, Grande Fratello

Il ritornello è un elenco di desideri: qualcuno che ci prenda, qualcuno da seguire, qualcuno che ci dia la colpa, qualcuno che ci inganni. E in fondo all’elenco: qualcuno come te. Sono versi terribili per quanto sono lucidi. Descrivono il bisogno di adorare e di sottomettersi che viene prima di ogni totalitarismo e gli apre la porta. Il fascino della dittatura si bilancia con la sua banalità; chiunque, con la testa giusta, può diventare un Hitler. Nel settembre 1974 Bowie lo ripete a Robert Hilburn, sul Melody Maker: da anni, sotto vari travestimenti, dice una cosa sola, «Attenzione! L’Occidente avrà un nuovo Hitler», e dal palco ha visto quanto sia facile mettere in moto un’adunata. È il rapporto di “Rock ’n’ Roll with Me”, guardato stavolta dalla parte della folla. Più il testo parla di sottomissione, più la melodia si illumina. È una canzone d’amore alla sottomissione, inno fascista e inno alla cocaina insieme, e ci si sente il grido di appartenenza di un artista che era sempre stato un estraneo. Il glam, qui, guarda sé stesso: il divo sul palco e il capo sul balcone chiedono alla folla la stessa cosa.

I know you think you’re awful square

So che ti credi tremendamente inquadrato

But you made everyone

Ma hai creato tutti

And you’ve been everywhere

E sei stato dappertutto

Lord, I’d take an overdose

Signore, mi farei un’overdose

If you knew what’s going down

Se tu sapessi cosa sta succedendo

We want you Big Brother

Vogliamo te, Grande Fratello

Nell’ultima strofa il narratore si rivolge a qualcuno che si crede uno “square”, un tipo all’antica, e che invece ha conquistato tutti. Nel disco non c’è ribaltamento più amaro: i benpensanti, i banchieri, i padroni di casa, i signor Jones del mondo sono diventati i veri rivoluzionari, liberati dalle libertà che la controcultura aveva conquistato per loro. Sono Apolli coraggiosi schierati contro i dionisiaci della sottocultura: l’homo superior di “Oh! You Pretty Things” erano loro. E Apollo, grazie ai Bonzo Dog Band, è anche il culturista da réclame.

C’è anche un accenno agli eccessi chimici. È l’unico punto in cui la canzone sembra parlare di Bowie in persona, e prevederne il futuro immediato. Poi il finale si riduce all’invocazione del titolo, cantata senza ornamenti, e scivola nel “Chant”. Resta l’immagine di un uomo spezzato, rimesso in piedi e costretto a ballare. È l’ultima pagina di Orwell, Winston in lacrime davanti al teleschermo: «Amava il Grande Fratello». Con una differenza: il romanzo si chiude su un amore ormai compiuto, la canzone su un desiderio ancora aperto, e per questo più insidioso.

Nel ciclo di Diamond Dogs questo è il vertice. Big Brother è l’unica figura che offra conforto nel deserto spirituale dell’album: nella Hunger City di cani, cadaveri e tetti occupati la sola luce che si accende è quella del padrone. Una falsa alba. E la canzone si rivelerà più profetica di quanto Bowie volesse: due anni dopo, a Los Angeles, stordito dalla cocaina, si lascerà andare alle dichiarazioni sconsiderate sul fascismo che lo inseguiranno a lungo. Eppure “Big Brother” quel filo del rasoio tra seduzione e oppressione invitava a guardarlo, e dalle canzoni che lo celebravano resta lontana.

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour del 1974 è uno dei momenti più teatrali. Bowie canta disteso su un diamante scintillante alto tre metri, mentre i Dogs lo assaltano dal basso. Il diamante rotola in proscenio e si apre per inghiottirlo; poi si schiude una gigantesca mano ingioiellata, e nel palmo c’è Bowie accovacciato, pronto per “Time”. Su David Live il brano apre il quarto lato e si porta dietro il “Chant”.

Quando Bowie abbandona la scenografia per il Soul Tour d’autunno, “Big Brother” sparisce, e torna a sorpresa nel Glass Spider Tour del 1987. Dentro c’è un fragoroso assolo di batteria latina, che è una delizia. Dal video girato a Sydney manca; la si ascolta però nel doppio CD registrato a Montréal il 30 agosto 1987 e pubblicato nel 2007.

«Questo paese implora un capo. Dio sa che cosa stia cercando, ma se non sta attento finirà con un Hitler»

David Bowie, 1969

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Lato B · 52:06il falò sui tetti

Chant of the Ever Circling Skeletal Family

Una tribù di scheletri balla in cerchio, poi la macchina si inceppa

canale11

«Un canto profondo, lento, ritmico… un suono pesante, mormorante, in qualche modo curiosamente selvaggio»

George Orwell

Il brano

L’album si chiude come se non potesse chiudersi. Il disco finisce qui, in due minuti: “Big Brother” sfocia senza pausa in un ballo tribale, e nemmeno il ballo arriva a una fine. Si inceppa. Il brano è la versione di Bowie dei «due minuti d’odio» di 1984 (la trama è riassunta nella scheda di “We Are the Dead”). In Orwell la seduta comincia con lo stridore di una macchina senza olio e finisce con la folla che scandisce le iniziali del capo, su un battito di piedi nudi e tamburi. Bowie prende la scena quasi alla lettera, con la macchina e con la folla che scandisce il nome.

È uno dei pezzi sopravvissuti al musical orwelliano. La base nasce agli Olympic Studios insieme a “Big Brother”, a metà gennaio 1974; il missaggio, da Visconti, cade tra febbraio e l’inizio di marzo.

Il titolo è da melodramma, e consegna all’album la sua ultima immagine: una tribù emaciata che danza attorno a un fuoco dopo la catastrofe, i Diamond Dogs stretti a un falò in cima a un grattacielo di Hunger City. Il cerchio di scheletri ha antenati illustri, i sabba medievali e le danze macabre dell’arte tedesca. L’acetato di cui si parla nella scheda di “Big Brother” mostra che il finale era deciso presto.

Tutto poggia su un giro di chitarra elettrica distorta e passata nel phaser, ripetuto come un ingranaggio. Il tempo zoppica apposta, e lo si è contato in molti modi: come un cinque quarti, come sei battute che alternano 5/4 e 6/4, come una fila di 3/4 e 2/4. I conti non tornano mai. Una ragione c’è: a contare con pazienza, i metri risultano due. Prima che entri la batteria il giro va in undici, una battuta di cinque e una di sei. Poi la batteria attacca in 4/4 e da lì non si muove, mentre chitarra e basso girano su un ciclo di trentatré tempi, in battute di sei, cinque, cinque, sei, cinque, sei. È un passo di ballo che non trova mai l’appoggio regolare, un cerchio che gira storto.

Le percussioni entrano una alla volta, come gente che si unisce al ballo: il tamburello, il woodblock, il güiro. Dal quinto giro c’è anche un effetto distorto simile a un martello pneumatico, aggiunto in missaggio con uno dei nuovi apparecchi Eventide di Visconti. Il suono è una nebbia senza contorni, e il pezzo sembra un disco che si sta liquefacendo. La voce di Bowie, raddoppiata all’ottava, cresce di giro in giro fino al grido: più urlata che cantata, con qualche anno di anticipo sul post-punk. Nel 1978 Michael Watts, sul Melody Maker, le accosterà “Jocko Homo” dei Devo, e Bowie: «Sì, mi piace quel pezzo, era buono».

Poi il giro si ferma e resta la macchina: otto battute di 4/4 nudo e martellante, un passo militare, e una sillaba sola che si ripete, identica, una ventina di volte prima di perdersi nell’eco. L’idea era un’altra. «È stato un incidente», ha raccontato Bowie molti anni dopo. «Volevo che la macchina dicesse “Brother”, ma si è bloccata e continuava a ripetere “Bro”, che suonava molto meglio». Visconti spiega che la parola intera, nella minuscola memoria del ritardo digitale, non ci entrava: «Così sono riuscito a prendere solo “bro” insieme a un colpo di rullante, e suonava in modo incredibile, come un robot con un’intelligenza artificiale che non funzionava molto bene». I due decidono di tenerlo, e così il disco trova il suo epitaffio per caso. Ascoltato di seguito, il ciclo scivola in un’altra parola: riot, sommossa.

Il disco che si incanta ha un precedente nel solco finale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Là però era uno scherzo, e il solco era chiuso davvero; qui è un incubo, e la sillaba sfuma. Viene in mente Steve Reich, It’s Gonna Rain (1965), dove due nastri con la voce di un predicatore si sfasano fino a diventare un martello di rumore. A Reich fa pensare anche il ritmo, con i suoi due metri che scorrono uno sull’altro; che Bowie nel 1974 ne conoscesse già la musica resta un’ipotesi. Nell’elettronica il loop diventerà cosa di tutti i giorni solo decenni più tardi.

David Bowie legato alle corde dai ballerini nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 037 Legato alle corde, Diamond Dogs Tour

Testo

Le parole sono pochissime. È il testo da ballo più scheletrico e privo di senso che Bowie potesse scrivere, quasi un mantra, ed è la scelta coerente: in una seduta d’odio non si pensa, si ripete. Orwell chiama quel canto «un atto di autoipnosi»; e il rito, a guardarlo bene, somiglia a un concerto rock. In quel modo di mettere il rito al posto del senso c’è anche il teatro della crudeltà di Antonin Artaud.

Brother

Fratello,

Ooh-ooh

Oh, oh,

Shake it up, shake it up

Sveglia! Sveglia!

Move it up, move it up

Alzati! Alzati!

Le poche parole hanno il passo degli slogan: un invito a muoversi e a stare al ritmo, gridato da un gruppo più che cantato da una persona. Nei brani precedenti Bowie dava voce a dei personaggi (Halloween Jack, il candidato, il fedele di “Big Brother”). Qui l’«io» sparisce. Resta una folla, una famiglia; e la parola del titolo richiama le comuni di fine anni Sessanta, compresa quella di Charles Manson, nominato poco prima nel trittico di “Sweet Thing”. Ma c’è anche un’eco di Burgess: la banda è parente dei Drughi di Arancia meccanica, che si radunano al Korova Milkbar prima di uscire per la notte.

Bro-bro-bro-bro-bro-bro-bro-bro…

Fra-fra-fra-fra-fra-fra-fra-fra…

La parola finale arriva da “Big Brother”: il fratello maggiore di Orwell diventa il fratello della tribù, e la tribù lo invoca finché il nome si rompe. È qui che il brano incontra il cut-up. Il taglio, Burroughs e Brion Gysin l’avevano portato dalla carta al nastro magnetico. Il finale di “Chant” è un cut-up affidato a una macchina, e per di più a una macchina che sbaglia. La parola viene tranciata dal limite di memoria, e il caso produce un senso che nessuno aveva previsto: fratello e sommossa convivono nella stessa sillaba. Bowie paragonava il cut-up ai tarocchi; qui l’oracolo parla con la voce di un apparecchio guasto.

La chiusa rovescia anche l’ordine di Orwell. Nel romanzo la folla scandisce il nome del capo e l’odio si scioglie nell’adorazione. Sul disco l’adorazione di “Big Brother” diventa un ballo meccanico e il nome intero non arriva mai: il potere viene invocato e insieme ridotto a un balbettio. Al posto della catarsi l’album mette un’iterazione, un destino che si avvolge su sé stesso; al posto del finale, Hunger City ha un loop, e più che finire ricomincia. L’album aperto dalla voce di “Future Legend” sulla città in rovina si chiude con una voce che non riesce più a dire una parola: una sillaba mozzata, ridotta a fonema puro, che continua a battere come un cuore meccanico anche dopo che la musica è finita.

Dal vivo

Nel Diamond Dogs Tour il brano segue “Big Brother” senza stacco e precede “Time”; dentro c’è un assolo nervoso del sax di David Sanborn. Il disco inceppato arriva da un nastro preregistrato, e il nastro è poco affidabile. Lo si vede in Cracked Actor, il documentario di Alan Yentob per la BBC girato durante le date di Los Angeles in settembre: riparte fuori posto nel mezzo di “Time”.

Su David Live il brano c’è, in coda a “Big Brother”, ma la scaletta stampata non lo nomina. Torna nel 1987 nel Glass Spider Tour, di nuovo agganciato a “Big Brother”.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Dopo le undici canzoni

Con le cuffie

Sette dettagli che si sentono solo se qualcuno te li indica. Premi il pulsante: lo spezzone riparte da capo finché non lo fermi.

  1. 1

    Future Legend

    Una canzone da musical tra le rovine

    Mentre la voce descrive la città, al ventinovesimo secondo entra una chitarra distorta. La melodia è quella di “Bewitched, Bothered and Bewildered”, uno standard di Broadway del 1940. Gli applausi che seguono vengono da un disco dal vivo dei Faces.

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  2. 2

    Diamond Dogs

    La batteria che cammina al contrario

    Di regola il rullante batte sul secondo e sul quarto tempo. Qui, poco prima del ritornello, passa sul primo e sul terzo, e per qualche battuta il ritmo sbanda. Fu un’idea del batterista, Tony Newman: il tempo gli pareva «troppo scontato».

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  3. 3

    Sweet Thing

    Un inizio registrato al rovescio

    Si parte dal silenzio, con il volume che sale piano. Quello che si sente sono poche note di pianoforte e una nota di basso, fatte girare al contrario e rallentate. Poi entra Bowie, sulle note più basse che avesse cantato fino ad allora.

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  4. 4

    Sweet Thing (Reprise)

    Il motore che porta a “Rebel Rebel”

    Finita l’ultima strofa resta un battito meccanico, ostinato, che ricorda i gruppi tedeschi d’avanguardia di quegli anni. Va avanti da solo per quasi un minuto. Sul disco, in fondo, c’è un grido, e subito dopo attacca “Rebel Rebel”.

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  5. 5

    We Are the Dead

    Due voci, una per orecchio

    Qui le cuffie servono davvero. A sinistra sta la voce principale, con un’eco che la segue a mezzo battito di distanza. A destra ce n’è una seconda, accelerata, un’ottava più su. Verso 2:42, a sinistra, spunta un organo che suona le note della tastiera un attimo prima di lei.

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  6. 6

    Big Brother

    La tromba che non è una tromba

    L’inizio pare la scena di un film: un coro che geme, i fiati in processione, una tromba che chiama l’adunata. Il coro viene dal Mellotron, una tastiera che a ogni tasto fa partire un pezzetto di nastro registrato. La tromba anche, o forse viene da un sintetizzatore Moog.

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  7. 7

    Chant of the Ever Circling Skeletal Family

    La macchina che si inceppa

    La musica si ferma e resta una sillaba, ripetuta uguale una ventina di volte. Doveva essere “Brother”. La macchina si bloccò a metà parola e Bowie tenne l’errore: «suonava molto meglio».

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Parte terza · sotto Upper Hunger City

Il buco della memoria

Canzoni non incluse nell’album. Bowie le scrisse per il suo 1984 e poi le tolse dal disco: tre sono state recuperate, e stanno qui sotto.

Voce d’archiviobuco della memoria (memory hole). In 1984 di George Orwell, la fessura nel muro in cui gli impiegati del Ministero della Verità lasciano cadere i documenti da distruggere. Una corrente d’aria calda li porta alle fornaci. Winston Smith ne ha tre accanto alla scrivania: di mestiere riscrive i giornali vecchi, e ciò che cancella finisce lì.

Non tutto quello che Bowie scrisse e registrò per il progetto entrò nel solco finale di “Diamond Dogs“. Qualche traccia fu accantonata e qualcuna rielaborata in versioni successive; altre rimasero per anni in archivio, finché non affiorarono nelle edizioni espanse. Sono pezzi che fanno vedere la strada che Bowie aveva imboccato e poi abbandonato.

Fascicoli recuperati

  1. R11984/DodoIl musical su Orwell, in cinque minuti5:27
  2. R2DodoIl vicino di casa, il fascicolo, la bambina2:53
  3. R3Alternative CandidateIl candidato prima di Hunger City5:05

Buco della memoria · fascicolo 1 di 35:27fascicolo recuperato

1984/Dodo

Il musical su Orwell, in cinque minuti

canaleR1

Il brano

Tra le carte finite nel buco della memoria questa è la più preziosa. È l’unica che mostri il progetto com’era prima di diventare “Diamond Dogs”. Nell’autunno del 1973 Bowie crede ancora di poter portare in scena “1984”: ha in mente un musical, forse uno speciale televisivo, e per farlo sentire a chi dovrebbe metterci i soldi cuce due canzoni in un numero solo. La prima è “1984”, la seconda “Dodo”. Il passaggio dall’una all’altra è pensato come un cambio di scena, a teatro: il brano resta uno.

Incidono il medley ai Trident nell’ottobre del 1973. È l’ultima seduta con Ken Scott e, per quasi vent’anni, l’ultima con Mick Ronson; Trevor Bolder sarà richiamato ancora una volta, durante le sedute dell’album, per una canzone lenta che non vedrà mai la luce. Suona quello che resta degli Spiders, con Aynsley Dunbar al posto di Woody Woodmansey. In quegli stessi giorni, tra il 18 e il 20 ottobre, Bowie lo esegue al Marquee di Londra per “The 1980 Floor Show”: è la prima volta che il pubblico sente qualcosa del disco che verrà. La ripresa è raccontata nella scheda di “1984”.

Dopo il no della vedova di Orwell il medley non serve più. “1984” la rifanno da capo agli Olympic nel gennaio 1974; “Dodo” resta sola, senza la scena che la conteneva.

Il confronto

A sentirlo dopo la versione dell’album, il medley sembra arrivare da un altro disco. Bowie usa il gruppo dello speciale televisivo e porta l’aggressività degli Spiders dentro un suono che guarda al soul americano. Il riff del basso è raddoppiato dal sassofono baritono, la chitarra va in levare, ci sono congas e tamburello; gli archi fanno da percussioni e le voci dei coristi rispondono dal basso profondo al soprano. Aynsley Dunbar accorda la grancassa più bassa del normale, e ogni colpo dà un piccolo vuoto allo stomaco. Prima di qui, in Bowie, una canzone messa al servizio del ritmo non c’era.

In studio però qualcosa non torna, e lo raccontano i presenti nella scheda di “1984”: quei musicisti sono cresciuti nel rock inglese, e non hanno quel passo. Bowie comincia a pensare che per trovarlo gli toccherà andare in America. Il medley è rimasto a metà strada, con l’idea che è già quella di “Young Americans” e le mani che sono ancora quelle di Ziggy.

“Dodo” non arriva in coda: sta nel mezzo, una scena dentro la scena. Batteria e pianoforte segnano il cambio e il suono si svuota. Restano i violoncelli e il piano elettrico; sotto il ritornello Ronson mette una figura di chitarra quasi da musica surf, e l’effetto è straniante. Poi il tema di “1984” ritorna e chiude. Per un momento lo sguardo è sceso dal piano dei ministeri a quello di un pianerottolo, ed è risalito, che poi è il movimento del romanzo, dalla dottrina alla vita quotidiana dei suoi sudditi.

Quando rifà “1984” per l’album, Bowie quella scena la toglie e alza il tempo. I cori, che nel medley erano un fatto collettivo, li canta quasi tutti lui. La canzone ci guadagna in velocità e ci perde un personaggio.

Per i testi rimando alle due schede: quello di “1984” è quasi il definitivo, quello di “Dodo” è analizzato nel fascicolo seguente.

Le uscite

Il medley rimane in archivio sedici anni. Esce nel 1989 nel cofanetto “Sound + Vision” e torna nel 2004 nel secondo disco dell’edizione per il trentennale di “Diamond Dogs”. La versione televisiva del Marquee su disco non è mai uscita ufficialmente. Ha circolato a lungo tra i collezionisti.

Buco della memoria · fascicolo 2 di 32:53fascicolo recuperato

Dodo

Il vicino di casa, il fascicolo, la bambina

canaleR2

Il brano

“You Didn’t Hear It from Me”, non l’hai saputo da me: così si chiamava durante la lavorazione. È la formula di chi passa una voce e non vuole risponderne, e la canzone è costruita tutta su quel gesto. Bowie la scrive nel settembre del 1973, fra le canzoni pensate per portare in teatro “1984”, e la lega subito a “1984” in un medley da palcoscenico. In pubblico la canta una volta sola, incastrata in quel medley, al Marquee di Londra, nell’ottobre del 1973; quello stesso mese il medley viene inciso ai Trident.

Dopo il no della vedova di Orwell la canzone perde il suo posto, ma Bowie non la butta, e prova a darle un’altra vita. L’occasione è Lulu: le ha appena prodotto “The Man Who Sold the World”, che nel gennaio 1974 arriva al terzo posto in Inghilterra. “Dodo” dovrebbe essere il singolo successivo, in forma di duetto, e agli Olympic viene rifatta da sola, alzata di un tono per la voce di lei. Lulu arriva in studio e Bowie non c’è. Canta lo stesso la sua parte. Non se ne fa nulla. Tra i collezionisti circola da anni una versione di quattro minuti e mezzo con le due voci; quella pubblicata ha la sola voce di Bowie, e non è chiaro se sia la traccia guida preparata per lei o il duetto da cui la voce di lei è stata tolta.

A quel punto “Diamond Dogs” ha già preso un’altra forma. Sul lato B c’è posto per tre canzoni orwelliane, e Bowie sceglie le più grandi: l’inno, la corsa, la preghiera degli amanti condannati. “Dodo” è una scena d’interno, piccola, quasi una commedia nera, e in quella sequenza non entra. Finisce nel buco della memoria per la stessa ragione che oggi la rende interessante: di tutto il progetto è l’unica canzone che guardi la dittatura dal basso, dalla porta accanto.

Testo

Il testo procede per scene prese dal romanzo (la trama è riassunta nella scheda di “We Are the Dead”). Sono quattro quadri staccati, e un ritornello li timbra uno dopo l’altro: due che possono finalmente parlarsi senza essere ascoltati, un padre venduto dai figli, una donna che rimpiange il mondo di prima, un bambino già schedato.

Now we can talk in confidence

Adesso possiamo parlare in confidenza

Did you guess

L’avevi capito

that we’ve been done wrong?

che ci hanno fatto un torto?

Lies jump in queue

Le bugie saltano la fila

to be first in line

per passare davanti a tutti

Such a shameless design

Che disegno spudorato

La canzone si apre a voce bassa. Sono, con ogni probabilità, i due amanti del romanzo. Qualcuno ha trovato un angolo dove non si è ascoltati e ne approfitta per dire l’unica cosa che non si può dire: che ci hanno fatto un torto. Subito dopo arriva l’immagine più orwelliana del brano, che è anche la più leggera: le bugie si scavalcano come persone in coda, ciascuna in gara per arrivare prima. Bowie riduce la riscrittura quotidiana del passato a una scena da ufficio postale. Tutta la canzone ha questo tono, l’orrore visto come una scortesia.

Ah, thinks he’s well screened

Ah, lui si crede ben al riparo

from the man at the top

dall’uomo che sta in cima

It’s a shame

Peccato

that his children disagree

che i suoi figli non la pensino così

They coolly decide

Decidono a sangue freddo

to sell him down the line

di venderlo

Daddy’s brainwashing time

Per papà è l’ora del lavaggio del cervello

Il primo ritratto è Parsons, il vicino di Winston, convinto di essere al sicuro e denunciato dalla figlia che lo ha sentito parlare nel sonno. Nel romanzo, in cella, ne va fiero. Bowie lo dice “al riparo” con una parola che contiene lo schermo, cioè proprio la cosa che lo guarda. Il tradimento dei figli è raccontato come una decisione presa a freddo, quasi un affare, e la chiusa è costruita come le frasi che si dicono ai bambini prima di dormire: per papà, invece della nanna, è arrivata l’ora della rieducazione.

He’s a dodo, no, no,

È un dodo, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

He’s a dodo, no, no,

È un dodo, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

Il ritornello mette insieme due cose. La prima è il verdetto. Il dodo è l’uccello di Mauritius sterminato nel Seicento, e in inglese è rimasto nel modo di dire per ciò che è morto e sepolto; nel parlato è anche lo sciocco, quello rimasto indietro. Chi viene chiamato così è già spacciato. La seconda è la ritirata: chi ha appena pronunciato il verdetto si affretta a dire che lui non ha detto niente. Bowie non ha mai ritratto con tanta precisione la vita sotto sorveglianza. Il regime, qui, è fatto di pettegolezzi: funziona perché i condomini parlano, e perché ognuno parla coprendosi le spalle.

She’s quite enthralled

Lei è ancora incantata

with her childhood of yore

dalla sua infanzia di una volta

When a unit was a figure, not a she

Quando un’unità era una cifra, non una donna

When lovers chose each other,

Quando gli amanti si sceglievano da soli,

now the perks are due

adesso tocca alle gratifiche

Another memo to screw

Un’altra circolare per scopare

She’s a dodo, no, no,

È un dodo anche lei, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

She’s a dodo, no, no,

È un dodo anche lei, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

Il secondo ritratto è una donna, e il suo reato è la nostalgia. Ricorda un’infanzia in cui “unità” era un numero (“figure”, nel testo, è la cifra), mentre adesso è il nome che si dà a una persona, e in cui gli amanti si sceglievano da soli. Ora anche l’amore passa dagli uffici: nel romanzo i matrimoni tra iscritti al Partito vanno approvati da un comitato, che nega il permesso se i due danno l’impressione di piacersi. Bowie chiude la strofa con un verbo a doppio fondo, che vale tanto per l’atto quanto per il foglio da appallottolare. Il sesso arriva per circolare, e la circolare è l’ennesima da buttare; le due letture stanno insieme. Anche lei, dice il ritornello, è un dodo.

Can you wipe your nose, my child

Riesci a soffiarti il naso, bambino mio,

Without them slotting

senza che ti infilino

in your file a photograph?

una fotografia nel fascicolo?

Can you sleep alone at night?

Riesci a dormire da solo la notte?

Wake to find the scorching light

Ti svegli e trovi la luce che brucia

of neighbour Jim

di Jim, il vicino

He’s come to turn you in

È venuto a consegnarti

L’ultimo quadro rovescia il secondo. Là erano i figli a vendere il padre. Qui la voce si rivolge a un bambino, con una tenerezza che mette a disagio più di tutto il resto, e gli chiede se riesce a fare i gesti più piccoli, soffiarsi il naso, dormire da solo, senza che finiscano in un fascicolo. Poi viene la notte. In “1984” gli arresti avvengono sempre al buio: uno strattone nel sonno, le luci puntate negli occhi. Bowie mette quella luce in mano a un vicino di casa, chiamato per nome, e gli fa venire a prendere un bambino. Nella versione del medley il verso precedente era ancora più diretto: chiedeva se quella notte si sarebbe dormito nella paura.

Another dodo, no, no,

Un altro dodo, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

Another dodo, no, no,

Un altro dodo, no, no,

didn’t hear it from me

io non ti ho detto niente

Ah, another dodo, no,

Ah, un altro dodo, no,

didn’t hear it do-do, do-do

io non ti ho detto do-do, do-do

Nell’ultimo ritornello il soggetto cambia. Al posto di “lui” o di “lei” c’è “un altro”. I ritratti sono diventati un conteggio, e la specie che si estingue è quella delle persone private, con una vita che non riguarda lo Stato. Sul finale la formula del delatore si sfalda in sillabe e il nome dell’uccello diventa un verso da canzonetta: la canzone finisce canticchiando, e più crudele di così non poteva uscire di scena.

La musica

Nel medley “Dodo” è una parentesi quasi spoglia, descritta nel fascicolo precedente. La melodia è spigliata, perfino allegra, e il testo le lavora contro.

Rifatta da sola è un’altra cosa. Diventa un funk stretto, claustrofobico. La chitarra procede a piccoli scatti; entrano trombe e tromboni, che nella seconda strofa suonano come brutti ceffi, e torna un fischio sintetico, acuto, che Bowie aveva già usato in quei mesi. La tonalità è più alta di quella del medley, pensata com’era per Lulu, e la voce di Bowie ne esce roca e svogliata, come di chi sta lasciando un appunto per qualcun altro. È un difetto. Ma l’aria malsana il pezzo la deve a quel difetto.

Staccata da “1984”, però, la canzone mostra le cuciture. Nel medley era un ponte, e da ponte funzionava; da sola deve reggersi su un ritornello che è quasi una cantilena, e dopo la tensione della strofa la caduta si sente.

Quello che la tiene in piedi è il contrasto tra forma e contenuto. La musica è cordiale, a tratti buffa, mentre le parole raccontano una delazione. Bowie farà lo stesso in “Big Brother”, dove la resa viene cantata come un trionfo: la musica dice ciò che il personaggio crede, il testo ciò che sta accadendo davvero.

Le uscite

La versione con la sola voce di Bowie esce nel 1990 tra i brani aggiunti alla ristampa Rykodisc di “Diamond Dogs”, e di nuovo nel 2004 nell’edizione per il trentennale. Il duetto con Lulu è ancora inedito.

«Non l’hai saputo da me»

titolo di lavorazione di “Dodo”

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Buco della memoria · fascicolo 3 di 35:05fascicolo recuperato

Alternative Candidate

Il candidato prima di Hunger City

canaleR3

Il brano

Di “Candidate” esistono due canzoni diverse, nate tutte e due nelle sedute di “Diamond Dogs”. Questa è la prima. Il 1° gennaio 1974 è il primo giorno dell’anno e il primo giorno di lavoro agli Olympic: Bowie ha chiuso con i Trident e con Ken Scott, ha un nuovo tecnico del suono, Keith Harwood, e una sezione ritmica nuova. Quel giorno ne registra un provino. Nella settimana seguente lo incide con Mike Garson al pianoforte, Herbie Flowers al basso e Tony Newman alla batteria, ci aggiunge qualche chitarra elettrica, e lo mette via.

Con la canzone che finirà sul disco ha in comune il titolo e due versi soltanto, la proposta di un patto e il finto ritorno a casa a piedi. Il resto è diverso, dalla melodia agli accordi, dal passo al carattere. È un brano autonomo e compiuto, lungo più di cinque minuti. Bowie lo abbandona nel giro di due settimane: a metà gennaio scrive la suite di “Sweet Thing” e ci incastona un “Candidate” nuovo, scuro, in salita continua.

Viene dal musical su “1984”, ma del romanzo qui resta poco: una stanza, e l’aria di un potere che si compra. Il resto è un personaggio, un imbonitore, un candidato corrotto e contento di esserlo, che in cambio del voto si prende il futuro di chi lo ascolta. Sono i mesi in cui il Watergate sta travolgendo Richard Nixon, e nella canzone lo si sente. Quando Hunger City prende forma, questo teatrino non ci entra più. Sopravvivono il personaggio e il titolo, e Bowie li trapianta in un corpo diverso.

Testo

I versi sono forse tra i primi tentativi di Bowie con il cut-up, e si sente: le immagini si succedono per urto più che per logica. Sotto il disordine però la struttura è rigida, quasi da comizio. Tre strofe e tre ritornelli. I ritornelli hanno ogni volta parole nuove, ma sono costruiti tutti su una formula ripetuta tre volte e chiusi dallo stesso verso. Nelle strofe il candidato divaga, nei ritornelli fa campagna.

Inside every teenage girl there’s a fountain

Dentro ogni ragazzina c’è una fontana

Inside every young pair of pants there’s a mountain

Dentro ogni giovane paio di pantaloni c’è una montagna

Inside every mother’s eyes is Tommy Tinker’s bed

Dentro gli occhi di ogni madre c’è il letto di Tommy Tinker

Inside every candidate waits a grateful dead

Dentro ogni candidato aspetta un morto riconoscente

L’attacco è un elenco di scatole. Dentro una ragazza, dentro un paio di pantaloni, dentro gli occhi di una madre, dentro un candidato: quattro volte la stessa formula, e ogni volta quello che c’è dentro smentisce quello che si vede fuori. I primi due versi sono tra i più espliciti che Bowie abbia scritto, una rima che dice l’eccitazione di lei e quella di lui senza quasi velarle. Il terzo rovescia il tono con una filastrocca: per sua madre quel ragazzo resta il bambino che si è scottato e piange. Il quarto è la carta coperta. Il “morto riconoscente” è una figura delle fiabe popolari, lo spirito che ricompensa chi gli ha dato sepoltura; nel 1974, però, l’espressione fa pensare prima di tutto a un gruppo rock. Dentro il candidato, dunque, c’è un cadavere, e c’è una rockstar. Il programma della canzone sta in questa riga.

Il letto della terza immagine è quello di Tommy Tinker. “Little Tommy Tinker” è una filastrocca che i bambini cantano a canone: il piccolo Tommy si siede su un carbone ardente e scoppia a piangere chiamando la mamma. Per sua madre, insomma, il ragazzo dei versi precedenti è ancora quel bambino. Il morto “riconoscente” dell’ultima immagine è un personaggio delle fiabe popolari, lo spirito che ricompensa chi gli ha dato sepoltura; da lì avevano preso il nome i Grateful Dead, e nel 1974 l’espressione faceva pensare prima di tutto a loro.

I make it a thing

Ci tengo,

when I’m on my own to relieve myself.

quando sono solo, a darmi sollievo.

I make it a thing

Ci tengo,

when I gazelle on stage

quando gazzello sul palco,

to believe in myself.

a credere in me stesso.

I make it a thing

Ci tengo

to glance in window panes and look pleased with myself.

a sbirciarmi nelle vetrine e a sembrare contento di me.

Yeah, and pretend I’m walking home

Sì, e a far finta di tornare a casa a piedi

Primo ritornello. Entra il personaggio, e si presenta con tre abitudini. La prima è un eufemismo da gabinetto che, dopo la strofa precedente, fa pensare ad altro. La seconda riguarda il palco, e per dirla Bowie si inventa un verbo, fa di una gazzella un modo di muoversi: è il suo modo di saltare in scena, e solo qui il candidato e il cantante coincidono senza maschera. Per salire lì sopra, dice, bisogna prima convincersi da soli di meritarlo. La terza è guardarsi nelle vetrine e mostrarsi soddisfatto. Sono i gesti di un uomo solo, rivolti tutti a sé stesso. Poi il verso che chiude: fingere di tornare a casa a piedi. Qui è ancora una posa, l’ultima delle tre.

I took it so bad, I sat in the correction room

L’ho presa così male che mi sono seduto nella stanza di correzione

Took me a fag, and a kick in the moon

Mi sono preso una sigaretta e un calcio nel sedere

Well, I ain’t gonna suck no radar wing

Beh, io non mi metto a succhiare nessun’ala radar

Because inside this tin is tin

Perché dentro questa latta c’è latta

Would you like to techno-plate ‘cause I’m your candidate

Ti va di tecno-placcarla? Perché sono il tuo candidato

Oh, yeah

Oh, sì

In questa strofa affiora il musical. La stanza dove ci si siede dopo averla presa male ricorda la stanza 101 del romanzo; ma il candidato ne esce con una sigaretta e una pedata, e il doppio senso del gergo inglese fa di tutte e due un’allusione. Segue un verso oscuro, di quelli che escono dal cut-up, dove il linguaggio militare si innesta su un’immagine di sesso. Subito dopo è lui stesso a svelare il trucco: sotto la latta c’è altra latta. Il barattolo e il materiale sono la stessa parola. Dentro la confezione non c’è niente. Il candidato lo dice ridendo, e anzi si offre di farsi placcare. L’elenco iniziale è smentito: lì dentro ogni cosa ce n’era un’altra, qui dentro non c’è nessuno.

It’s a matter of life

È questione di vita

And the way you walk, you’ve got a BrylCreem queen

E di come cammini, hai una regina del Brylcreem

It’s a matter of tact

È questione di tatto

In the things you talk, that keeps his passport clean

Nelle cose che dici, è quello a tenergli pulito il passaporto

A matter of fact

È un dato di fatto

That a cock ain’t a cock on a twelve-inch screen

Che un cazzo non è un cazzo su uno schermo da dodici pollici

So I’ll pretend I’m walking home

E allora farò finta di tornare a casa a piedi

Il secondo ritornello passa da ciò che il candidato fa a ciò che conta per vincere, ed è una lezione di immagine in tre punti. Come si cammina: e qui compare una “regina” dai capelli lucidi di Brylcreem, la brillantina inglese che in guerra usavano i piloti della RAF, chiamati per questo “Brylcreem boys”, con il secondo significato che la parola ha nel gergo. Come si parla: con il tatto che tiene pulito un passaporto. Infine il dato di fatto, che è il verso più citato del brano: sullo schermo piccolo di un televisore il corpo smette di essere un corpo. In tutta la canzone non c’è riflessione più seria, e Bowie la dice nel modo più volgare che ha. Viene da un anno in cui la sua faccia è stata dappertutto, e sa di cosa parla: la televisione riduce e addomestica. Per questo, conclude, farà finta di tornare a casa.

You don’t have to scream a lot to keep an age in tune

Non serve urlare tanto per tenere intonata un’epoca

You don’t have to scream a lot to predict monsoons

Non serve urlare tanto per prevedere i monsoni

You don’t have to paint my contact black

Non serve dipingermi di nero il contatto

Now I’ve hustled a pair of jeans

Ora che ho rimediato un paio di jeans

Do I have to give your money back when I’m the Fuhrerling

Devo ridarti i soldi, quando sarò il Führerling?

Altra divagazione, altra formula: tre volte “non serve”. Non serve urlare per tenere intonata un’epoca, né per prevedere le piogge. È una frecciata al rock che grida, e insieme descrive come Bowie canta questo pezzo: con distacco, quasi svogliato. Poi arriva la battuta. Il candidato si è procurato un paio di jeans, e domanda se dovrà restituire i soldi quando sarà al potere: per dirlo, attacca al titolo di Hitler il suffisso che in inglese si dà ai cuccioli, quello di “duckling”, l’anatroccolo: “Führerling”. Ne esce un ducetto, un dittatore in formato tascabile, preoccupato del resto. È una gag. Solo che anticipa di due anni le uscite sul fascismo del periodo del Duca Bianco, e riascoltata oggi, di tutte le gag del disco, è la meno leggera.

I’ll make you a deal

Ti faccio una proposta

I’ll say I came from Earth

Dirò che vengo dalla Terra

and my tongue is taped

e che ho la lingua chiusa col nastro

I’ll make you a deal

Ti faccio una proposta

You can get your kicks on the candidate

Puoi spassartela con il candidato

I’ll make you a deal

Ti faccio una proposta

For your future’s sake, I’m the candidate

Per il bene del tuo futuro, il candidato sono io

Let’s pretend we’re walking home

Facciamo finta di tornare a casa a piedi

Terzo ritornello, ed è il comizio vero. Il patto viene offerto tre volte. Nella prima il candidato promette di dichiararsi terrestre e di tacere, con una parola che vale sia per il nastro adesivo sulla bocca sia per il nastro di un registratore: all’inizio del 1974 i nastri della Casa Bianca sono il centro del caso Watergate. Nella seconda offre sé stesso come divertimento. Nella terza scopre il prezzo: è per il bene del tuo futuro. Il verso di chiusura cambia persona, e a fingere di tornare a casa adesso si è in due. Sono le due immagini che passeranno nella versione definitiva, dove però arriveranno in fondo a una discesa e avranno il sapore di un patto suicida. Qui sono la stretta di mano di un venditore.

uh-huh, uh-huh

ah-ah, ah-ah

I’m the candidate

Sono io il candidato

I’m the candidate

Sono io il candidato

Vote now for the candidate

Vota subito il candidato

Nella coda resta lo slogan, ripetuto, e l’invito a votare adesso. Dopo cinque minuti di maschere la canzone finisce come un manifesto elettorale. Tra le due “Candidate” la differenza è questa: qui il personaggio chiede un voto e fa ridere; in quella dell’album chiede la stessa cosa in un vicolo, e nel frattempo intorno a lui è stata costruita una città.

La musica

La canzone è in si minore e poggia su tre cose. La batteria di Tony Newman, che nell’introduzione ha un rullante accordato più basso del normale, un colpo sul quarto tempo che sembra deformare lo spazio, e che nei ritornelli passa a un andamento oscillante, quasi swing. Il pianoforte di Mike Garson, con una figura di tre accordi che avanza e si ritira. E la chitarra acustica a dodici corde di Bowie, che tiene insieme l’armonia. Sopra, a cose fatte, Bowie ha aggiunto una chitarra elettrica con il wah-wah, ruvida: entra a graffiare le frasi e non prende mai il comando.

La struttura è a pannelli. La versione dell’album gira su tre accordi e non smette più di salire, un crescendo unico; qui ci sono sezioni diverse saldate insieme, cambi di passo e di umore, ritornelli veri. È ancora la scrittura di “Time” e di “Aladdin Sane”, quella della suite deve arrivare. La voce è distaccata, quasi svogliata, da imbonitore che conosce il numero a memoria: lontanissima dal baritono cavernoso con cui Bowie aprirà “Sweet Thing”.

Messa accanto alla versione definitiva, fa vedere in che cosa è consistito il lavoro di quel gennaio. Bowie ha sostituito la canzone, altro che migliorarla.

Le uscite

Esce per la prima volta nel 1990, tra i brani aggiunti alla ristampa Rykodisc di “Diamond Dogs”, con il titolo “Candidate (Demo Version)”. Nel 2004, nell’edizione per il trentennale, diventa “Alternative Candidate”, ed è con questo nome che la si conosce oggi.

Testo completo e traduzione su David Bowie Italia ↗

Parte quarta · Forum di Montréal, 14 giugno 1974

Hunger City in scena

Capitolo 7 · 11 minuti di lettura

Dal vinile al palcoscenico il Diamond Dogs Tour

Hunger City prende vita

Bowie ha in mente un teatro che viaggia. Già nel novembre 1973 dice che scrivere canzoni non gli basta e che le vuole in tre dimensioni. Il Diamond Dogs Tour debutta il 14 giugno 1974 al Forum di Montréal, con le luci di un professionista di Broadway e una scenografia da teatro. Ne esce uno spettacolo più vicino a un musical che a un concerto: scene costruite, coreografie, una scaletta fissata nota per nota, nessun bis. Alla fine un altoparlante avverte la sala che David Bowie ha già lasciato l’auditorium.

David Bowie sospeso sopra il pubblico sul braccio meccanico durante il Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 038 Sospeso sopra la platea sul braccio meccanico

La città costruita

A metà marzo 1974 Bowie si rivolge a Jules Fisher, che l’anno prima ha vinto il suo primo Tony Award per le luci e in carriera ne metterà insieme nove. Fisher ha la supervisione generale della produzione e gli presenta Mark Ravitz, artista e designer allora poco conosciuto, che diventa lo scenografo dello show. A Ravitz Bowie consegna tre indizi: potere, Norimberga, “Metropolis“. Il primo progetto, con grandi stendardi di tipo nazista che salgono dal palco, viene scartato perché troppo letterale. Quello definitivo, costruito da Chris Langhart, ha un fondale con il profilo di Hunger City in prospettiva storta, due grattacieli di alluminio alti una decina di metri, un ponte mobile che sale e scende, una mano meccanica gigante. C’è anche un braccio idraulico, che durante “Space Oddity” porta Bowie sopra le prime sei file: è seduto su una poltrona da ufficio e canta in un microfono travestito da telefono.

Dentro ci sono circa 20.000 oggetti mobili: lampadine, segnali stradali, tubi luminescenti. I meccanismi vanno a pressione idraulica, con le prime forme di controllo al computer, e sono costruiti da zero. Per la prima sera il montaggio richiede trentadue ore. Poi ai quindici tecnici del tour si aggiunge, in ogni città, una squadra di venti operai del sindacato locale, e la scenografia viaggia su tre rimorchi di quasi quattordici metri. Con scenari e contrappesi che volano sopra le teste non c’è margine: i musicisti hanno per contratto una multa se improvvisano o allungano un assolo di due battute.

Modello della scenografia di Hunger City progettata da Mark Ravitz per il Diamond Dogs Tour
reperto 039 Il modello della scenografia di Hunger City
Bozzetti dei grattacieli di Hunger City per la scenografia del Diamond Dogs Tour
I bozzetti dei grattacieli di Hunger City
Lettera della Messmore & Damon a Jules Fisher con i costi di costruzione della scenografia del Diamond Dogs Tour, maggio 1974
La lettera della Messmore & Damon a Jules Fisher con i costi di costruzione della scenografia, maggio 1974
Il set di Hunger City progettato da Mark Ravitz per il Diamond Dogs Tour del 1974, con i grattacieli in alluminio e la passerella mobile
reperto 040 Il set di Hunger City progettato da Mark Ravitz per il Diamond Dogs Tour del 1974

La MainMan e i conti

Lo spettacolo è pensato per l’America. Per il lancio del disco negli Stati Uniti la MainMan di Tony Defries ha speso 400.000 dollari in pubblicità, con cartelloni giganti a Times Square e sul Sunset Boulevard, manifesti in metropolitana e uno spot televisivo. La scenografia costa 250.000 dollari secondo la cifra più citata, 400.000 secondo altre. La MainMan firma gli assegni, ma i soldi sono di Bowie, e il tour ne perde ogni sera: montarlo costa più di quanto possa rendere il botteghino. La differenza esce dalla somma che la società passa a lui, e per coprirla Bowie rinuncia a comprare la casa londinese dell’attore Richard Harris.

È in questi mesi che il rapporto con Defries si guasta. Bowie è convinto da sempre di possedere metà della MainMan. Nel corso dell’estate scopre che della società non possiede nulla: Defries incassa il cinquanta per cento dei suoi guadagni, e a lui tocca quello che resta dell’altra metà dopo che sono state tolte tutte le spese dell’azienda. Ad aprirgli gli occhi, racconta Ava Cherry, sono anche gli impresari dei concerti, che gli dicono quanto sta incassando: lui non ne ha idea. Defries intanto si è fatto distante, irraggiungibile perfino per il suo artista, e in tournée le sistemazioni sono a due livelli: suite di lusso per Bowie, il manager e pochi altri, Holiday Inn per la band. La rottura formale arriva all’inizio del 1975.

Angie Bowie vede l’ultima parte del tour e nelle sue memorie lascia due giudizi. Sul marito in scena: con la cocaina è discontinuo, certe sere brillante, altre capace di mancare entrate e movimenti, anche se la voce regge. Sullo spettacolo: «Non credo ci sia mai stato niente di paragonabile a Diamond Dogs. Molti show sono stati più grandi, con uno spreco di fatica e di denaro assai più vistoso, ma nessuno è stato più brillante». La Gran Bretagna non lo vede. Defries prova a venderlo agli impresari inglesi, e per l’autunno si parla di nove serate all’Empire Pool di Wembley; per rientrare delle spese, però, i biglietti dovrebbero partire da sette sterline, un prezzo allora mai visto.

La coreografia di Toni Basil

Per le coreografie Bowie chiama Toni Basil, che ha ballato in “Sweet Charity” di Bob Fosse, ha recitato in “Easy Rider” e ha curato le coreografie di “American Graffiti“. Con i movimenti che lei gli costruisce, Bowie oscilla tra il pugile e la marionetta, con qualcosa del danzatore di cabaret berlinese. Ogni canzone diventa un piccolo atto teatrale. “Cracked Actor” è un monologo con un teschio in mano, alla Amleto. “Time” comincia dentro la mano gigante, che si apre e mostra Bowie. In “Diamond Dogs“, che è diventata una scena di strada, lui sta sulla passerella e tiene al guinzaglio i due coristi, i suoi “Dogs”, finché sono loro a legarlo con le corde.

Come è andata lo racconta lei. L’hanno chiamata per coreografare il solo numero d’apertura, e all’agenzia dice: «Fate un buon contratto, perché io farò tutto lo spettacolo». In albergo si presenta con un disegno tratto da Man Ray, la sagoma di un corpo che incombe su una città: lo show si apre da lì. Bowie inventa sotto i suoi occhi, «in un minuto», il numero dei guantoni e della corda per “Panic in Detroit“. Dell’impresa Basil dà poi un riassunto in una frase: «Era portare il rock a teatro e il teatro al rock».

David Bowie sul palco con i coristi Warren Peace e Gui Andrisano nel Diamond Dogs Tour del 1974
reperto 041 Bowie con Warren Peace e Gui Andrisano
Una coreografia di Toni Basil con David Bowie sollevato dai ballerini nel Diamond Dogs Tour
reperto 042 Una delle coreografie del tour

Gli incidenti

Le prove con la scenografia si fanno ai primi di giugno al Capitol Theater di Port Chester. Il primo giorno il ponte mobile si rompe con Bowie sopra. Lui calcola il punto d’impatto, salta un attimo prima dell’urto e non si fa niente: Toni Basil dice di non aver mai visto nessuno pensare così in fretta. Il direttore di scena, Nick Russiyan, è meno sereno: i problemi tecnici, ricorda, non sono mai stati risolti prima di lasciare Port Chester, e Bowie rischia di restare fulminato. Alla prima di Montréal il ponte, in discesa, non si ferma come dovrebbe. I tecnici propongono di montarci un freno Porsche. Pare che Bowie se la cavi con una battuta, e chieda se non è esattamente così che è morto James Dean.

Nelle prime date, durante “The Width of a Circle“, Bowie si arrampica su uno dei grattacieli e lo fa a pezzi: sono fatti di carta da giornale, spiega Fisher, apposta per essere strappati. Il numero dura poche sere. «Era troppo costoso da rifare ogni volta», dirà lui, «così gli edifici li ho distrutti solo nei primi concerti». In una delle prime serate il braccio idraulico si blocca, e Bowie canta la mezza dozzina di pezzi successivi sospeso a mezz’aria.

Poi c’è la palude. Sulla strada per Tampa, in Florida, un’ape entra nella cabina di uno dei camion e punge l’autista, che sbanda e finisce fuori strada, nell’acquitrino. La sera del 2 luglio l’annunciatore spiega alla sala che metà delle scene, dei costumi e delle luci è rimasta in una palude a quindici miglia da lì, e che si era pensato di annullare, ma David Bowie non ha voluto sentirne parlare. Si suona senza Hunger City. Finisce con venti minuti di applausi in piedi e con l’unico bis di tutto il tour.

La band del tour

Dalle sedute del disco restano Herbie Flowers al basso, Tony Newman alla batteria e Mike Garson al pianoforte. Manca un chitarrista solista. In aprile, agli studi RCA di New York, durante le sovraincisioni per un singolo di Lulu, Bowie conosce Carlos Alomar, che suona nell’orchestra dell’Apollo di Harlem, e ai giornalisti parla di un chitarrista incredibile che si chiama Carlos. Alomar però guadagna più di 800 dollari a settimana tra sedute e concerti, e Defries gliene offre 250. La trattativa salta e il suo ingresso è rimandato di qualche mese.

Il direttore musicale è Michael Kamen, che Bowie ingaggia dopo aver visto un suo balletto ispirato a Rodin. È Kamen a portare i sassofonisti David Sanborn e Richard Grando, il percussionista Pablo Rosario e un chitarrista di ventun anni, Earl Slick. Slick fa il provino agli studi RCA: venti minuti a suonare sopra i brani dell’album, con la regia oscurata, senza vedere nessuno. «È l’esperienza più strana di tutta la mia carriera. Pensavo ci fosse una band, non c’era niente». Cori e passi di danza toccano a Geoff MacCormack, che ora si fa chiamare Warren Peace, e a Gui Andrisano.

Tutti gli altri suonano nascosti, in fondo al palco, dietro dei teli neri: otto musicisti con batteria, tastiere e amplificatori rovinerebbero la città. Per le poche uscite hanno completi anni Quaranta fatti su misura, e a Slick vengono tagliati i capelli lunghi. Newman detesta il suo costume, e una sera lo riduce a brandelli prima di salire sul palco. «Continuavano a dire: non ci piace suonare dietro questi maledetti schermi», racconta Bowie due anni dopo. «E io: dovete, perché non sembra una strada se in mezzo c’è un amplificatore per basso».

Il programma ufficiale del Diamond Dogs Tour di David Bowie, 1974
Il programma del tour
Pagina del programma del tour con il titolo The Year of the Diamond Dogs e un ritratto di David Bowie
Una pagina del programma: «The Year of the Diamond Dogs»

Filadelfia: la paga e i Sigma Sound

La resa dei conti arriva al Tower Theater, dove il tour si ferma dall’8 al 13 luglio. Al soundcheck Slick e gli altri vedono microfoni in più dappertutto e capiscono così che i concerti saranno registrati per “David Live“. Nessuno li ha avvertiti, e non c’è un contratto. Un’ora prima del primo concerto, nel camerino di Bowie, Defries offre la tariffa sindacale, 70 dollari a testa. Herbie Flowers, che fa da portavoce, ne chiede 5.000 per ciascuno, altrimenti non si sale sul palco. Vola una sedia: la leggenda vuole che Bowie l’abbia tirata contro Flowers, la guardia del corpo Stuey George dice che le ha dato un calcio e che non era diretta a nessuno. Defries firma. Il concerto comincia con mezz’ora di ritardo, e i soldi arrivano due anni dopo, per vie legali. Flowers ricorda che quella sera in scena la band provava un senso di liberazione, e anni dopo minimizza: «È stato gonfiato oltre ogni proporzione».

Negli stessi giorni Bowie entra per la prima volta ai Sigma Sound, gli studi della Philadelphia International di Gamble e Huff. Ci va con Kamen, per alcune incisioni di Ava Cherry; il 9 luglio lei registra anche una sua “Sweet Thing“, con i musicisti del tour. Bowie conosce il posto e i musicisti di casa, e prenota lo studio per agosto. Il tour, nella sua prima forma, finisce il 19 e il 20 luglio al Madison Square Garden di New York.

La svolta del Soul Tour

La pausa dura sei settimane. Bowie missa il live, registra ai Sigma buona parte di “Young Americans” e stavolta Alomar c’è, alla paga che chiedeva. Quando il tour riparte, il 2 settembre a Los Angeles, la città di cartapesta è ancora sul palco, ma la band è cambiata. Flowers è tornato in Inghilterra e Newman è andato a suonare con George Harrison: al loro posto ci sono Doug Rauch, in prestito dai Santana, e Greg Errico, già con Sly and the Family Stone. Alomar debutta dal vivo accanto a Slick, e i cori si allargano con Ava Cherry, Luther Vandross, Anthony Hinton e Diane Sumler.

Dopo le date di metà settembre c’è una sosta di tre settimane: un impresario ha rifiutato le condizioni di Defries, che ormai pretende fino al novanta per cento degli incassi. Bowie ne approfitta per rifare lo spettacolo da capo. Hunger City viene smontata e regalata a una scuola di Filadelfia, per non pagarne il deposito.

David Bowie canta sul palco nel 1974, durante il tour di Diamond Dogs
reperto 043 Bowie sul palco nel 1974

La spiegazione è sua. A Robert Hilburn, sul “Melody Maker” del settembre 1974, dice: «Quando so che una cosa si può fare, non ho più bisogno di farla». Nel 2002, a Mojo, ci torna sopra con il senno di poi. Lo spettacolo lo aveva mandato «di fatto in bancarotta», eppure aveva aperto la strada all’idea che su un palco si potesse fare qualcosa di più interessante che mettersi i blue jeans. «A metà mi annoiai e buttai via la scenografia, quindi posso prendermela solo con me stesso».

Dal 5 ottobre, a St Paul, è un altro spettacolo, che in via informale chiamano Soul Tour. Kamen, Rauch ed Errico non ci sono più. La direzione musicale passa a Garson, e la ritmica a due uomini di Alomar: il bassista Emir Ksasan e il batterista Dennis Davis, che con Bowie resterà fino alla fine del decennio. Dei tre dischi dal vivo nati da questi mesi si parla nel capitolo successivo.

L’ultima data è Atlanta, il 1° dicembre 1974: quasi ottanta concerti in cinque mesi e mezzo. Bowie ne esce sfinito, come mostra il documentario di Alan Yentob, a cui è dedicato un capitolo. In Europa lo spettacolo non arriva, e l’Italia dovrà aspettare Bowie fino al 1987. Nel 1993 lui lo ricorda così: «Fu un mal di testa incredibile, quel tour, ma era spettacolare».

Il tour, da vedere

Il cartellone

In tournée · 14 giugno – 1° dicembre 197478 concerti 36 città 3 spettacoli diversi

David Bowie sul palco del Diamond Dogs Tour 1974 sotto i riflettori
Sotto i riflettori
David Bowie sospeso sopra il pubblico sulla gru del Diamond Dogs Tour 1974
La gru lo porta sopra la platea
David Bowie canta Space Oddity sulla poltrona della gru con un microfono a forma di telefono, Diamond Dogs Tour 1974
Sulla poltrona della gru, con il microfono a telefono
David Bowie in cima alla torre della scenografia di Hunger City, Diamond Dogs Tour 1974
In cima alla torre
David Bowie sollevato dai ballerini in una coreografia del Diamond Dogs Tour 1974
Sollevato dai ballerini
David Bowie con i coristi e ballerini Warren Peace e Gui Andrisano, Diamond Dogs Tour 1974
Con i due coristi-ballerini
David Bowie con il teschio in mano durante Cracked Actor, Diamond Dogs Tour 1974
Il teschio di “Cracked Actor”
David Bowie con occhiali scuri e mantello davanti a un ciak durante Cracked Actor, Diamond Dogs Tour 1974
Ciak, occhiali scuri e mantello
David Bowie in luce rossa accanto a una maschera, Diamond Dogs Tour 1974
La maschera, nel rosso
David Bowie dentro la grande mano della scenografia del Diamond Dogs Tour 1974
Dentro la mano gigante
Il palco del Diamond Dogs Tour 1974 con la scenografia di Hunger City illuminata di blu
Hunger City accesa di blu
Il pubblico di un concerto di David Bowie nel 1974 visto dal fondo della sala
La platea
Primo piano di David Bowie con il completo azzurro durante il Diamond Dogs Tour 1974
Capelli arancio, completo azzurro

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In programma stasera

    Il cartellone · tutte le date

    Primo atto · 32 concerti

    Hunger City

    giugno e luglio: la scenografia intera, la gru, il ponte, la mano

    1. MontréalMontreal Forumla prima
    2. OttawaOttawa Civic Centre
    3. TorontoO'Keefe Centre
    4. RochesterRochester Community War Memorial
    5. ClevelandPublic Auditorium 2 sere
    6. ToledoToledo Sports Arena
    7. DetroitCobo Hall 2 sere
    8. TrotwoodHara Arena
    9. CincinnatiCincinnati Gardens
    10. PittsburghSyria Mosque 2 sere
    11. CharlestonCharleston Civic Center
    12. NashvilleNashville Municipal Auditorium
    13. MemphisMid-South Coliseum
    14. AtlantaFox Theatre
    15. TampaCurtis Hixon Hall
    16. CasselberryJai Alai
    17. CharlotteCharlotte Coliseum
    18. GreensboroGreensboro Coliseum
    19. NorfolkNorfolk Scope
    20. Filadelfia (Upper Darby)Tower Theater 6 serequi si registra David Live
    21. New HavenNew Haven Coliseum
    22. BostonMusic Hall
    23. New YorkMadison Square Garden 2 serefine del primo atto

    Secondo atto · 12 concerti

    La California

    settembre: sette sere a Los Angeles, e la scena che comincia a pesare

    1. Los AngelesUniversal Amphitheatre 7 sereil 5 è la sera di Cracked Actor
    2. San DiegoSan Diego Sports Arena
    3. TucsonTucson Convention Center
    4. PhoenixArizona Veterans Memorial Coliseum
    5. AnaheimAnaheim Convention Center 2 sere

    Terzo atto · 34 concerti

    Il Soul Tour

    da ottobre a dicembre: via la città, restano una band e dei coristi

    1. Saint PaulSaint Paul Civic Center
    2. IndianapolisIndiana Convention Center
    3. MadisonDane County Coliseum 2 sere
    4. MilwaukeeMECCA Arena
    5. DetroitMichigan Palace Theater 6 sereil 20 si registra I’m Only Dancing
    6. ChicagoArie Crown Theater 3 sere
    7. New YorkRadio City Music Hall 7 sere
    8. ClevelandPublic Auditorium
    9. BuffaloBuffalo Memorial Auditorium
    10. LandoverCapital Centre
    11. BostonMusic Hall 3 sere
    12. FiladelfiaThe Spectrum
    13. PittsburghCivic Arena
    14. FiladelfiaThe Spectrum 2 sere
    15. MemphisMid-South Coliseum
    16. NashvilleNashville Municipal Auditorium
    17. AtlantaOmni Coliseumultima sera: la data di Tuscaloosa, il giorno dopo, salta

    Tre dischi, una stagione

    Tre atti dal vivo i live album del periodo

    David Live, Cracked Actor, I’m Only Dancing: tre specchi della stessa stagione

    Dalla stagione di “Diamond Dogs” sono usciti tre album dal vivo ufficiali, uno per ogni fase del tour. “David Live” è Hunger City con tutto il suo apparato teatrale. “Cracked Actor (Live Los Angeles ’74)” coglie il passaggio di mezzo, con la scenografia ancora in piedi e la band già cambiata. In “I’m Only Dancing (The Soul Tour 74)” la città non c’è più: gli arrangiamenti sono stati rifatti da capo e hanno virato verso il soul.

    Primo atto

    Passa sopra la copertina: sotto c’è il disco

    David Live1974

    Registrato
    Tower Theater, Filadelfia, 11 e 12 luglio 1974
    Uscito
    29 ottobre 1974
    Formato
    doppio album; 22 brani nell’edizione del 2005
    Sul palco
    la band di Hunger City: Slick, Garson, Flowers, Newman, Kamen, Sanborn

    “David Live” viene registrato al Tower Theater di Filadelfia durante la residenza dell’8-13 luglio 1974 (secondo Visconti, nelle serate dell’11 e del 12) ed esce il 29 ottobre, con la produzione di Tony Visconti. La RCA ha fretta di avere un disco dal vivo. I nastri però hanno dei problemi: i due coristi, che in scena ballano, finiscono spesso lontani dal microfono, e Visconti deve far rifare delle parti in studio. In scaletta c’è già “Knock on Wood” di Eddie Floyd, che a Filadelfia ha preso il posto di “Drive-In Saturday” e che, uscita su singolo, entra fra i primi dieci in Gran Bretagna. In settembre Bowie fa ascoltare il nastro a Robert Hilburn del “Melody Maker”, che lo vede esaltarsi «come un fan».

    Tre anni dopo lo rinnega. Nel 1977, al “Melody Maker”, lo chiama «la morte definitiva di Ziggy» e sostiene di non averlo mai ascoltato. Si sarebbe dovuto intitolare, dice, “David Bowie Is Alive and Well and Living Only in Theory” (David Bowie è vivo e vegeto, ma solo in teoria). Della foto in copertina dice: «Sembra che io sia appena uscito dalla tomba. È proprio così che mi sentivo». Nel catalogo resta per anni un titolo malvisto, finché nel 2005 Visconti lo rimissa per intero e rimette al loro posto i brani rimasti fuori.

    La voce è il punto debole e insieme il motivo per cui il disco si ascolta ancora: prosciugata dalla cocaina e da un mese di concerti, in molte tracce è incrinata, e con quelle canzoni di città in rovina va d’accordo. Il resto è la band di Earl Slick e Mike Garson alle prese con il repertorio vecchio, rifatto da capo: “All the Young Dudes” e “The Jean Genie” in chiave da cabaret, una “The Width of a Circle” con l’oboe e i sassofoni, e “Rock ’n’ Roll Suicide” trasformata in un finale da grande sala di Las Vegas.

    È un disco affascinante e frustrante insieme, e nasce già vecchio: quando arriva nei negozi lo spettacolo è cambiato e “Young Americans” è in lavorazione. È la colonna sonora di uno show teatrale, privata della scena. Certi arrangiamenti non rendono, “Rebel Rebel” su tutti, e la band di dieci elementi non sempre suona come un corpo solo. Ma “Space Oddity“, “Time” e “Panic in Detroit” sono monumenti di interpretazione, tenuti in piedi dalla tensione di un artista che confonde sé stesso con la maschera. Puro decadentismo. Ipnotizzante.

    Etichetta dell’acetato Sterling Sound di David Live con il titolo provvisorio Wham Bam! Thank You Mam!, 20 agosto 1974
    L’etichetta dell’acetato di riferimento di David Live, Sterling Sound, 20 agosto 1974, ancora con il titolo provvisorio «Wham Bam! Thank You Mam!»
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    Secondo atto

    Passa sopra la copertina: sotto c’è il disco

    Cracked ActorLive Los Angeles ’74

    Registrato
    Universal Amphitheatre, Los Angeles, 5 settembre 1974
    Uscito
    22 aprile 2017 in vinile, 16 giugno in cd
    Formato
    doppio cd, 20 brani
    Sul palco
    Alomar accanto a Slick, Rauch ed Errico alla ritmica, Luther Vandross tra i cori

    Esce postumo, per il Record Store Day del 22 aprile 2017, in triplo vinile (il cd segue a giugno) e con il missaggio di Tony Visconti. È la serata del 5 settembre 1974 all’Universal Amphitheatre di Los Angeles, la quarta delle sette in cui il tour riparte dopo la pausa estiva: Hunger City funziona ancora, ma nella band sono entrati Carlos Alomar e i coristi delle sedute di Filadelfia.

    Rispetto a luglio la voce è meno provata. Il confronto si fa bene sui brani dell’album: “Diamond Dogs“, “Sweet Thing/Candidate” e “Big Brother” hanno qui una grana più piena che in “David Live“, con la seconda chitarra di Alomar sotto quella di Slick e i cori più numerosi. Dei tre dischi è quello in cui le canzoni di Hunger City si sentono meglio dal vivo.

    È un album splendido, eccitante, la testimonianza più vibrante e frenetica di quei mesi. La voce di Bowie raggiunge tonalità e intensità straordinarie, e intorno la band ha una coesione impeccabile: un muro di suono che moltiplica l’energia di ogni brano.

    Gli arrangiamenti mettono in risalto la vena funk, grazie a Earl Slick, a Mike Garson e al sassofono di David Sanborn. In scaletta entrano già “It’s Gonna Be Me” e “John, I’m Only Dancing (Again)“: il disco successivo sta bussando alla porta mentre Hunger City è ancora in piedi.

    Quelle sette sere a Los Angeles sono anche un fatto mondano. In platea passano Diana Ross, Bette Midler, Elizabeth Taylor, i Jackson Five: il sedicenne Michael torna più volte, e guarda soprattutto i numeri di mimo. Dalla scaletta sono già sparite le canzoni meno legate alla scenografia, e al loro posto entra il soul. Bowie concede la città di cartapesta alla California controvoglia, perché c’è una troupe della BBC da accontentare: la testa è già al disco nuovo.

    David Bowie dietro le quinte a Los Angeles nel settembre 1974, fotografato da Terry O’Neill
    reperto 044 Dietro le quinte a Los Angeles, settembre 1974 (foto Terry O’Neill)
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    Terzo atto

    Passa sopra la copertina: sotto c’è il disco

    I’m Only DancingThe Soul Tour 74

    Registrato
    Michigan Palace, Detroit, 20 ottobre 1974; Municipal Auditorium, Nashville, 30 novembre 1974
    Uscito
    29 agosto 2020
    Formato
    doppio lp o doppio cd, 19 brani
    Sul palco
    Alomar e Slick, Ksasan e Dennis Davis, sei coristi con Vandross, Ava Cherry e Robin Clark

    “I’m Only Dancing” esce per il Record Store Day del 29 agosto 2020 e documenta l’ultima forma del tour. Le registrazioni sono di ottobre e novembre 1974 e vengono soprattutto da due serate: il Michigan Palace di Detroit, il 20 ottobre, e il Municipal Auditorium di Nashville, il 30 novembre. Suona la band dell’autunno, con Alomar, la nuova sezione ritmica e sei coristi.

    Delle canzoni di “Diamond Dogs” resta poco, e quel poco è irriconoscibile: “1984” diventa una jam funk, la title track finisce cucita a un pezzo degli Stones. “John, I’m Only Dancing (Again)“, nata durante le sedute di “Young Americans“, era in scaletta già a Los Angeles; “Knock on Wood” c’era addirittura da luglio, ed è su “David Live“. La novità è l’equilibrio: qui il soul è il centro del concerto, e sono le canzoni vecchie a fare da ospiti.

    Sono nastri mai sentiti prima, ritrovati nell’archivio di Bowie: un documento storico di un performer e di una band al massimo della potenza dal vivo. La copertina riprende il disegno del programma di sala di quei concerti.

    Si apre con “Memory of a Free Festival” in versione soul, e dentro ci sono canzoni che il pubblico non poteva ancora conoscere: “Young Americans“, “Can You Hear Me“, “Somebody Up There Likes Me“. I vecchi pezzi arrivano a coppie, cuciti ad altri: “The Jean Genie” con “Love Me Do“, “Diamond Dogs” con “It’s Only Rock ’n’ Roll“. È la parte più soul di tutto il 1974.

    Dello spettacolo di giugno non resta nulla: sul palco c’è un fondale bianco su cui passano luci e colori. La band, ora in piena vista, apre da sola con un piccolo set di classici soul cantati dai coristi; poi entra Bowie, magrissimo, con un bastone da passeggio dal pomo dorato. Al Radio City di New York la critica lo stronca, e i musicisti rimasti dal primo atto non lo seguono. Ma le registrazioni dicono altro: la ritmica di Alomar e Dennis Davis è già il motore di tutto quello che verrà.

    David Bowie con la chitarra acustica a dodici corde, in camicia, bretelle e cravatta scozzese, sul palco di Detroit durante il Soul Tour, ottobre 1974
    reperto 045 Detroit, ottobre 1974: il Soul Tour
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    Messi in fila, i tre dischi coprono meno di cinque mesi, da luglio a novembre. All’inizio c’è una città di alluminio con la band nascosta dietro i teli, alla fine un fondale bianco e un cantante che presenta le canzoni del disco successivo.

    Capitolo 8 · 5 minuti di lettura

    Cracked Actor il documentario di Alan Yentob

    Bowie alla deriva, filmato da vicino

    “Cracked Actor” è il film televisivo che un giovane regista, Alan Yentob, gira per Omnibus, il programma della BBC, fra l’agosto e il settembre del 1974. Dura un’ora. Le riprese in concerto vengono dall’Universal Amphitheatre di Los Angeles, prima settimana di settembre, e sono le stesse sere dell’album “Cracked Actor (Live Los Angeles ’74)“. Il resto è girato fra Filadelfia, dove Bowie sta incidendo “Young Americans“, e la California.

    Domenica 26 gennaio 1975

    BBC

    Omnibus

    Cracked Actor

    Un film di Alan Yentob. David Bowie in America, fra Filadelfia e Los Angeles, seguito in tournée e dietro le quinte. Un’ora.

    titolo di lavorazione: The Collector

    stasera: Cracked Actor

    In programma stasera

    Cracked Actor

    Il documentario per intero, così come andò in onda. Regia di Alan Yentob, BBC, 1975. In inglese.

    Come nasce

    L’idea è di Bowie. Ha visto un piccolo documentario di Yentob, “Profile of a Monster“, una parodia dei ritratti televisivi, e gli è piaciuto. Telefona Defries, Yentob vola a New York e si sente chiedere: «Ti piacerebbe fare un film su di me?». A sorprenderlo è il suo «lato calcolatore»: sta per partire con uno spettacolo come non se ne sono mai visti e lo vuole documentato. «Secondo me non voleva che riprendessi il suo crollo: voleva che riprendessi lo spettacolo. Ma venne fuori altro».

    I soldi sono pochi. Yentob trova un operatore a Malibu, senza sapere quanto dureranno le riprese né a che ora del giorno o della notte si girerà. Poi la troupe si mette in strada dietro al tour, e lui stesso si stupisce di quanto gli lascino vedere. Alle cineprese si deve anche un favore involontario. A settembre Bowie avrebbe già smontato la scenografia di Hunger City, e a Los Angeles la tiene in piedi perché c’è da filmarla.

    David Bowie guarda la maschera trasparente del proprio viso nei titoli di testa di Cracked Actor, con la scritta A Film about David Bowie
    I titoli di testa: Bowie e il calco trasparente del suo viso (BBC, 1975)

    Che cosa si vede

    In quell’ora di film, alla rinfusa, c’è questo.

    1. Il calcoBowie con il viso sotto il gesso, immobile, mentre gli prendono l’impronta per una maschera.
    2. Lo spettacoloLa mano meccanica, la passerella mobile, il teschio di «Cracked Actor». Poca luce e molti primi piani: di Hunger City in scena resta quasi solo questo.
    3. I fanYentob li ferma fuori dai concerti e li fa parlare uno dopo l’altro.
    4. Il geloDietro le quinte, mentre la band sta per salire sul palco, uno scambio di sguardi fra Bowie e Tony Defries.
    5. Le prove«Right» provata una parte alla volta con Ava Cherry, Luther Vandross e Robin Clark. Il disco successivo è già lì.
    6. La stanza buiaBowie seduto, serio e zitto, riguarda il filmato del suo concerto d’addio del 1973.
    7. Le due limousineUna di giorno nel deserto, l’altra di notte a Hollywood.
    8. Il finale«John, I’m Only Dancing (Again)», il pezzo con cui chiude le serate di Los Angeles.

    I fan americani sono la parte più allegra. Yentob li intervista uno dopo l’altro, e sono rimaste due risposte.

    Una ragazza

    fuori dal concerto · 1974

    «Io sono soltanto il cadetto spaziale. Il comandante è lui».

    Un ragazzo dell’Arizona

    fuori dal concerto · 1974

    «Viene da un universo tutto suo». Quale? «L’universo Bowie».

    La limousine

    Le sequenze in automobile sono due. La prima è nel deserto fuori Los Angeles. Guida Tony Mascia, autista e guardia del corpo, e sul sedile posteriore con Bowie c’è l’assistente Corinne Schwab. Dall’autoradio esce Aretha Franklin, “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman“, e lui ogni tanto le va dietro a mezza voce. È scheletrico. Ha un cappello a tesa larga e in mano un cartone di latte. Yentob gli chiede dell’America, di come ne abbia assorbito i modi e la lingua, e lui risponde guardando dentro il cartone.

    «C’è una mosca che galleggia nel mio latte. È un corpo estraneo, capisci? E si sta prendendo un sacco di latte. È un po’ come mi sono sentito io. Un corpo estraneo. E non ho potuto fare a meno di assorbire tutto».

    «Guarda, un museo delle cere! Ma pensa, un museo delle cere in mezzo a un deserto. Verrebbe da pensare che si sciolga, no?»

    David Bowie sul sedile posteriore, 1974

    La seconda è di notte, per le strade di Hollywood. Bowie è sprofondato nel sedile e tira su col naso; quando si sente una sirena della polizia mormora che spera non li fermino. Yentob dirà di non aver mai diviso la cocaina con lui, e del resto bastava guardarlo per capire in che stato fosse: molto magro, quasi a digiuno, con uno spettacolo pesante da reggere ogni sera.

    Fotogrammi di David Bowie dal documentario Cracked Actor di Alan Yentob, BBC 1975
    Fotogrammi da Cracked Actor (BBC, 1975)

    Da Yentob a Roeg

    La BBC lo trasmette il 26 gennaio 1975. In quelle settimane Nicolas Roeg sta preparando “L’uomo che cadde sulla Terra“, e per il protagonista ha pensato a Peter O’Toole e allo scrittore Michael Crichton, che è altissimo. Bowie glielo propone un’agente, Maggie Abbott. È lei a procurargli una copia del film: la BBC non vuole darla, e lei riesce a farla uscire di nascosto. Si racconta spesso che il regista si sia imbattuto per caso nella trasmissione, ma le cose non andarono così. «Guardando quel film», dirà Roeg, «era lui il personaggio del mio film, il signor Newton».

    Che cosa lo abbia colpito, dipende da chi lo racconta. Per Abbott è la sequenza della limousine, con Bowie che guarda dal finestrino e sembra tagliato fuori dal mondo; altri indicano la scena in cui riguarda in silenzio il proprio concerto d’addio. Yentob la mette così: quei minuti in automobile sono stati il suo provino.

    I due si incontrano a New York. L’appuntamento è alle sette di sera. Bowie si presenta alle quattro del mattino, e parlano un quarto d’ora. A Roeg un sì non basta, gli serve qualcosa da portare ai produttori, che di quel cantante non sanno niente. La risposta che ottiene, per due volte, è la stessa: «Ci sarò».

    9hil ritardo di Bowie all’appuntamento con Roeg

    15minla durata del colloquio

    2le volte che risponde «Ci sarò»

    Mantiene la parola. Sul set nel Nuovo Messico arriva con due giorni di anticipo, e Roeg lo ricorda preparato e gentile con tutti, salvo che ogni sera spariva per conto suo. Secondo Yentob “L’uomo che cadde sulla Terra” è quasi un documentario. Roeg si era trovato già pronto il marziano lasciato libero in America, con il cappellone, sul sedile di un’auto.

    Dopo la messa in onda

    In Inghilterra il film fa impressione. Chi segue Bowie da lontano scopre in una sera quanto è dimagrito e in che stato vive. Le frasi della limousine restano addosso a chi le ha sentite: Yentob racconta che molti anni dopo Kate Moss gli ha recitato a memoria, parola per parola, quella della mosca.

    Ken Pitt

    il suo vecchio manager

    «Era malato. Non era il David che conoscevo».

    Uno della troupe

    BBC

    Affascinante, «come l’unico sobrio in una stanza piena di ubriachi».

    Edwyn Collins

    cantante degli Orange Juice

    In televisione, per stranezza, gli ha tenuto testa soltanto l’intervista di Lady Diana a Panorama, nel 1995.

    Il titolo, e il giudizio di Bowie

    Il titolo di lavorazione è The Collector. Viene da una frase che Bowie ha detto l’anno prima in un’intervista con Russell Harty, e a Yentob pare giusta: è uno che colleziona personaggi, e in quel momento se ne sta liberando. Quello definitivo arriva dal brano di “Aladdin Sane“, “Cracked Actor” appunto, che parla di un attore disilluso a Hollywood. Yentob ha filmato una crisi, questo è sicuro. Eppure l’uomo che parla nel film è lucido e spiritoso, e sa dire con precisione che cosa gli sta succedendo.

    Sul film Bowie è tornato più volte. A Yentob dice di averlo visto e rivisto, perché diceva la verità. In un’altra occasione: «Ero così bloccato, così fatto», «quando rivedo quel film non riesco a credere di essere sopravvissuto». Nel 1997 lo ripete con altre parole: guardarlo gli fa male, perché sa bene com’era la sua vita in quei mesi.

    Davanti a una cinepresa, Yentob e Bowie si sono ritrovati altre due volte.

    1. 1974Agosto e settembre: le riprese, fra Filadelfia e Los Angeles.
    2. 26 gennaio 1975La BBC lo manda in onda.
    3. 1975Roeg lo vede e sceglie Bowie per L’uomo che cadde sulla Terra.
    4. 16 maggio 1978Yentob lo ritrova a Berlino e lo intervista per Arena.
    5. 1997Terzo incontro davanti alle telecamere, per i cinquant’anni di Bowie.

    Capitolo 9 · 6 minuti di lettura

    Diamond Dogs il film mai realizzato

    Il progetto cinematografico, e perché non vide mai la luce

    Dietro “Diamond Dogs” l’idea di un film c’era fin dall’inizio. Nel novembre 1973, in una conversazione con Burroughs, Bowie descriveva già il progetto in più forme: l’album, un musical per il teatro, magari un adattamento per la televisione. Il no della vedova di Orwell gli tolse il testo di partenza. L’idea del film sopravvisse, con un’altra storia dentro.

    Titolo
    Diamond Dogs
    Scritto, diretto e interpretato da
    David Bowie
    Tempo
    mitologico
    Luogo
    Hunger City
    Pellicola
    bianco e nero, con inserti a colori
    Girato
    solo le prove, mute, in una suite d’albergo

    mai realizzato

    Il soggetto

    Le carte del film sono conservate al David Bowie Archive, presso il V&A East Storehouse di Londra. La prima pagina ha un’intestazione scritta a mano: “Diamond Dogs, un film scritto da David Bowie”. Sotto, due righe. Il tempo è «mitologico». Il luogo è Hunger City, quel che resta di una civiltà finita.

    Gli abitanti vivono di una sostanza chiamata mealcaine, a metà fra una proteina e uno stimolante. Del cibo vero hanno solo sentito parlare, come di una leggenda. Generazioni di quella polvere hanno prodotto un proletariato esaltato e nervoso, per il resto intorpidito, con una memoria che dura poco. Si vestono di stracci e di plastica, qualcuno di pellicce, e si muovono in piccole tribù fra i palazzi che crollano. Il lavoro non esiste più: è rimasto un rituale fisico, per cui camminano da un punto all’altro, si fermano un po’ e ripartono. Ogni tanto si mettono a ballare. La razione si ritira al World Assembly Building, il palazzo attorno a cui si stringono i grattacieli spogli della città.

    Prima pagina del soggetto manoscritto di David Bowie per il film mai realizzato di Diamond Dogs
    La prima pagina del soggetto, scritta a mano da Bowie
    Hunger City in un disegno a colori di David Bowie per il film di Diamond Dogs
    «Hunger City, il futuro»: i grattacieli spogli intorno al World Assembly Building, in un disegno di Bowie

    La prima scena

    Il film doveva cominciare in bianco e nero, con un’alba. Bowie descrisse l’apertura in una pagina di quaderno e poi la disegnò, un’inquadratura alla volta. C’è un palazzo che gira su se stesso cinque volte. A ogni giro è passato del tempo.

    1. giro 1 · alba

      Da dietro la cima del mondo sale un palazzo e compie un giro intero. È bianco, lucido, con le lampadine cromate.

    2. giro 2 · pomeriggio

      Al secondo passaggio è già invecchiato. Mentre esce dallo schermo una mano enorme, a colori, appoggia nel cielo le lettere cromate di BOWIE’S.

    3. giro 3 · crepuscolo

      Il terzo giro spazza via la scritta. Il cromo è diventato ruggine, il bianco è grigio e crepato. La mano torna e posa le lettere di DIAMOND DOGS.

    4. giro 4 · notte

      Quarto giro, c’è la luna. Il palazzo è sprofondato e comincia a piovere.

    5. giro 5 · fermo

      L’ultimo giro è più lento e porta su una figura animata. Palazzo e figura si fermano, in piedi.

    Pagina manoscritta di David Bowie con la sequenza d’apertura del film di Diamond Dogs, l’edificio che ruota
    La sequenza d’apertura scritta da Bowie: il palazzo che gira su se stesso e invecchia
    Storyboard disegnato da David Bowie per la sequenza d’apertura del film di Diamond Dogs
    Lo storyboard della sequenza d’apertura
    Disegno a colori di David Bowie di un palazzo di Hunger City per il film di Diamond Dogs
    Uno dei palazzi di Hunger City, disegnato e ritagliato da Bowie

    Chi abita il film

    Il protagonista è Halloween Jack, lo stesso della canzone. Nelle sagome ritagliate da Bowie va in giro a torso nudo, con le bretelle e i pattini a rotelle. I pattini avevano una ragione pratica, e lui la spiegò nel 1980: a Hunger City il carburante è finito e le automobili sono ferme. Li immaginava arrugginiti, con le ruote che cigolano, ai piedi di bande con un’aria che qualche anno dopo si sarebbe detta punk.

    il protagonista

    Halloween Jack

    Vive in cima a un grattacielo e scende in strada sui pattini.

    la compagna

    Magge the Lion

    Con Jack ha un figlio. È con lui nel palazzo quando parte la rivolta.

    David Bowie

    Harpie

    Il ruolo che negli appunti Bowie tiene per sé.

    Cyrinda Foxe

    Mach

    L’attrice e modella di New York, già nel video di «The Jean Genie».

    Lindsay Kemp

    Charge

    Il mimo che era stato suo maestro a Londra.

    la banda

    I dodici

    I compagni più fidati di Jack, quelli della rivolta.

    C’è una pagina a colori che racconta l’ingresso dei Diamond Dogs nel World Assembly Building. I piani a livello della strada sono aperti al pubblico. Ci si trovano le sale da gioco, dove si scommette sui combattimenti fra vittime, poi lo sportello della mealcaine e, più in là, i locali porno con i peep show. È qui che stanno Halloween Jack, Magge the Lion, il loro figlio e dodici compagni fidati, sul punto di scatenare una rivolta. Bowie chiude l’appunto con un «beh…» e una faccina.

    Su un altro foglio ha elencato le trovate visive. Uno schermo gigante, su cui le immagini arrivano disturbate dalle interferenze delle forze nemiche. Una bufera di neve, degli scheletri, dei mulini a vento, fasci di luce che dal tetto scendono sul pubblico. Più in basso si legge di un concorso per Mr., Miss e Ms. Robot e della proiezione al microscopio di una cellula che ha per nucleo il volto di Andy Warhol. C’è anche un gioco di lettere che dal dadaismo arriva al suo nome: DADA VID BOWIE.

    Disegno di David Bowie con i personaggi del film di Diamond Dogs davanti al World Assembly Building
    I personaggi davanti al World Assembly Building
    Halloween Jack sui pattini a rotelle, sagoma disegnata da David Bowie per il film di Diamond Dogs
    Halloween Jack sui pattini, la sagoma disegnata da Bowie
    Foglio di appunti di David Bowie con le idee visive per il film di Diamond Dogs
    Gli appunti sulle trovate visive: proiezioni, scheletri, mulini a vento, il concorso dei robot

    Hunger City in una stanza d’albergo

    Bowie voleva fare il film da solo, dalla sceneggiatura alla regia, e recitarci pure. Nell’inverno fra il 1974 e il 1975, mentre al Record Plant finiva di mixare “Young Americans“, prese due suite al Pierre Hotel di New York: in una viveva, l’altra diventò il suo studio. Lì, sui tavoli, costruì una Hunger City d’argilla con i palazzi alti un metro, e la filmò in bianco e nero con una microlente che passava tra le strade. Modellò anche i personaggi. Mentre riprendeva raccontava a voce i passaggi della sceneggiatura.

    Ad aiutarlo c’era John Dove, un produttore video, che gli procurò pure delle lezioni private di storia del cinema. Bowie passava le giornate a vedere e rivedere i film degli anni Venti, “Metropolis” di Fritz Lang prima di tutti. Poi nel modellino provò a entrarci di persona. Aveva una sola telecamera, qualche titolo di testa rudimentale e delle sagome di cartone; la sua figura veniva sovrapposta alle strade, e così lo si vedeva camminare fra i palazzi.

    2le suite prese al Pierre Hotel

    700$a settimana, il conto dell’albergo

    1ml’altezza dei palazzi d’argilla, montati sui tavoli

    Nel 1980 ne parlò ad Angus MacKinnon dell’NME. Il filmato era muto, disse, e per colonna sonora ci aveva messo l’album stesso; pensava ancora di pubblicarlo con musica nuova, cosa che poi non fece. Ritrovò i nastri anni dopo. Nel 1996 raccontò al Telegraph Magazine che ogni tanto la telecamera coglie sullo sfondo John Lennon, seduto con la chitarra.

    «Ma che accidenti stai facendo, Bowie? È tutta così negativa, la tua roba. Tutta questa robaccia mutante di Diamond Dogs» John Lennon, ripreso per caso nella suite del Pierre

    Un pezzetto di quelle prove è finito su un disco: il disco volante che si vede nella grafica di “Earthling“, nel 1997, viene dal filmato del Pierre. Una parte del girato è nel video qui sotto, montato da fonti diverse e ancora incompleto. Basta per farsi un’idea di quello che Bowie aveva in testa.

    canaleTV

    Perché non si fece

    Nel gennaio 1975 il diario che usciva a suo nome sulla rivista Mirabelle dava la cosa per fatta: il film su Diamond Dogs stava finalmente per partire. Giravano anche dei nomi per il cast, Iggy Pop e Terence Stamp, Wayne County e Tony Zanetta. Negli appunti di Bowie i ruoli erano già assegnati, con Cyrinda Foxe e Lindsay Kemp accanto a lui. E un regista interessato, a saperlo, ci sarebbe stato: Martin Scorsese ha raccontato che in quel periodo ascoltava l’album in continuazione.

    Il progetto si perse per strada, e le ragioni furono più d’una. All’inizio del 1975 la rottura con MainMan lasciò Bowie senza chi potesse produrglielo. C’era poi la cocaina, in cui in quei mesi era fuggito e che gli faceva lavorare a strappi. E c’erano le compagnie cinematografiche, quelle americane soprattutto, che un film distopico costruito intorno a una rockstar facevano fatica a immaginarlo (per il primo Bowie da grande schermo Hollywood sceglierà “L’uomo che cadde sulla Terra“, tratto da un romanzo di Walter Tevis).

    1. novembre 1973Parlando con William Burroughs, Bowie immagina il progetto in tre forme: disco, musical, televisione.
    2. 1974Scrive il soggetto e disegna storyboard, palazzi e personaggi.
    3. inverno 1974-75Al Pierre Hotel costruisce la città d’argilla e gira le prove.
    4. gennaio 1975Sulla rivista Mirabelle il film viene annunciato come imminente.
    5. 1980All’NME racconta le prove e dice di volerle pubblicare.
    6. 1996Ritrovati i nastri, ricorda Lennon sullo sfondo.
    7. 1997Un disco volante del filmato finisce nella grafica di Earthling.
    8. 2013Le carte e un montaggio video entrano nella mostra David Bowie is.

    Restano materiali sparsi: i bozzetti e gli storyboard di Bowie, il filmato di prova del Pierre, le foto di O’Neill, le scenografie di Ravitz, il documentario di Yentob. Gli schizzi, gli storyboard e un montaggio video sono stati esposti nel 2013 nella mostra “David Bowie is“. Il film non l’ha girato nessuno. Chi però ha guardato a lungo la copertina di Peellaert si è già proiettato in testa una sua versione.

    Bozzetto a colori di David Bowie per il film mai realizzato di Diamond Dogs
    Un bozzetto a colori per il film
    Pagina manoscritta di David Bowie con la prima scena del musical tratto da 1984
    Da dove veniva tutto: la prima scena del musical su «1984», scritta a mano da Bowie

    Forse è andata bene così. Un film rimasto sulla carta non invecchia e non delude, e a “Diamond Dogs” quel pezzo mancante ha finito per giovare.

    Parte quinta

    L’eco

    Capitolo 10 · 6 minuti di lettura

    Eredità l’eco di un abbaiare lontano

    Perché Diamond Dogs continua a contare

    Sono passati più di cinquant’anni e “Diamond Dogs” pesa più di quanto i numeri gli consentirebbero. Bowie ha venduto di più con altri dischi, ne ha fatti di più compatti, e i suoi ascoltatori di solito ne amano altri. Quello che il disco ha lasciato si può però contare: canzoni riprese da altri, uno spettacolo che ha cambiato il mestiere di chi allestisce i concerti, un titolo e una città che continuano a essere presi in prestito.

    I difetti del disco

    I difetti ci sono, e la critica dell’epoca li vide bene. Il missaggio del 1974 è confuso. Le chitarre sono di Bowie, che si produce da solo, e non hanno la precisione né la profondità che Ronson dava ai dischi precedenti. Il racconto procede a pezzi: chi ascolta fatica a tenere insieme Hunger City, se nessuno gliela spiega. Qualche passaggio si compiace di sé, e la suite di “Sweet Thing” arriva a sfiorare i nove minuti perché Bowie è ambizioso, senza che la melodia glielo chieda. Visconti, chiamato a mettere ordine, ci riuscì solo in parte: le idee erano troppe.

    Come concept album “Diamond Dogs” non è mai stato a posto, e lo si sente a ogni ascolto: c’è un uomo che prova a costruire una cosa più grande di lui, ci sbatte contro, e nello scontro gli esce qualcosa di più vero del progetto. Bowie stesso, nel 1997, rimpiangeva che dal vivo i musicisti lo suonassero troppo bene: le sue parti di chitarra, diceva, sembravano quasi proto-punk proprio per i suoi limiti di strumentista, e con una band di virtuosi l’ossessione del disco si perdeva.

    Il punk e quelli venuti dopo

    I primi a raccoglierlo furono i ragazzi del punk. Steve Jones dei Sex Pistols aveva rubato l’attrezzatura dal palco dell’Hammersmith Odeon nel luglio 1973, ai concerti d’addio di Ziggy. Sid Vicious era un fan devoto, e nel 1977 Johnny Rotten mise “Rebel Rebel” fra le sue venticinque canzoni preferite. Il gruppo di Bromley da cui escono Siouxsie Sioux, Steve Severin e Billy Idol è fatto di ragazzi che prima di essere punk sono stati fan di Bowie e dei Roxy Music.

    Per il post-punk inglese i debiti documentati sono con altri dischi. I Joy Division, il cui cantante Ian Curtis era un fan dichiarato, si sono chiamati per un periodo Warsaw, da “Warszawa“, che è del 1977. I Bauhaus sono arrivati al quindicesimo posto in classifica, nell’ottobre 1982, rifacendo “Ziggy Stardust“, e in un’altra loro versione ci hanno infilato pezzi di “Cracked Actor“. Dei Siouxsie and the Banshees si è detto. Con “Diamond Dogs” la parentela è di clima (il marrone della copertina di Peellaert, le canzoni senza aria, la voce che passa dal crooning al grido), e nessuna di queste band l’ha messa per iscritto. Chi l’ha fatto sono i Suede, vent’anni dopo: il titolo di “Dog Man Star“, del 1994, è montato con quelli di tre album di Bowie, e il primo è questo.

    Le cover e i riusi

    Le canzoni hanno cominciato a girare subito. Nel settembre 1974 Donovan pubblica una sua “Rock ’n’ Roll with Me“, e la RCA, per approfittarne, fa uscire lo stesso mese in America la versione dal vivo di Bowie. “Rebel Rebel” è con ogni probabilità il titolo più rifatto di tutto il suo repertorio: l’hanno incisa o suonata i Bay City Rollers, Joan Jett, i Duran Duran, i Def Leppard, gli Smashing Pumpkins, Rickie Lee Jones, Seu Jorge. Tina Turner mette “1984” in “Private Dancer“, l’album del suo ritorno, che esce proprio nel 1984; è il primo di una serie di incroci fra i due in quegli anni. I Duran Duran incidono “Diamond Dogs” per l’edizione giapponese del loro disco di cover del 1995, e Beck la rifà nel 2001 per un film, come si racconta nella scheda del brano. Di “Sweet Thing” c’è una versione di Joan As Police Woman, sul retro di un singolo del 2006.

    Anche il titolo ha fatto strada per conto suo: nel 2000 esce un romanzo di Alan Watt che si chiama Diamond Dogs.

    Il teatro rock

    Con il tour del 1974 un concerto rock viene costruito come uno spettacolo di teatro, con uno scenografo e un disegnatore luci di Broadway, e quello che ne viene dopo si può seguire attraverso le persone. Nel 1976 i Rolling Stones chiamano Jules Fisher per un allestimento della stessa ambizione («Semplicemente non riuscivano a reggere una messinscena come quella di Bowie», ricorderà lui), e nello stesso anno Mark Ravitz disegna il tour di Destroyer per i Kiss, da cui comincia la stagione degli spettacoli da stadio con i fuochi. Il braccio che porta il cantante sopra la platea e il ponte idraulico sono diventati attrezzi comuni. Per gli spettacoli a tema di Peter Gabriel negli anni Ottanta, per il Blond Ambition Tour di Madonna, per Lady Gaga, una discendenza diretta non è documentata: c’è il precedente. Bowie ci riprova nel 1987 con il Glass Spider Tour, di cui si parla nella scheda di “Big Brother“; stavolta a pagare è uno sponsor, una marca di bibite.

    Il cinema e i romanzi

    Hunger City viene spesso accostata alla Los Angeles di “Blade Runner“, alle bande di “Mad Max“, alla strada di Cormac McCarthy in “The Road“. Un legame documentato non c’è con nessuno dei tre, ed è più prudente pensare a fonti comuni: Orwell, Burroughs, “Metropolis“. Una testimonianza diretta, invece, c’è. Martin Scorsese ha raccontato di averlo ascoltato in continuazione: «Ebbe una grandissima influenza su di me».

    A Hunger City tornò anche Bowie. Nel 1995 presentò 1. Outside in questi termini: «Collocare negli anni Novanta l’ambiente inquietante di una città alla Diamond Dogs gli dà una piega del tutto diversa» (Ikon).

    Quello che resta

    Dentro il disco ci sono la sorveglianza che non si spegne mai, una società che va in pezzi, una città dove il privilegio sale ai piani alti e la miseria resta per strada, la voglia dell’uomo forte. Bowie le aveva prese da un romanzo del 1949 e le aveva spostate in un futuro senza data, ed è per questo che non sono rimaste legate al 1974.

    Gli altri suoi dischi hanno ciascuno la propria stagione: Ziggy il glam, “Station to Station” la cocaina di Los Angeles, la trilogia berlinese la città divisa. Questo appartiene a un futuro che continua ad arrivare, e ogni decennio lo trova lì ad aspettarlo, come Halloween Jack, che del resto di mestiere sopravvive.

    Il disco non finisce. Si inceppa, e la città continua a girare in tondo.

    Ministero della Verità · ufficio rettifiche

    Il disco riscritto

    In 1984 il passato viene corretto di continuo, e della versione di prima non resta traccia. A un disco succede qualcosa di simile ogni volta che lo ristampano: cambiano la copertina e il suono, e in coda compaiono o spariscono dei brani. Nessuno ha mai toccato le undici canzoni e il loro ordine. Sullo scaffale ci sono le edizioni principali in ordine di uscita. Tirane fuori una.

    Diamond Dogs, LP RCA italiano del 1974: il retro
    Il retro
    Diamond Dogs, LP RCA italiano del 1974: l’interno apribile
    L’interno apribile
    Diamond Dogs, LP RCA italiano del 1974: l’etichetta
    L’etichetta

    versione di partenza · 1974

    La versione originale

    LP RCA APL1-0576 (Regno Unito) · CPL1-0576 (Italia) · maggio 1974

    nella foto: la stampa italiana RCA del 1974

    La copertina
    Apribile. All’interno c’è un fotomontaggio di grattacieli nella nebbia, fatto con le fotografie di Leee Black Childers, e accanto il testo di “Future Legend”. Il dipinto di Peellaert esce ritoccato dalla RCA.
    Il suono
    Il missaggio di Bowie e Visconti. Tutte le edizioni venute dopo partono da qui.
    La scaletta
    Undici brani. L’autore è indicato soltanto come «Bowie», come già su Pin Ups.

    Qualche copia con il dipinto integro sfugge al controllo e arriva nei negozi. Nel marzo 2004 una viene venduta su eBay per 8.988 dollari.

    La copertina, prima e dopo

    Trascina il cursore. A sinistra il dipinto ritoccato dalla RCA, qui nell’edizione in CD del 1985; a destra quello che Peellaert aveva consegnato, tornato in circolazione dal 1990.

    La copertina di Diamond Dogs con il dipinto integro
    La copertina di Diamond Dogs ritoccata dalla RCA
    ritoccataintegra

    Le finestre accese

    Ogni finestra accesa è un brano che in quell’edizione c’è. L’album del 1974, quello del 1999 e tutti i vinili hanno solo le undici canzoni.

    Dove sono finiti i brani esclusi e i mix alternativi
    brano19741990199920042016
    “Dodo”, con la sola voce di Bowienon c’èc’ènon c’èc’ènon c’è
    “Candidate”, l’altra versionenon c’èc’ènon c’èc’ènon c’è
    “1984/Dodo”, il medleynon c’ènon c’ènon c’èc’ènon c’è
    “Rebel Rebel” del singolo americanonon c’ènon c’ènon c’èc’èc’è
    “Growin’ Up”non c’ènon c’ènon c’èc’ènon c’è
    “Diamond Dogs”, montaggio K-Telnon c’ènon c’ènon c’èc’ènon c’è
    “Candidate”, Intimacy Mixnon c’ènon c’ènon c’èc’ènon c’è
    “Rebel Rebel” del 2003non c’ènon c’ènon c’èc’ènon c’è
    “Rebel Rebel”, primo mix inglese del 45 girinon c’ènon c’ènon c’ènon c’èc’è
    “Diamond Dogs”, montaggio australianonon c’ènon c’ènon c’ènon c’èc’è

    Dove sono i brani scartati

    Il medley “1984/Dodo” esce per la prima volta nel 1989 nel cofanetto Sound + Vision e torna nel secondo disco del 2004. “Dodo” con la sola voce di Bowie è sull’edizione del 1990 e su quella del 2004. “Alternative Candidate” è su entrambe: nel 1990 si intitola ancora «Candidate (Demo Version)». “Growin’ Up” ha un percorso più tortuoso, perché nel 1990 viene aggiunta alla ristampa di Pin Ups e solo nel 2004 passa a “Diamond Dogs“, l’album durante le cui sedute era stata incisa. Il mix americano di “Rebel Rebel“, sparito dopo il 1974, ricompare su Sound + Vision, poi nel 2004 e su Re:Call 2.

    Gli altri tre mix del 2004 non vengono dalle sedute del disco. Il montaggio di “Diamond Dogs” è quello apparso sulla raccolta del 1980. L’Intimacy Mix isola la sezione “Candidate” dalla suite, con una dissolvenza in entrata e una in uscita, ed era apparso nel 2001 nella colonna sonora del film Intimacy. “Rebel Rebel” del 2003 è una registrazione nuova, uscita quell’anno nella colonna sonora di Charlie’s Angels: Full Throttle.

    Quale ascoltare

    Che cosa cerchi?

    Ministero della Verità · ufficio lessico

    Il dizionario di Hunger City

    Nel romanzo di Orwell il dizionario della neolingua si assottiglia a ogni edizione, perché serve a togliere parole dalla circolazione. Queste 22 sono passate dalla censura e ne portano ancora l’inchiostro. Tocca una voce e le righe nere si ritirano.

    voci declassificate 0 di 22

    1. Il trio vocale costruito intorno ad Ava Cherry. Debutta ai cori nello speciale televisivo del Marquee, nell’ottobre 1973. È lavorando con loro che Bowie torna ad ascoltare il soul.

    2. In 1984, la fessura nel muro in cui gli impiegati del Ministero della Verità lasciano cadere i documenti da far sparire. In questo speciale ospita le canzoni rimaste fuori dal disco.

    3. Tecnica messa a punto da William Burroughs con Brion Gysin. Si taglia una pagina in strisce di poche parole, si rimescolano e si legge che cosa viene fuori. Bowie la adotta nell’autunno del 1973 per una parte dei testi.

    4. Le bande che si sono prese Hunger City. Bowie le immaginava sui pattini a rotelle, visto che i mezzi di trasporto non ci sono più: ragazzi magri, avvolti in pellicce rubate e con il coltello in tasca, che vivono in cima ai grattacieli e scendono a saccheggiare le vetrine.

    5. The 1980 Floor Show, lo speciale registrato al Marquee di Londra nell’ottobre 1973 per la rete americana NBC. Si apre con il medley “1984/Dodo”, ed è la prima uscita pubblica del progetto su Orwell.

    6. Film di Tod Browning del 1932, girato con veri artisti da baraccone. La canzone che dà il titolo all’album lo nomina, e la copertina lo richiama con le due donne di Coney Island dipinte alle spalle di Bowie.

    7. Il minuto parlato che apre l’album. Una voce descrive la città dopo la catastrofe, con il Moog sotto, e finisce nel grido che lancia la canzone successiva.

    8. Il capo che in 1984 guarda tutti dai manifesti e che nessuno ha mai incontrato. Nel disco dà il titolo alla penultima canzone, “Big Brother”, cantata da un suddito che lo invoca e gli chiede di mostrarsi.

    9. L’unico abitante di Hunger City ad avere un nome. Sta in cima a Manhattan Chase; l’ascensore è guasto e in strada scende con una fune. Compare in una sola strofa della canzone che dà il titolo all’album.

    10. La città del disco. È una Manhattan dopo la catastrofe, senza Stato e con i grattacieli in mano alle bande, che ha preso la forma a strati da Metropolis e le ombre storte dal Gabinetto del dottor Caligari, e che nel tour del 1974 diventa una scenografia vera.

    11. La via dei negozi che le bande assaltano all’inizio del disco. Il nome rovescia “Lonely Avenue”, la canzone di Doc Pomus cantata da Ray Charles.

    12. La società di Tony Defries, il manager. Sua la campagna americana di lancio, da 400.000 dollari.

    13. Il grattacielo di Halloween Jack. È la Chase Manhattan, una delle grandi banche di New York, con il nome girato al contrario.

    14. Tastiera che riproduce suoni registrati su nastro, un nastro per ogni tasto. Bowie la suona da sé. In “Sweet Thing” fa i fiati, in “Big Brother” il coro.

    15. Lo studio di Barnes, a Londra, dove Bowie incide gran parte del disco nel gennaio 1974, con Keith Harwood come ingegnere del suono.

    16. Pittore belga, autore di Rock Dreams. Dipinge la copertina a Parigi dalle fotografie di Terry O’Neill: Bowie metà uomo e metà cane. La RCA fa cancellare ad aerografo i genitali dell’animale.

    17. Persone e androidi insieme: la parola è di Bowie. In “Future Legend” indica gli esseri umani rimasti, divisi in piccole tribù.

    18. The Wild Boys, romanzo di William Burroughs: bande di adolescenti che si aggirano come cani affamati. Le strade di Hunger City vengono da qui, e così il titolo del disco.

    19. Il disco finisce su un nastro in ciclo che ripete l’inizio della parola brother finché sfuma. Nacque da un errore tecnico, e Bowie decise di tenerlo.

    20. La vedova dello scrittore. Alla fine del 1973 nega a Bowie i diritti per trarre un musical da 1984, e le canzoni già scritte finiscono in un altro disco.

    21. Il nome rimasto alla terza parte del tour, da ottobre a dicembre 1974. La scenografia di Hunger City viene lasciata a terra e gli arrangiamenti virano verso il soul.

    22. “Siamo i morti”: in 1984 lo dicono Winston e Julia un attimo prima dell’arresto. Bowie ne fa il titolo di una canzone, il pezzo più grosso rimasto del musical.

    Apparato critico

    Bibliografia

    Le fonti che hanno reso possibile questo viaggio

    Bibliografia principale (in lingua inglese)

    • Pegg, Nicholas. “The Complete David Bowie“. Titan Books, ed. aggiornata 2016.
    • Buckley, David. “Strange Fascination: David Bowie, the Definitive Story“. Virgin Books, 2005.
    • Doggett, Peter. “The Man Who Sold the World: David Bowie and the 1970s“. The Bodley Head, 2011.
    • O’Leary, Chris. “Rebel Rebel: All the Songs of David Bowie from ’64 to ’76“. Zero Books, 2015.
    • Sandford, Christopher. “Bowie: Loving the Alien“. Da Capo Press, 1998.
    • Trynka, Paul. “Starman: David Bowie – The Definitive Biography“. Sphere, 2011.
    • Spitz, Marc. “Bowie: A Biography“. Crown, 2009.
    • MacCormack, Geoff. “From Station to Station: Travels with Bowie 1973-1976“. Genesis Publications, 2007.
    • Reynolds, Simon. “Shock and Awe: Glam Rock and Its Legacy“. Dey Street Books, 2016.
    • Hendler, Glenn. “Diamond Dogs“. Bloomsbury Academic, 2020 (33 1/3 series, n. 143). Monografia interamente dedicata all’album.
    • Griffin, Roger. “David Bowie: The Golden Years“. Adelita Books, 2016. Cronologia enciclopedica giorno per giorno degli anni Settanta di Bowie.
    • Cann, Kevin. “Any Day Now: David Bowie – The London Years 1947-1974“. Adelita Ltd, 2010. Cronologia dettagliata fino al periodo di Diamond Dogs e alla partenza di Bowie dal Regno Unito.
    • Visconti, Tony. “Tony Visconti: The Autobiography. Bowie, Bolan and the Brooklyn Boy“. HarperCollins, 2007. Memoir del produttore che mixò “Diamond Dogs” a Melrose Terrace.
    • Carr, Roy; Murray, Charles Shaar. “Bowie: An Illustrated Record“. Eel Pie Publishing, 1981. Classico storico della critica musicale britannica, con la celebre stroncatura/elogio del singolo “Diamond Dogs”.
    • Egan, Sean (a cura di). “Bowie on Bowie: Interviews and Encounters with David Bowie“. Chicago Review Press, 2015. Antologia di interviste storiche, incluse quelle del periodo 1973-1974.
    • Jones, Dylan. “David Bowie: A Life“. Crown Archetype, 2017. Biografia orale composta dalle voci di oltre 180 persone vicine a Bowie.
    • Clerc, Benoît. “David Bowie: All the Songs“. Black Dog & Leventhal, 2022.
    • Goddard, Simon. “Bowie Odyssey 73“. Omnibus Press, 2023.

    Articoli e interviste d’epoca consultate

    • Copetas, A. Craig. “Beat Godfather Meets Glitter Mainman: William Burroughs Interviews David Bowie”, Rolling Stone, 28 febbraio 1974.
    • Bangs, Lester. Recensione di “Diamond Dogs”, Creem, settembre 1974.
    • Edmonds, Ben. Intervista a David Bowie, Circus, 1974.
    • Yentob, Alan (regista). “Cracked Actor“, BBC Omnibus, trasmesso il 26 gennaio 1975.
    • MacDonald, Ian. Recensione di “Diamond Dogs”, NME, 1 giugno 1974.

    Stampa italiana d’epoca (archivio David Bowie Italia)

    Bibliografia italiana su David Bowie

    • Pegg, Nicholas. “David Bowie: l’enciclopedia“. Arcana Libri, 2002 (edizioni successive aggiornate 2005, 2012, 2016).
    • Cann, Kevin. “David Bowie. Any day now. Gli anni londinesi 1947-1974“. Arcana Edizioni, 2011.
    • Garrò, Luca (a cura di E. Guaitamacchi). “David Bowie“. Hoepli, 2017.
    • Donadio, Francesco. “David Bowie Fantastic Voyage. Testi commentati“. Arcana, 2013 (edizioni successive 2016, 2018).
    • Madeddu, Paolo. “David Bowie. Changes. Le storie dietro le canzoni: 1“. Giunti, 2020.
    • Bowie, David (a cura di Sean Egan, trad. C. Caira). “Sono l’uomo delle stelle“. Il Saggiatore, 2016.
    • Leigh, Wendy. “Bowie: 1947-2016, la biografia“. Sperling & Kupfer, 2016.
    • Critchley, Simon (trad. M. Baldini). “Bowie“. Il Mulino, 2016.
    • Snaidero, Tiberio; Cantone, Damiano. “Codice Bowie“. Meltemi, 2020.

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    Grazie per avermi seguito in questo viaggio attraverso Hunger City.

    Uno speciale di David Bowie Italia · testi di Daniele Federici · torna in cima ↑